“Ogni acquisto è un atto morale” è una delle frasi che mi è rimasta più impressa del libro che Marina Spadafora, ‘la stilista delle rivoluzioni’ come l’avevo definita nel titolo dell’intervista del mese fattale due anni fa, ha scritto con la giornalista Luisa Ciuni.

“La rivoluzione comincia dal tuo armadio. Tutto quello che non vi hanno mai detto sulla moda sostenibile”, uscito a metà maggio per Solferino, ha impegnato Spadafora e Ciuni in un excursus su ciò che intendiamo quando parliamo di ‘moda sostenibile’ ma senza omettere, anzi, ribadendolo in modo chiaro che il vero affermarsi di un sistema più equo e più giusto nel settore del fashion non può non passare attraverso le nostre scelte di acquisto e che quindi ognuno di noi ha la responsabilità del diffondersi o meno di un certo tipo di mentalità.

La copertina del libro

Torno quindi a parlare volentieri con Marina Spadafora, concentrando l’intervista sul libro e ringrazio Orsola de Castro che, ‘nominando’ Marina lo scorso mese, mi ha dato la possibilità di affrontare insieme a lei alcuni degli argomenti a oggi più che mai attuali, con la crisi post-Covid in atto.

Com’è nata l’idea del libro e della collaborazione con Luisa Ciuni?

Luisa e io ci conosciamo dai tempi in cui portavo le mie collezioni sulle passerelle della fashion week milanese; siamo diventate amiche negli anni ed entrambe abbiamo una passione per la svolta sostenibile dell’industria della moda. Luisa è già autrice di molti libri ma per me è stata la prima volta. Abbiamo deciso che ci voleva un saggio in italiano che desse la possibilità alla persone interessate di avere un quadro chiaro sullo stato attuale della moda e di consigli pratici su come essere agenti di trasformazione positiva.

Il libro è uscito durante la cosiddetta fase 2 ma è stato scritto a fine 2019, se non sbaglio; col senno di poi, dopo i tragici fatti legati al Covid, c’è qualcosa che forse avresti maggiormente rimarcato e/o aggiunto, anche alla luce dei cambiamenti che stanno interessando il settore della moda tutto?

In questi mesi ho affrontato spesso il tema in interviste e webinar; io credo che nella crisi si debba cogliere l’opportunità di cambiamento. Siamo rimasti tutti a casa e abbiamo avuto tempo di riflettere, mi auguro quindi che molte persone abbiano capito che continuare a comportarci in maniera avventata e superficiale ci può portare solo alla catastrofe ambientale e sociale. Noi tutti possiamo cambiare le nostre abitudini e influire sul cambiamento di paradigma e di conseguenza dell’intero sistema.

Nel libro si parla dell’Italia come di uno dei Paesi più virtuosi, soprattutto nella produzione di filati e tessuti sostenibili e citate i distretti produttivi di Prato e Biella. Recentemente, intervistando Niccolò Cipriani, fondatore di Rifò, marchio pratese di abbigliamento e accessori in materiali rigenerati, è emerso un limite tecnico legato al fatto che i vecchi indumenti da riciclare sono ancora considerati dalla legge come rifiuti e quindi maggiormente tassati. Potrebbe quindi esserci anche un problema politico dietro la lentezza della diffusione di un certo tipo di produzione nel nostro Paese?

Sono stata contattata da una senatrice che lavora per la commissione ambiente e territorio e sono in procinto di presentare una riforma di legge che si occupa proprio del riciclo e della ‘end of life’ dei capi usati per facilitarne il riuso. Servono leggi adeguate per regolamentare il tessile e Fashion Revolution, insieme ad altre 60 associazioni non governative, ha sottoposto una proposta di legge al Parlamento Europeo chiamata ‘Fair and Sustainable Textiles’.

Questa è un’ottima notizia. Nel libro si sottolinea la necessità di “preservare una fascia di vestiti e accessori che abbia costi contenuti a favore delle fasce meno abbienti”. Quali potrebbero essere i modi per rendere la moda etica più ‘democratica’ e accessibile?

Il tasto dolente nella filiera sono sempre i salari percepiti dai lavoratori nei Paesi in via di sviluppo, dove si concentra la produzione del fast fashion. Pagando l’equivalente di un salario dignitoso si avrebbe un sovrapprezzo sui capi prodotti. La mia proposta è che le aziende assorbano, se non in toto ma almeno in parte, questo sovrapprezzo per non buttare sulle spalle dei consumatori questi costi.

Nel capitolo dedicato al lavoro minorile e schiavitù moderna evidenzi come sia ancora difficile risalire alle retribuzioni dei lavoratori nei Paesi terzi e in generale alle loro condizioni di lavoro. Quindi un marchio può essere ‘trasparente’ su determinate politiche ma oscuro su altre. Cosa possiamo fare noi consumatori per non cadere nella trappola del cosiddetto ‘green washing’?

Dobbiamo fare ricerca su Internet per capire meglio cosa fanno i brand. Ci sono ottimi strumenti come l’app ‘Good on you’ o il Transparency Index di Fashion Revolution. Sul sito italiano di Fashion Revolution abbiamo pubblicato la mappa digitale dello shopping green in Italia, strumento prezioso per potersi orientare in questo mondo della moda sostenibile.

Se “ogni acquisto è un atto morale”, cosa su cui sono d’accordissimo, il consumatore ha di conseguenza una responsabilità morale che, se non già presente, può essere insegnata e ‘coltivata’ . L’educazione alla sostenibilità passa anche dalla scuola?

Come dico nel libro, “ogni volta che acquistiamo qualcosa, votiamo per il mondo che vogliamo”. I nostri soldi sono un mezzo potente di incoraggiamento e/o dissuasione, attraverso scelte informate possiamo creare massa critica e smettere di finanziare chi sfrutta e inquina.

Eccoci alla fine, scusa se mi sono dilungata con le domande ma il libro ne fa nascere tante. Come l’altra volta, anche stavolta ti chiedo la nomination del prossimo ospite (la volta scorsa avevi nominato Matteo Ward).

Per me è ancora lui!

Ok, allora risentiamo volentieri anche Matteo Ward, così ci racconta gli sviluppi del suo brand in questi ultimi due anni. Grazie Marina.

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