Un cliente torna in sartoria dopo anni, con il collo della giacca consumato. Lara Perbellini apre l’archivio personale dove conserva i ritagli di stoffa di ogni capospalla realizzato, estrae il pezzo giusto e ripara i segni dell’usura sul colletto. Non è una tendenza del momento, fa parte del suo mestiere. Lara è una bespoke tailor, specializzata nel taglio storico maschile: nella bottega in Campiello dei Miracoli a Venezia, realizza quasi interamente a mano completi da uomo.
Si comincia con la presa delle misure e la scelta del tessuto. Il cartamodello è unico, perché segue le forme del corpo su cui è stato disegnato. Poi ci sono l’imbastitura, le prove, gli aggiustamenti. Alla fine, per una sola giacca, si impiegano cinquanta ore di punti.
Un capo bespoke non è alla portata di tutti, lo sappiamo. Perché allora parlarne su eco-à-porter? Proviamo a capovolgere l’intenzione: invece di chiederci quanti possano permettersi un completo su misura, domandiamoci che cosa possiamo imparare da chi sa ancora realizzarlo. Perché un capo veste bene e merita di essere riparato anziché sostituito? Sono domande che toccano da vicino anche il nostro armadio e da queste curiosità nasce l’incontro con Lara.

La formazione tra Milano, Parigi e i grandi maestri
Venezia rappresenta solo l’ultimo capitolo di una storia di passione e perseveranza cominciata molti anni prima, a Verona. Il desiderio di fare la sarta si scontra presto con un dato di fatto: in città non ci sono corsi di sartoria, ad eccezione del laboratorio per le carcerate, e l’offerta formativa guarda principalmente allo stilismo. Lara si iscrive così all’Istituto Europeo di Design di Milano e si diploma come fashion designer. Dopo una parentesi parigina, dedicata alle tecniche di taglio storico e alla ricostruzione di abiti d’epoca, torna in Italia e affina il suo personale concetto di sartoria frequentando i corsi e gli atelier di alcuni tra i più grandi maestri italiani, come Giuseppe Da Campo, Mario Meo, Franco Puppato, Tommy e Giulio Caraceni, oltre che attraverso gli studi all’Accademia dei Sartori.
Materiali naturali di alta qualità
Lara cuce a mano capi che durano negli anni: punto per punto, quasi fosse una calligrafia, lavora su materiali naturali e di alta qualità. Il suo campionario spazia dalla migliore produzione italiana fino alla lana inglese e al lino irlandese. Nei tessuti che bagna o svapora prima dell’uso, per evitarne il restringimento, non entra fibra sintetica. Una scelta consapevole, confermata sul piano pratico dalla prova del ferro: i sintetici non la supererebbero. Negli ordini che riceve, c’è un piccolo paradosso che continua a farla sorridere: come in uno scambio di guardaroba, i clienti italiani prediligono tessuti inglesi, su tutti Fox Brothers e Holland & Sherry, mentre quelli stranieri ricercano tessuti italiani, come Barberis Canonico.

La sartoria come come discorso culturale e sostenibile
“La sartoria è un discorso culturale. Non ha bisogno di marketing, perché il marketing sono le persone che dalla bottega del sarto escono vestite bene. Il taglio maschile, in particolare, è una tradizione che risale al 1910, anche viaggiando in Iran ho ritrovato le stesse tecniche. Si ottimizza al millimetro e non si spreca stoffa.”
Mediamente, racconta, a seconda dell’altezza del cliente giacca, gilet e pantaloni si ricavano da tre-quattro metri di stoffa. Più tessuto, in genere, occorre solo quando non è unito e si ha l’esigenza di allineare i motivi. Per la sartoria artigianale durabilità, riparabilità, capi nati su ordinazione, taglio al millimetro non sono innovazioni ma pratiche consolidate che possono insegnare molto anche a chi i vestiti li sceglie in un negozio. Prima di comprare, ci si può abituare a controllare se le cuciture lasciano un margine per adattare il capo ai cambiamenti del corpo, se la giacca è foderata, se il punto è piccolo, se le rifiniture sono curate. Accortezze tecniche che si imparano guardando un capo da dentro e, per Lara, il modo migliore per farlo è proprio cucire.

“In atelier passano molti giovani. A loro dico: provate a cucire! I tutorial sui social hanno aiutato a capire che non c’è niente di trascendentale: dietro un abito c’è una persona che, come voi, usa le mani. Magari la prima volta non verrà un capolavoro, ma non c’è soddisfazione più grande del fare le cose. Se impari a creare una gonna, quando ne compri una, hai più consapevolezza del suo valore. Se avessi una figlia, le insegnerei ad ‘aprire le cose’: le farei vedere quante cuciture ci sono in una cucitura. La taglia e cuci andrebbe limitata alla rifinitura. La sartoria non la usa perché la cucitura viene coperta dalla fodera.”

Relazione, rispetto del corpo e valore del Made in Italy
Il bespoke, per Lara, racchiude la competenza della tecnica ma anche il fascino della tradizione:
“Tutte le azioni si perfezionano nel tempo: ti vengono mostrate, ti rimangono negli occhi e nelle mani. Da figlia degli anni Ottanta, mi capitava di presentarmi in sartoria per girare lunghi video ai maestri ottantenni che, proprio davanti ai miei occhi, stavano cucendo il vero made in Italy. Nella sartoria si impara come approcciarsi ai materiali, al taglio e soprattutto si impara il rispetto del corpo. Non c’è una taglia industriale che impone una larghezza o una lunghezza. Una sarta prende le tue misure, non giudica il corpo e ti invita a tornare per la prova. Una cosa bellissima di questo lavoro è che crei un manufatto per te e per la persona che lo ha commissionato. Ogni capo in sartoria nasce, prima di tutto, da una relazione unica: è un capo che rispecchia te, solo te.”
Tramandare il mestiere e il valore della bottega artigiana
Lara vorrebbe trasmettere ad altri la tecnica, oltre che la bellezza, del suo mestiere. Per un artigiano, tuttavia, non è semplice competere con i tirocini offerti dalle grandi aziende e molte scuole di moda rinunciano ad assumere sarti, perché costa mantenere un laboratorio di sartoria. Le piacerebbe tramandare anche un certo modo di stare in bottega: essere una donna che realizza completi da uomo su misura non fa differenza sul piano della tecnica, perché rimane quella appresa dai grandi maestri. A cambiare è la profondità dell’ascolto: Lara si prende del tempo per capire chi ha davanti, come vive, come si muove, come userà le tasche nella quotidianità o in occasione di un evento speciale. Solo dopo traccia una linea sul tessuto ma il punto di partenza rimane sempre il cliente, con le sue abitudini e richieste.

Le botteghe artigiane hanno una ricaduta umana che non si esaurisce nella produzione. Lara lo sperimenta ogni giorno:
“Qui vicino c’è una scuola. I bambini passano e sanno che dietro la mia vetrina c’è una persona che cuce. È un mestiere. La bottega artigiana rende visibile il lavoro ed evita l’alienazione delle persone: l’artigiano ti fa vedere che anche tu puoi fare, le mani sono gratis!”






