Abbiamo avuto il piacere di incontrare Silvia Ferrari a un suo evento, nel cuore di Milano. Un appuntamento concordato per le pagine di eco-à-porter, nato dal desiderio di esplorare da vicino un modello di business che sfida le logiche del fashion system. Sono passati più di dieci anni dal debutto di Mochila Milano by Silvia Ferrari. Nonostante questo, Silvia ci ha accolti con l’entusiasmo contagioso. Ha mostrato la trasparenza di chi protegge, giorno dopo giorno, una visione sincera del proprio lavoro.

Da buyer del lusso a Mochila Milano: una scelta di unicità e trasparenza
Il viaggio di Silvia inizia con una scelta di rottura: abbandonare la sua carriera da buyer di accessori nel settore del lusso industriale. Una decisione maturata per prendere le distanze da un sistema veloce e standardizzato. Voleva dedicarsi a un progetto che ricollocasse al centro l’anima, il valore umano e la sostenibilità. Da questa visione nasce Mochila Milano.
«La mia idea di sostenibilità si traduce nel produrre piccole collezioni, spesso composte da pezzi unici gestiti come continuativi, venduti tutto l’anno fino a esaurimento per evitare qualsiasi spreco. I riassortimenti avvengono solo quando lo stock è quasi terminato».
Dieci anni di slow fashion tra sostenibilità sociale e fair trade
Le abbiamo chiesto come sia possibile mantenere intatta una simile energia dopo oltre un decennio. Silvia non ha dubbi. La linfa vitale si rigenera spontaneamente ogni volta che un nuovo pezzo prende vita dagli intrecci delle artigiane colombiane. Per lei, questo non è semplicemente un marchio di moda, ma un atto di resistenza culturale e un manifesto di slow fashion concreto.
La sostenibilità di Mochila Milano non è una strategia di marketing o una certificazione di facciata. Si fonda su pilastri tangibili. Il primo è la sostenibilità sociale e l’etica del lavoro. Il brand ha costruito nel tempo una collaborazione paritaria con le comunità indigene della Colombia. Lavora in particolare con le donne della tribù Wayuu, seguendo i principi del commercio equo e solidale (fair trade). Questo garantisce un compenso dignitoso e stabile. In questo modo supporta l’indipendenza economica e sociale delle artigiane nella famiglia e nella comunità.

Il secondo pilastro è la durabilità e la tracciabilità. Viviamo in un’epoca dominata dal fast fashion e dall’usa e getta. In questo contesto ogni pezzo è concepito come un investimento a lungo termine, è un oggetto da custodire, indossare e tramandare.
«La moda etica è legata anche al tempo che viene dedicato a un oggetto, nel rispetto per chi lo ha realizzato e nella sua capacità di sfidare le stagioni».
L’arte della tessitura Wayuu: ritmo lento, simbolismo e zero emissioni
In lingua spagnola il termine mochila identifica comunemente una sacca o uno zaino. Nel contesto dell’artigianato colombiano, invece, assume un significato quasi spirituale. Le mochilas sono le tradizionali borse a secchiello. Vengono interamente realizzate a mano dalle donne della comunità indigena Wayuu, nella penisola desertica di La Guajira.
Per questo popolo, l’arte di intrecciare non è una mera mansione produttiva, ma una complessa manifestazione del proprio pensiero, delle proprie tradizioni e del proprio ciclo vitale. Questa tecnica viene tramandata di madre in figlia durante il rito di passaggio dell’encierro, la fase di isolamento che segna il passaggio all’età adulta. I complessi motivi geometrici che decorano le borse non hanno solo uno scopo ornamentale. Sono veri e propri simboli che raccontano la natura, la flora, la fauna e la visione del mondo del popolo Wayuu.

Ogni borsa richiede fino a 20 giorni di meticolosa lavorazione all’uncinetto. Viene creata dall’inizio alla fine da una singola artigiana. Questo ritmo rallentato, quasi meditativo, garantisce l’assoluta unicità di ciascun manufatto. Inoltre, combatte all’origine la sovrapproduzione.
«Sostenibilità significa anche rispetto per i ritmi umani: anziché imporre scadenze industriali, sono io per prima a riflettere sull’importanza del valore dei tempi di produzione delle artigiane».
La collezione TRAMAE: le fibre naturali incontrano il design metropolitano
Durante l’evento milanese, ha catturato la nostra attenzione è la splendida collezione TRAMAE. Si tratta di una linea che esprime perfettamente la continua ricerca di materiali naturali da parte del brand. Accanto alle iconiche borse in cotone, la linea TRAMAE introduce l’utilizzo di fibre vegetali naturali. La sfida del design è fare dialogare un materiale ancestrale e rustico, come le foglie di palma, con il gusto urbano e contemporaneo di Milano.

Silvia interviene sul processo creativo con estrema delicatezza. Seleziona palette cromatiche sofisticate e adatta le forme alle esigenze dinamiche della vita quotidiana. Si assicura così di non snaturare mai l’essenza dell’intreccio fatto a mano. Le borse cesto della linea TRAMAE incarnano una sintesi perfetta. La naturalezza della fibra vegetale si unisce infatti alla rigorosa estetica metropolitana.

Il valore delle relazioni umane e del fare comunità
Incontrare Silvia ci ha ricordato una cosa fondamentale. La moda etica ha bisogno di trasparenza e di relazioni umane. Il digitale rimanga uno strumento formidabile per fare rete. Tuttavia, accarezzare la consistenza delle fibre naturali e sentire la storia della loro provenienza restituisce un valore insostituibile. Comprendere l’impatto positivo di ogni acquisto arricchisce l’esperienza di consumo. In questo particolare periodo storico, fare questa scelta diventa un atto fondamentale. Significa rimettere al centro le persone, supportare le realtà più fragili e fare comunità.






