28 / Febbraio / 2021
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Le storie, come gli abiti, sono fatte di ‘Trame di Stile’

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Più entro in contatto con realtà legate alla moda sostenibile, piccole o grandi esse siano, più mi rendo conto che, oltre a quei criteri imprescindibili per cui un prodotto può essere considerato etico, c’è una peculiarità che lo identifica e identifica il marchio o il designer che c’è dietro: il vissuto.

Per questo a noi di eco-à-porter piacciono così tanto le storie, perché sono quelle che ci raccontano meglio un brand sostenibile: la mamma o la nonna sarte che tramandano a figli/e e nipoti l’arte del fatto a mano, della precisione, del rammendo, l’amore coltivato fin dall’infanzia per la natura e gli animali che portano a fare scelte cruelty-free e rispettose dell’ambiente, un viaggio che fa scoprire antiche tradizioni, tessuti naturali, l’artigianato locale. Il capo o l’accessorio che diventano così espressione di quel vissuto, di quelle esperienze, acquisendo così un valore aggiunto.

Anche Trame di Stile è nato da una storia (e forse non è un caso che ci sia all’interno la parola ‘trame’), quella di un’imprenditrice di successo, Claudia Aureli, dottore commercialista, che dal settore in cui opera, quello alimentare, in cui già applica i principi legati alla cura e al benessere del corpo ovvero ‘ci si cura partendo dal cibo’, si sposta su quello della moda, spinta dal desiderio di esplorare altre modalità di espressione del proprio essere e dei propri punti di vista.

Il logo di Trame di Stile

Così, nel 2017 Claudia, già appassionata di tessuti e filati naturali e interessata alla canapa, mette in contatto un gruppo di persone incontrate casualmente, che investe proprio nella coltivazione di questa pianta in Romagna, con Mauro Vismara, titolare dell’azienda tessile milanese Maeko Tessuti, con il progetto di riportare ai vertici una filiera tutta italiana della canapa. Da cosa nasce cosa e nei tre anni successivi, il progetto legato alla canapa si intreccia con quello della nascita del brand Trame di Stile, con un logo che già condensa in sé lo spirito del marchio: un intreccio di filati nella tonalità del Terra di Siena bruciata, colore che esprime amore e rispetto, oltre che per la Terra come Pianeta, anche per la terra come terreno, fonte di sostentamento e di vita.

Dall’intreccio dei filati, ottenuti con i prodotti della terra, Trame di stile realizza i propri capi; canapa, ortica e cotone biologico sono i materiali attorno cui è costruita la collezione, tessuti vegetali caratterizzati da proprietà traspiranti, antimicrobiche, anti-raggi UV e termo-regolatrici, tinti con tonalità che vanno dai colori tenui e naturali di canapa e ortica all’ocra e indaco, carichi della terra, degli astri, del cosmo, al nero, vigoroso e totale.

Il tutto su linee fluide, che accarezzano gentilmente il corpo, bluse e cardigan morbidi, abiti ampi, pantaloni palazzo, su cui spicca la cura per il dettaglio che si traduce in arricciature delicate, ruche, volant, bande a contrasto come nel blazer doppiopetto in stile marinaro realizzato in canapa (immagine di copertina).

E così Claudia, con il suo brand tutto naturale, ha trovato il modo di esprimere se stessa nel modo in cui desiderava, con abiti che la rispecchiassero, che fossero in linea con i suoi principi e la sua personalità e insieme che avessero la capacità di rievocare quei tempi in cui un abito era per sempre, non si rovinava, non si scoloriva, semmai acquistava ulteriore valore con il passare del tempo.

Un passo indietro che rappresenta in realtà un passo avanti attento e consapevole, segno di stabilità e solidità in tempi che sembrano sempre più precari e fuggevoli. Teniamoci strette le nostre storie, che definiscono il nostro stile.

Tutte le immagini courtesy Trame di Stile

Id-Eight, pop coreano e made in Italy per sneaker sostenibili

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Devo avervi già raccontato di come, in mezzo alle difficoltà e all’angoscia per la situazione che stavamo vivendo, il periodo del lockdown (tra un po’ sarà già trascorso un anno!) abbia rappresentato per me un momento straordinariamente creativo, basti pensare alla challenge lanciata proprio in quei giorni.

Ancora più connessa ai social, poi, ho avuto modo di conoscere nuove realtà sostenibili che vedevano nella rete e soprattutto in Instagram, un buon modo di presentarsi tramite video call e webinar; di alcune di queste realtà ho già parlato, oggi ve ne presento un’altra, relativa al mondo della calzatura.

Si tratta di Id-Eight, marchio di sneaker sostenibili, cruelty-free e interamente made in Italy nato nel 2020 dallo stilista sud-coreano Dong Seon Lee e dalla product manager Giuliana Borzillo, duo creativo nella vita e nel lavoro. Brand freschissimo, quindi, che questa settimana, esattamente il 13 febbraio, festeggia il suo primo compleanno con incontri, corsi e dirette sulla moda sostenibile via Instagram e Facebook.

