H&M vs PETA: lana rosso sangue

Fotografia scattata all’interno di un capannone in legno, in cui un tosatore (o tosatrice) piegato in avanti, con indosso pantaloni blu e un maglione scuro, tiene ferma a terra una pecora per le operazioni di tosatura. L’animale è sdraiato sul fianco, in parte coperto di lana già parzialmente rimossa, mentre la persona lo blocca con il corpo e gli tiene la testa con una mano. Sullo sfondo si notano recinzioni e strutture in legno.

Nelle ultime due settimane le passerelle di New York e Londra non sono state ricordate solo per i colori e le nuove tendenze, ma per le interruzioni organizzate da PETA contro il gruppo H&M.

Il motivo? L’utilizzo della lana.

Tutto ha inizio da un’indagine diffusa da PETA Asia, condotta all’interno di un allevamento sudafricano certificato per il benessere animale e legato alla catena di fornitura del colosso svedese. Le immagini — che mostrano maltrattamenti e violenze durante le fasi di tosatura — hanno spinto l’associazione animalista a chiedere ad H&M una sola cosa: l’esclusione totale della lana da tutte le collezioni del gruppo.

Tre attiviste di PETA manifestano su una via pedonale affollata davanti a un negozio H&M. Indossano maglioni di lana pesanti color panna, visibilmente imbrattati di finto sangue rosso, e hanno il viso truccato con ferite e sangue finto. La donna al centro, con i capelli viola, solleva sopra la testa un modello realistico di pecora scorticata e insanguinata. Le altre due donne tengono dei cartelli bianchi con il logo PETA: a sinistra si legge "Sheep Beaten, Kicked and Killed for Wool. Don't Buy It." ("Pecore picchiate, prese a calci e uccise per la lana. Non compratela."), a destra "Sheep Suffer. H&M: Ditch Wool!" ("Le pecore soffrono. H&M: abbandona la lana!"). Sullo sfondo si scorgono passanti e l'insegna rossa di H&M.
Attiviste di PETA in protesta davanti a un negozio H&M con cartelli e abiti macchiati di finto sangue per chiedere il ban della lana dalla produzione. (Ph. PETA)

L’escalation mediatica è stata rapidissima:

  • New York (sfilata COS): l’incursione di un’attivista ha scatenato la reazione sproporzionata del CEO del CFDA, Steven Kolb, diventata virale e culminata con le sue scuse e un congedo volontario.
  • Londra (sfilata H&M): tre attivisti hanno fatto irruzione a più riprese sul catwalk di Kensington Olympia con il cartello “H&M: Wool is bloody cruel. Drop it!”, bloccando di fatto l’evento.

Le posizioni in campo

Da una parte, il gruppo H&M difende il proprio operato sottolineando l’adozione di standard di certificazione internazionali come il Responsible Wool Standard (RWS) e ha già avviato la sospensione delle forniture dalla struttura coinvolta.

Dall’altra, PETA e diversi movimenti animalisti sostengono che il concetto stesso di “lana etica” sia una contraddizione e che le certificazioni in vigore non bastino a prevenire gli abusi negli allevamenti intensivi.

Un episodio che riapre un dibattito complicato sul futuro dei materiali tessili naturali e il ruolo delle certificazioni di filiera.

Su eco-à-porter crediamo che la transizione ecologica della moda non possa ridursi a una scelta binaria tra fibre animali e sintetici da fossile. Servono invece audit trasparenti, una reale tracciabilità e una ridefinizione etica dei sistemi produttivi che metta al centro il rispetto degli ecosistemi, degli animali e del lavoro.

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