Dopo la pausa estiva volevo che l’Intervista del mese riprendesse dando un segnale chiaro e forte di speranza nel cambiamento; desideravo un ospite che con la sua esperienza e il suo know how ci desse motivo di credere che, nonostante il periodo complicato che tanti di noi stanno vivendo, con la volontà, l’impegno e una buona dose di ottimismo, è possibile rivolgere la barca verso venti favorevoli e trovare sempre buone ragioni per farlo.

Così ho chiamato Martina Rogato, una ragazza che ho scoperto in Instagram durante il periodo del lockdown; tenace ed entusiasta, Martina si descrive come “una Greta Thunberg senza treccine” e il suo lavoro è “accompagnare le aziende a essere più buone con ambiente e sociale”. Ma Martina è anche tante altre cose e ha una profonda conoscenza della sostenibilità in tutte le sue accezioni e soprattutto in quella sociale, dei diritti umani.

Martina al lavoro

Quindi quale migliore ospite per riprendere la nostra rubrica, che vuole essere essa stessa un approccio e insieme uno stimolo a guardare e ispirarsi a persone come noi, che hanno però deciso di cambiare il mondo?

Allora Martina, tu sei e fai un sacco di cose! Ti va di raccontarmi il tuo percorso formativo e come sei arrivata a occupare ruoli così importanti alla tua giovane età, all’estero sarebbe normale ma da noi è sempre un’eccezione. Così puoi dare qualche indicazione a chi studia ancora ed è interessato a seguire una strada simile alla tua. E poi a noi piacciono le storie!

Grazie per la domanda Barbara! Ho 36 anni e mi occupo di sostenibilità da 11 e credo che lo studio appassionato e l’intraprendenza abbiano guidato il mio percorso formativo. Ho studiato relazioni internazionali a Roma ma da buona iperattiva, ho sempre scalpitato tra i banchi e quindi sempre affiancato le lezioni tout court a stage e volontariato per imparare anche cose pratiche. In quegli anni ho iniziato il mio percorso di attivismo in Amnesty International, una vera e propria palestra di vita e organizzazione che per prima in Italia ha introdotto il tema della corporate accountability e responsibility. Grazie ad Amnesty ho studiato a fondo il tema e aiutato la sezione italiana a creare contenuti in materia. E siccome ero piuttosto spigliata, la sezione ha progressivamente iniziato a mandarmi in giro per convegni e conferenze. Nel mio percorso ho conseguito due tesi sul tema della sostenibilità e siccome in quegli anni era difficile anche fare una semplice esperienza di stage sulla Corporate Social Responsability (CSR) in azienda ho iniziato a collaborare ad attività di ricerca sullo sviluppo sostenibile con la mia docente di tesi. Questa esperienza mi ha portato anche in Commissione europea a Bruxelles per supportare la Direzione Generale Imprese a svolgere un approfondimento sulla CSR in Cina. Successivamente, grazie ad un master sul Green Management in Bocconi, mi si sono aperte le porte della consulenza. Il mio attivismo per Amnesty si è protratto fino al 2016, quando, con alcuni amici abbiamo creato Human Rights International Corner, la nostra organizzazione verticale sul tema della condotta delle imprese per i diritti umani.

Bel percorso, complimenti! Sei anche creatrice, insieme ad altre coetanee, di Young Women Network (YWN). Ci spieghi di cosa si tratta?

Ho fondato Young Women Network (YWN) insieme a quattro amiche; si tratta della prima organizzazione non profit in Italia impegnata nell’empowerment delle giovani donne. Oggi siamo un gruppo di 40 volontarie e 400 associate e ci occupiamo di 4 macro-attività: promozione del networking professionale, formazione sulle soft skill (corsi su public speaking, negoziazione, confidenza di sé); percorsi di mentoring e infine advocacy per proporre alle istituzioni iniziative concrete per superare il divario di genere e di generazione.

Martina in rosso nel suo gruppo di Young Women Network

E, ancora, sei la più giovane delegata di Women20 (engagement group del G20 dedicato alla parità di genere); in cosa consiste il tuo ruolo e quali battaglie porti avanti, in quali ambiti?