Il duo creativo Giuliana Borzillo e Dong Seon Lee

Giuliana e Dong Seon arrivano alla progettazione di queste sneaker dopo anni di formazione ed esperienza nel mondo della calzatura, consapevoli delle problematiche ambientali che affliggono il settore; il loro intento è quello di tracciare una strada di cambiamento positivo nel mondo della moda italiana progettando una start-up che, con approccio rivoluzionario, affronti lo spreco delle risorse e offra alternative produttive più sostenibili.

Il fatto che il marchio sia nato a ridosso della pandemia, non è stato sicuramente un fattore positivo dal punto di vista delle vendite ma Giuliana mi dice che “la situazione generale ha anche riportato le persone a un contatto più reale e autentico con la quotidianità, il che ha favorito una riflessione sul nostro modo di vivere e sull’impatto delle nostre scelte sul mondo e sulla società in cui viviamo. Ciò ha riavvicinato molto i consumatori a concetti come artigianalità, Made in Italy, sostenibilità e produzione lenta; c’è stata più voglia di informarsi e capire chi e cosa c’è dietro a un brand e di questo siamo molto felici, perché vuol dire che si stanno creando i presupposti per un sistema moda più etico e sostenibile per tutti”.

Id-Eight nasce come unione di ‘Id’, identità, coerenza, visione chiara del mondo e di Eight, otto, numero della circolarità e del ritorno. La mente va subito al concetto di economia circolare, di riuso, di qualcosa che ritorna, come i materiali per realizzare le sneaker, derivanti dalla trasformazione degli scarti della frutta: la pelle-mela e Vegea, che nascono dalla bio-polimerizzazione delle bucce di mela e delle vinacce cedute dalle aziende italiane, mentre Piñatex si ricava dalle foglie di ananas coltivati eticamente nelle Filippine. A questi si aggiungono l’uso del cotone riciclato e biologico certificato Gots per la fodera interna e del poliestere riciclato per i lacci e per gli inserti in lycra e mesh.

Le sneaker Id-Eight

Anche la struttura della collezione segue i principi dello slow fashion: un’unica linea pensata per uomo e donna, senza stagionalità, disancorata da logiche produttive banalizzanti e da ritmi forsennati, libera di evolvere seguendo l’estro creativo e la costante ricerca di nuovi sviluppi nel tessile sostenibile.

Hana e Duri sono i nomi dei modelli, il primo con suola runner, grintoso e sportivo, il secondo con suola a cassetta, da combinare allo stile urban. Un’essenzialità non aliena dal gusto per le tendenze, che si riverbera nel bianco e nero scelto per il logo e a cui si contrappone, nei modelli più eccentrici, l’esplosiva audacia dei colori fluo.

Nei modelli è fortemente impresso il background del designer Dong Seon Lee, cresciuto in Corea del Sud negli anni ’90, epoca dei primi fenomeni culturali legati alla musica K-pop (il pop coreano) e ai videogiochi, con l’aggiunta di suggestioni metropolitane che si traducono in colori neon e texture all’avanguardia. Hana Fluo è infatti il primo modello nato dall’estro dello stilista, che ha voluto coniugare un look urbano con l’estetica unisex e fluo.

Il modello Hana Fluo

Infine, il packaging del prodotto vuole dimostrare ancora una volta che la moda può diventare una pratica collettiva potente, capace di diffondere comportamenti virtuosi e consapevoli nella quotidianità. All’interno di ogni scatola di cartone riciclato, spedita con involucro 100% riciclabile, c’è infatti una bomba di semi, da piantare sul terrazzo, in giardino o in un’area spoglia della città, per attirare le api e contribuire alla crescita della biodiversità.

Immagini courtesy @Id-Eight

Dalle Ande all’Italia: l’incanto di un filo d’alpaca

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Comincio il mese di febbraio con un’altra bella storia che, come tutte le storie raccontate da eco-à-porter, ha la caratteristica di un’illuminazione, di un’epifania lungo un percorso più o meno prestabilito. Protagonista Valerie Cesaratto, nata in Francia da genitori italiani (friulani), un lavoro nell’ambito commerciale che prosegue anche quando si trasferisce in Italia e che conclude a causa del fallimento dell’azienda di cui è dipendente.

Segue un viaggio in Perù con il compagno, quei viaggi di piacere che si fanno spinti dal bisogno di staccare per fare contemporaneamente il punto: “partiti da Venezia diretti a Lima, ci siamo presto mossi verso Cuzco per scoprire la Valle Sacra degli Incas. Ci siamo fermati lì per una settimana. Alloggiavamo a Urubamba, una località a 2800 metri sul livello del mare; da lì abbiamo girato i paesini di Chinchero, un luogo speciale per l’artigianato tessile dove ho potuto ammirare il loro modo di lavare e tingere tutto in maniera naturale, cardare la lana di pecora e alpaca a mano e dove ho scoperto la fantastica fibra di baby alpaca, poco conosciuta e diffusa in Italia”. Valerie resta incantata dalla morbidezza e leggerezza di questa fibra, “una meravigliosa sensazione sulla pelle”.

