Eravamo ancora in pieno lockdown quando avevo affrontato, qui nel blog, l’argomento legato alle drastiche conseguenze da Covid sulle economie più povere del Pianeta, quelle dove la maggior parte dei marchi occidentali delocalizza la produzione. Avevo citato Simone Cipriani, funzionario Onu che per conto dell’International Trade Centre ha ideato ed è responsabile dell’ Ethical Fashion Initiative, programma che impiega i micro-artigiani delle aree più svantaggiate del mondo nelle produzioni dell’alta moda, le cui parole ora suonano come un triste presagio:

“mentre marchi e rivenditori nel mondo occidentale si affrettano a far fronte alle implicazioni commerciali della pandemia da Coronavirus e dell’imminente recessione, il tessuto sociale e umano di intere comunità in contesti meno fortunati è destinato a essere letteralmente spazzato via. Le cancellazioni degli ordini potrebbero far fermare le catene di approvvigionamento nei Paesi in via di sviluppo e le conseguenze allarmanti potrebbero essere aumenti della migrazione, del terrorismo, del traffico di esseri umani e di stupefacenti mentre la delicata struttura sociale di quelle comunità si lacererà”.

Perché ciò che sta succedendo è proprio questo: molti marchi occidentali hanno cancellato gli ordini senza pagarli e ora tanti imprenditori non solo si trovano i magazzini pieni di merci ma non hanno di che pagare i propri operai. Come Mostafiz Uddin, proprietario della Denim Expert Ltd, compagnia che produce denim a livello globale a Chittagong, in Bangladesh; in una recentissima intervista a The Guardian Mostafiz ha raccontato delle centinaia di scatole piene di jeans stipate contro le pareti e imballate fino al soffitto della sua fabbrica, scatole che contengono 38.000 paia di jeans Burton, del valore di oltre 200.000 sterline, pronte per la spedizione all’inizio di marzo.

Mostafiz Uddin – courtesy Denim Expert LTD

Il marchio Burton è, insieme a Topshop e Dorothy Perkins, di proprietà di Arcadia, la società gestita dal miliardario Sir Philip Green e difatti, insieme all’ordine dei jeans Burton, Mostafiz Uddin dichiara di aver speso altre 275.000 sterline in materiale per produrre jeans anche per Dorothy Perkins. Ma tra prodotto finito e materiale, non ha visto una sterlina. Tutto cancellato. In un giorno, con una mail.

Mostafiz è disperato; per i mesi di marzo, aprile e maggio ha già pagato gli stipendi ai propri dipendenti, nonché un ulteriore bonus tramite dei prestiti bancari, ma ad oggi non c’è più possibilità di ottenere altri aiuti e la fabbrica rischia il fallimento.

Si calcola che solo in Bangladesh, i marchi di moda abbiano annullato circa 2,5 miliardi di sterline di ordini in oltre 1.150 fabbriche e le conseguenze si possono solo immaginare.

La Campagna Abiti Puliti, coalizione italiana della Clean Clothes Campaign, è intervenuta sull’argomento schierandosi e sostenendo gli appelli lanciati dalle organizzazioni per i diritti dei lavoratori e dai sindacati, che esortano le aziende di abbigliamento a garantire che tutti i lavoratori delle proprie catene di fornitura ricevano il trattamento retributivo migliore fra il loro stipendio contrattuale e quello garantito dalla legge, inclusi i benefit. Quindi, no all’annullamento degli ordini, a ritardare la pianificazione di nuovi, a forzare sconti su merci già prodotte, perché così facendo le aziende portano i fornitori a non poter pagare i lavoratori, come sta succedendo al povero Mostafiz.

Da qui è nata la campagna #payup, che chiede a marchi come Topshop, Uniqlo, Urban Outfitters, solo per citarne alcuni, di assumersi le proprie responsabilità e pagare fornitori e operai; a questo link è possibile firmare la petizione per chiedere a marchi e distributori di moda in Italia e in tutto il mondo di assumere condotte responsabili nella gestione delle loro catene di fornitura. Io ho firmato e vi invito, cari miei lettori, a fare altrettanto.

E’ importante ricordare che la crisi legata al Covid ha colpito soprattutto le persone più deboli e se l’ha fatto qui, figurarsi nelle zone più povere del Pianeta, dove le condizioni di vita sono già precarie. Che la pandemia non diventi quindi un pretesto per violare i diritti di persone già fortemente discriminate per essere nate nelle zone più povere del mondo.

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