Formentera è una terra di contrasti, un equilibrio tra pirati, contadini e sognatori. Un rifugio di terra, piante e silenzi dove la creatività di Simona Colzi non viene forzata, ma scorre spontanea, guidata esclusivamente dal ritmo delle stagioni. Per chi fa dell’eco-printing e della stampa botanica non solo un mestiere, ma una filosofia di vita, non esiste un luogo migliore. La scelta dell’artista di vivere e lavorare qui non è casuale. L’isola è la sua vera fonte di ispirazione, soprattutto per lo stato d’animo che riesce a trasmetterle:
«È un posto dove mi sano, dove riesco a stare più connessa con me stessa e quindi tutto il resto fluisce molto più facilmente».

Abbiamo fatto una chiacchierata intima e sincera con lei per farci raccontare cosa si nasconde dietro le sue creazioni, sospese tra arte, natura e rispetto per il tempo.
Entrare da Sabi, l’atelier di Simona, significa varcare la soglia di un microcosmo dove ogni singolo dettaglio profuma di isola, artigianato e memoria. Non è una semplice boutique, ma un’estensione tridimensionale della sua arte, un luogo in cui il concetto di upcycling tessile e di economia circolare prende vita sotto forme inaspettate.
Nel suo spazio, ogni oggetto racconta una storia di rinascita: le tende dei camerini sono antiche lenzuola d’epoca, salvate dall’oblio e trasformate grazie alla tecnica della stampa botanica; i paralumi che illuminano l’ambiente sono realizzati con vecchi centrini della nonna recuperati.

Tutto, dalle pareti ai più piccoli dettagli, parla del suo lavoro, preparando il visitatore a comprendere il valore profondo di ciò che sta per indossare. E poi ci sono gli abiti, i veri protagonisti, impalpabili ed eterei. I kimono, concepiti come veri e propri quadri botanici da indossare, e poi gli slip dress semplici e geometrici. La produzione è ridotta e locale: in parte viene realizzata a Formentera con l’aiuto di una sarta dell’isola, in parte in un piccolo laboratorio artigianale vicino a Barcellona, e in parte recuperando abiti preesistenti attraverso l’upcycling. I colori? Dimenticate i toni accesi o le tinte stridenti della chimica industriale. La tavolozza è interamente legata alla terra: sfumature calde, polverose e naturali che trasmettono quiete. Ma oltre al colore, è la forma a dettare legge nel suo processo:
«Ciò che mi ispira è la forma delle foglie. Quando stampo osservo molto la sinuosità della pianta e cerco proprio di riprodurla così com’è, nella sua forma naturale, senza forzature».
L’approccio di Simona all’eco-printing è spiccatamente artistico e istintivo. Lungi dal seguire ricette rigide, pesare meticolosamente le piante o misurare l’acqua come in un processo puramente industriale, la creazione qui si affida all’imprevedibilità della natura. I colori avanzati si mescolano con i successivi, e il risultato finale è sempre sorprendente. Ogni pezzo che viene realizzato è unico e irripetibile. Persino la stessa pianta, raccolta nello stesso punto dell’isola ma in anni diversi, reagisce al processo di stampa in modo differente a seconda delle piogge o del clima. L’eucalipto, ad esempio, a volte regala sorprese incredibili, trasferendo sulle fibre un arancione vivo e infuocato, impossibile da replicare artificialmente.

Nel mondo della moda contemporanea si fa un gran parlare di eco-compatibilità, ma spesso si scivola nel greenwashing. La visione di Simona è molto più pragmatica, trasparente e onesta:
«Non sono perfetta, neanche pretendo di esserlo, e neanche io mi sento di incasellarmi. Non definisco il mio prodotto ecosostenibile o eco-fashion…per me queste sono tutte etichette».

Il suo rispetto per l’ambiente si traduce in azioni concrete e quotidiane. La prima regola è non raccogliere mai piante rare o protette. Preferisce specie abbondanti o infestanti, come l’eucalipto o il finocchietto selvatico, riducendo a zero l’impatto sulla biodiversità.
L’acqua su questa tipologia di isola è un bene prezioso, ottenuto per desalinizzazione, pertanto, le acque grigie e l’acqua di scarto dei processi di tintura vengo riutilizzate per bagnare le piante. Inoltre, nella sua casa-laboratorio è bandito l’uso di acqua potabile per gli scarichi – una scelta di forte responsabilità. La seta utilizzata da Simona non nasce come cruelty-free, ma proviene al 90% da tessuti di fine stock (deadstock). Acquistare rimanenze di magazzino e stock invenduti è una scelta di recupero circolare che evita l’immissione di nuova domanda sul mercato della seta vergine, nobilitando materiali preziosi già esistenti.
Ciò che emerge alla fine della nostra chiacchierata è che il dialogo tra il lavoro di Simona Colzi e i ritmi frenetici del fashion system semplicemente non esiste.
«Io non dialogo con la moda. Odio usare la parola collezione, perché i miei capi sono atemporali. Per me è tornare come ai vecchi tempi, quando le persone compravano il vestito buono, confezionato per durare».
Una filosofia tanto semplice quanto rivoluzionaria che ridefinisce il concetto di moda consapevole: seguire la natura e ignorare le tendenze.






