Nelle ultime due settimane le passerelle di New York e Londra non sono state ricordate solo per i colori e le nuove tendenze, ma per le interruzioni organizzate da PETA contro il gruppo H&M.
Il motivo? L’utilizzo della lana.
Tutto ha inizio da un’indagine diffusa da PETA Asia, condotta all’interno di un allevamento sudafricano certificato per il benessere animale e legato alla catena di fornitura del colosso svedese. Le immagini — che mostrano maltrattamenti e violenze durante le fasi di tosatura — hanno spinto l’associazione animalista a chiedere ad H&M una sola cosa: l’esclusione totale della lana da tutte le collezioni del gruppo.

L’escalation mediatica è stata rapidissima:
- New York (sfilata COS): l’incursione di un’attivista ha scatenato la reazione sproporzionata del CEO del CFDA, Steven Kolb, diventata virale e culminata con le sue scuse e un congedo volontario.
- Londra (sfilata H&M): tre attivisti hanno fatto irruzione a più riprese sul catwalk di Kensington Olympia con il cartello “H&M: Wool is bloody cruel. Drop it!”, bloccando di fatto l’evento.
Le posizioni in campo
Da una parte, il gruppo H&M difende il proprio operato sottolineando l’adozione di standard di certificazione internazionali come il Responsible Wool Standard (RWS) e ha già avviato la sospensione delle forniture dalla struttura coinvolta.
Dall’altra, PETA e diversi movimenti animalisti sostengono che il concetto stesso di “lana etica” sia una contraddizione e che le certificazioni in vigore non bastino a prevenire gli abusi negli allevamenti intensivi.
Un episodio che riapre un dibattito complicato sul futuro dei materiali tessili naturali e il ruolo delle certificazioni di filiera.
Su eco-à-porter crediamo che la transizione ecologica della moda non possa ridursi a una scelta binaria tra fibre animali e sintetici da fossile. Servono invece audit trasparenti, una reale tracciabilità e una ridefinizione etica dei sistemi produttivi che metta al centro il rispetto degli ecosistemi, degli animali e del lavoro.






