Simona Colzi: l’arte dell’eco-printing a Formentera

Macro di un abito di Simona Colzi

Formentera è una terra di contrasti, un equilibrio tra pirati, contadini e sognatori. Un rifugio di terra, piante e silenzi dove la creatività di Simona Colzi non viene forzata, ma scorre spontanea, guidata esclusivamente dal ritmo delle stagioni. Per chi fa dell’eco-printing e della stampa botanica non solo un mestiere, ma una filosofia di vita, non esiste un luogo migliore. La scelta dell’artista di vivere e lavorare qui non è casuale. L’isola è la sua vera fonte di ispirazione, soprattutto per lo stato d’animo che riesce a trasmetterle:

«È un posto dove mi sano, dove riesco a stare più connessa con me stessa e quindi tutto il resto fluisce molto più facilmente».

Simona Colzi in un campo di fiori
Ph. Marina Nunñoz Fortuny

Abbiamo fatto una chiacchierata intima e sincera con lei per farci raccontare cosa si nasconde dietro le sue creazioni, sospese tra arte, natura e rispetto per il tempo.

Entrare da Sabi, l’atelier di Simona, significa varcare la soglia di un microcosmo dove ogni singolo dettaglio profuma di isola, artigianato e memoria. Non è una semplice boutique, ma un’estensione tridimensionale della sua arte, un luogo in cui il concetto di upcycling tessile e di economia circolare prende vita sotto forme inaspettate.

Nel suo spazio, ogni oggetto racconta una storia di rinascita: le tende dei camerini sono antiche lenzuola d’epoca, salvate dall’oblio e trasformate grazie alla tecnica della stampa botanica; i paralumi che illuminano l’ambiente sono realizzati con vecchi centrini della nonna recuperati.

Abito Simona Colzi
Ph. Marina Nunñoz Fortuny

Tutto, dalle pareti ai più piccoli dettagli, parla del suo lavoro, preparando il visitatore a comprendere il valore profondo di ciò che sta per indossare. E poi ci sono gli abiti, i veri protagonisti, impalpabili ed eterei. I kimono, concepiti come veri e propri quadri botanici da indossare, e poi gli slip dress semplici e geometrici. La produzione è ridotta e locale: in parte viene realizzata a Formentera con l’aiuto di una sarta dell’isola, in parte in un piccolo laboratorio artigianale vicino a Barcellona, e in parte recuperando abiti preesistenti attraverso l’upcycling. I colori? Dimenticate i toni accesi o le tinte stridenti della chimica industriale. La tavolozza è interamente legata alla terra: sfumature calde, polverose e naturali che trasmettono quiete. Ma oltre al colore, è la forma a dettare legge nel suo processo:

«Ciò che mi ispira è la forma delle foglie. Quando stampo osservo molto la sinuosità della pianta e cerco proprio di riprodurla così com’è, nella sua forma naturale, senza forzature».

L’approccio di Simona all’eco-printing è spiccatamente artistico e istintivo. Lungi dal seguire ricette rigide, pesare meticolosamente le piante o misurare l’acqua come in un processo puramente industriale, la creazione qui si affida all’imprevedibilità della natura. I colori avanzati si mescolano con i successivi, e il risultato finale è sempre sorprendente. Ogni pezzo che viene realizzato è unico e irripetibile. Persino la stessa pianta, raccolta nello stesso punto dell’isola ma in anni diversi, reagisce al processo di stampa in modo differente a seconda delle piogge o del clima. L’eucalipto, ad esempio, a volte regala sorprese incredibili, trasferendo sulle fibre un arancione vivo e infuocato, impossibile da replicare artificialmente.

Il processo creativo di Simona Colzi
Ph. Marina Nunñoz Fortuny

Nel mondo della moda contemporanea si fa un gran parlare di eco-compatibilità, ma spesso si scivola nel greenwashing. La visione di Simona è molto più pragmatica, trasparente e onesta:

«Non sono perfetta, neanche pretendo di esserlo, e neanche io mi sento di incasellarmi. Non definisco il mio prodotto ecosostenibile o eco-fashion…per me queste sono tutte etichette».

Simona Colzi nel suo atelier
Ph. Marina Nunñoz Fortuny

Il suo rispetto per l’ambiente si traduce in azioni concrete e quotidiane. La prima regola è non raccogliere mai piante rare o protette. Preferisce specie abbondanti o infestanti, come l’eucalipto o il finocchietto selvatico, riducendo a zero l’impatto sulla biodiversità.

L’acqua su questa tipologia di isola è un bene prezioso, ottenuto per desalinizzazione, pertanto, le acque grigie e l’acqua di scarto dei processi di tintura vengo riutilizzate per bagnare le piante. Inoltre, nella sua casa-laboratorio è bandito l’uso di acqua potabile per gli scarichi – una scelta di forte responsabilità. La seta utilizzata da Simona non nasce come cruelty-free, ma proviene al 90% da tessuti di fine stock (deadstock). Acquistare rimanenze di magazzino e stock invenduti è una scelta di recupero circolare che evita l’immissione di nuova domanda sul mercato della seta vergine, nobilitando materiali preziosi già esistenti.

Ciò che emerge alla fine della nostra chiacchierata è che il dialogo tra il lavoro di Simona Colzi e i ritmi frenetici del fashion system semplicemente non esiste.

«Io non dialogo con la moda. Odio usare la parola collezione, perché i miei capi sono atemporali. Per me è tornare come ai vecchi tempi, quando le persone compravano il vestito buono, confezionato per durare».

Una filosofia tanto semplice quanto rivoluzionaria che ridefinisce il concetto di moda consapevole: seguire la natura e ignorare le tendenze.

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