“Non ricordo un inizio d’anno in cui non abbia fatto buoni propositi. Dormi di più, bevi più acqua, bevi meno alcol, mangia più frutta, impara lo spagnolo. Ma c’è stata solo una promessa cui sono riuscita a tenere fede per più di qualche settimana, e forse l’unica che mi ha abbia davvero fatta sentire meglio con me stessa anziché peggio: rompere con la moda low cost”.

Inizia così l’articolo su ‘The Guardian’ di Lauren Bravo, giornalista e scrittrice inglese che ha testimoniato la sua astinenza da acquisti compulsivi nel libro ‘How To Break Up With Fast Fashion: A guilt-free guide to changing the way you shop – for good’ (‘Come rompere con il fast fashion: una guida senza sensi di colpa per cambiare il modo in cui acquisti – per sempre’).

Lauren Bravo by Pablo Strong

Niente abiti ne accessori nuovi per un anno. Ammessi acquisti nei negozi vintage e di seconda mano ma con un approccio molto diverso da quello messo in atto nelle vie principali dello shopping, dove entrare in una qualunque catena dà quasi automaticamente per scontato che si uscirà con qualche acquisto, mentre nel negozio dell’usato impari a gestire le tue aspettative e a uscirne anche a mani vuote, perché sai, per esempio, che non troverai tutte le taglie o il modello che ti sta bene o il colore che ti piace. E il senso di sconfitta da mancanza di shopping è molto attenuato.

Ci avevate mai pensato a questa cosa ovvero della pressione psicologica che involontariamente subiamo quando entriamo in questi templi dello shopping multi-piano? Trovare tutto ciò che (non) serve, sentire di averne assolutamente bisogno e nello stesso tempo rendersi conto che se non ce lo porteremo a casa la giornata andrà male.

Lauren Bravo racconta le ragioni della propria scelta in modo molto personale, andando oltre le solite e comunque più che giustificate motivazioni legate al boicottaggio del fast fashion: la sovrapproduzione, l’inquinamento da iper-produzione e anche da smaltimento, i diritti dei lavoratori calpestati, la scarsa qualità dei materiali.

Come quando scrive che ha sempre saputo di odiare i camerini, ma che è stato solo da quando ha smesso di fare shopping che si è resa conto di quanto disprezzo di sé si nascondesse dietro quelle tende. “Il fast fashion mi ha fatto sentire come se non ci riuscissi, ogni volta che la zip non scorreva o i bottoni restavano aperti o il vestito che appariva bello e chic sul manichino sembrasse brutto e strano su di me. Ho dato la colpa a me stessa, al mio corpo, quando in realtà – e sono furiosa, mi ci sono voluti 31 anni per capirlo – sono gli abiti che dovrebbero fare il provino per te. Non viceversa”.

La copertina del libro di Lauren Bravo

Lauren Bravo passa poi a elencare alcuni trucchi adottati per utilizzare più volte e in modo diverso gli abiti già posseduti, tra cui la stratificazione (stile che io adoro e che oltretutto va molto di moda, per chi un occhio alle tendenze ce lo butta sempre): camicie sotto maglioni a maniche corte, felpe sopra abiti sopra jeans e così via.

E poi continua: “come molti guru del settore ti diranno, i vincoli forzano la creatività. E quando limiti le tue opzioni di acquisto, ti ritrovi invece a inventare nuovi strumenti. A volte la super-colla, a volte le forbici. Le mie capacità di cucito sono arrugginite dai tempi d’oro dei GCSE Textiles (corsi scolastici di cucito e affini), ma da quando ho smesso di fare shopping, ho iniziato ad armeggiare di più. Faccio un orlo, cambio uno scollo”.

Un altro consiglio: “ignora chiunque ti dica di sbarazzarti di tutto ciò che non hai indossato in un anno. La moda è ciclica – dai, lo sappiamo – e non appena hai portato una vecchia stanca tendenza al negozio di beneficenza, Vogue la dichiarerà improvvisamente di nuovo cool”. E poi cita Fashion Revolution quando afferma che ‘la cosa più sostenibile è quella che possiedi già’.”

Detto da una giornalista di moda poi! Lauren Bravo va avanti a svelare altri trucchi e alternative al fast fashion, come ripetere gli outfit di successo o fare scambio di abiti con gli amici. Ma certo, di possibilità ce ne sono e danno altrettanta se non maggiore soddisfazione di un acquisto compulsivo. Stimolano la fantasia, creano legami e ci fanno sentire più orgogliosi di noi e delle nostre scelte. Vi sembra poco?

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