Sono entrata nella delegazione italiana di Women20 (W20) nel 2019, che oggi ho il piacere di coordinare assieme alla mia Co-Head, Elvira Marasco. W20 è costituito da un gruppo di esperte sulla parità di genere e rappresentanti della società civile e ogni nazione dei 20 paesi del Vertice ha la propria delegazione. Il nostro compito è di elaborare delle raccomandazioni per il Vertice G20 sulla gender equity. I temi principali del G20 che quest’anno si terrà in Arabia Saudita sono: donne nell’imprenditoria e nella finanza, parità di genere digitale e inclusione nel decision making. Il primo dicembre l’Italia accoglierà il testimone saudita per il G20 del 2021 a Roma e io assumerò l’incarico di W20 sherpa. Il nome ‘sherpa’ rimanda originariamente alle guide tibetane il cui compito è quello di guidare le persone dalle pendici al vertice dell’Himalaya. Generalmente il compito degli sherpa è quello di guidare il Vertice nel definire i contenuti e i temi da portare avanti. Assieme alle mie colleghe, ascolteremo la società civile e i portatori di interesse e identificheremo i temi di parità più rilevanti da sottoporre al G20.

Compito di grande responsabilità, brava Martina. Riallacciandomi alla domanda precedente, credo che ‘sostenibilità’ oggi significhi anche dare voce e sostegno alle lavoratrici più svantaggiate che con l’emergenza Covid hanno sicuramente subito un peggioramento delle loro già precarie condizioni lavorative (mi riferisco al settore tessile/moda perché questo è il nostro ambito). Quali interventi a tuo avviso andrebbero fatti per migliorare la loro situazione?

Con le colleghe di W20 abbiamo ampiamente affrontato il problema dell’impatto del Covid sulle donne. E numerose associazioni, come Clean Clothes Campaign, si sono occupate dei lavoratori nella filiera del tessile, tra ordini cancellati e non saldati benché i capi fossero stati prodotti, e stipendi non pagati. Il Covid ci conferma che è il momento di cambiare il paradigma della moda, il consumo sfrenato non è sostenibile in termini ambientali e sociali ed è solo cambiando il mindset dei consumatori che potremo influenzare il sistema. Educazione in primis e poi intervento delle istituzioni per chiedere maggiore trasparenza e tracciabilità dei prodotti. Ritengo inoltre che il lavoro di audit oggi svolto dagli enti certificatori non debba essere sostenuto economicamente dalle aziende ma serva un ente terzo super partes che abbia il compito di effettuare i controlli.

Se non sbaglio tu aiuti e accompagni le aziende in diversi settori a intraprendere percorsi di sostenibilità; quali sono gli aspetti in cui riscontri le maggiori difficoltà/resistenze? E quali i più semplici o, diciamo, i meno complicati?

Il nostro settore è veramente variegato, ci sono aziende con il dna sostenibile che vogliono fare davvero la differenza nel business e altre che invece pensano ancora che basti utilizzare una fibra naturale o sostenere una causa sociale per adottare un approccio di sostenibilità. La sostenibilità è un approccio di management, significa prima riguardare il proprio ciclo di produzione e interrogarsi su eventuali impatti sociali e ambientali e poi prendere provvedimenti e misure a riguardo. È un processo di implementazione continua. Altro tabù è quello relativo ai costi. La sostenibilità è anche un’ottimizzazione dei processi e dell’uso delle risorse per evitare gli sprechi. E anche quando nel breve è un costo in innovazione e/o ricerca, poi ritorna come investimento di posizionamento nel lungo periodo.

Sostenibilità’ è un termine davvero vasto, che può volere dire tante cose: se dovessi sostituirlo con tre parole, quali useresti e perché?

La sostenibilità come ‘pratica di management’ o ‘cambiamento di mindset’.

Grazie Martina e ancora complimenti per il tuo impegno e percorso. Come avrete notato non ho chiesto a Martina la ‘nomination’ del prossimo ospite; d’ora in poi l’intervistato del mese sarà davvero a sorpresa, così togliamo anche ai nostri ospiti l’incombenza della ‘nomination’ a tutti i costi.

Chi sarà quindi l’ospite di ottobre? Lo scoprirete solo vivendo 😉

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