Un gregge di alpaca

L’incanto di Valerie per la fibra di baby alpaca, che non identifica il pelo del cucciolo, come si potrebbe pensare, ma la particolare finezza, la convince a buttarsi in una “pazza avventura imprenditoriale”: in quel momento è senza lavoro e forse è il momento giusto per iniziare qualcosa di nuovo.

E’ così che nel 2018, attraverso una campagna di crowdfunding, nasce Inkanti, marchio che vuole unire la preziosità della fibra con l’unicità dello stile italiano e che vuole farlo in modo etico, coinvolgendo le comunità del luogo dove la lana è prodotta. Il pensiero di Valerie è infatti quello che il miglior modo di sostenere e aiutare un’economia locale a crescere sia attraverso il proprio lavoro e così inizia un’avventura che, attraverso un filo d’alpaca, unisce le Ande all’Italia.

Lo stile e il design dei capi e degli accessori di Inkanti sono concepiti da Valerie e la giovane designer Alessia in Italia per poi essere lavorati artigianalmente dai maestri peruviani nelle loro terre d’origine, autentici custodi dell’arte della tosatura e della lavorazione della lana di alpaca, che è una fibra naturale. “La grande tradizione artigianale peruviana della maglieria è la storia di Uomini e Donne, racconta Valerie, e per noi è fondamentale rispettare il loro lavoro, senza sfruttamento, poiché il lavoro è dignità e va remunerato al giusto prezzo. In questo modo, quando si acquista un capo Inkanti, si ha la consapevolezza che una parte del suo prezzo sia servito a contribuire concretamente allo sviluppo di queste comunità, creando società più prospere”.

Con il suo marchio Valerie Cesaratto abbraccia il movimento di Fashion Revolution, cercando in trasparenza e responsabilità di mostrare chi c’è dietro la realizzazione delle proprie collezioni:

Capospalla, ponchi e mantelle, abiti, maglieria e accessori hanno linee essenziali, risultano morbidi e avvolgenti e sono caratterizzati da tonalità naturali che vanno dal bianco al crema, dal marrone al grigio al nero, tante quante sono le sfumature del manto degli alpaca, 22 riconosciute ufficialmente ma ben il doppio, 44, se si considerano quelle intermedie.

Contrariamente a un ritmo di lancio regolare e stagionale, agli antipodi di una moda prodotta e consumata rapidamente, Inkanti trova la sua ragion d’essere nella proposta di abiti senza tempo, che trascendono le stagioni, mettendo in risalto la qualità e non la quantità e cercando così di sensibilizzare le persone a diventare più consapevoli nei loro acquisti.

La moda in 3D di Danit Peleg

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Scusate l’assenza, sto lavorando ad altri articoli e progetti e purtroppo non sono ancora una e trina ma oggi che ho un po’ di tempo voglio condividere con voi una bella scoperta che ho fatto durante le ricerche per uno dei pezzi che vi dicevo un attimo fa.

Preparando un articolo sulla stampa 3D nel settore del fashion, mi sono imbattuta nella designer israeliana Danit Peleg, pioniera della moda stampata in 3D, prima stilista al mondo, nel 2015, a creare un’intera collezione utilizzando stampanti domestiche 3D per il suo progetto di laurea presso lo Shenkar College of Engineering and Design a Ramat Gan, nel distretto di Tel Aviv. L’anno dopo è stata invitata dai Giochi Paralimpici a disegnare un abito stampato in 3D per Amy Purdy, una ballerina amputata a due gambe, che si è esibita alla cerimonia di apertura, fino a essere nominata dalla BBC nel 2019 una delle cento donne più influenti al mondo.

Amy Purdy con l’abito 3D di Danit Peleg – photo credits Marina Ribas

La designer vede nella stampa 3D, non solo uno strumento per offrire nuove opportunità nella moda e ispirare i giovani creativi, ma anche e soprattutto una tecnologia che possa ridurre drasticamente i rifiuti e l’inquinamento, fornendo un’alternativa sostenibile per il futuro in un settore tra i più impattanti. “Immagina un mondo, racconta Danit Peleg, in cui le persone acquistano file digitali di abiti stampati in 3D, li scaricano e li realizzano a casa, su misura, senza produrre rifiuti”. Perciò lei e il suo team lavorano incessantemente, sia per migliorare la qualità dei materiali disponibili, assicurandosi che assomiglino a tessuti esistenti di alta qualità, come la seta e il lino, sia collaborando con le aziende di stampanti 3D per rendere il processo creativo più fluido possibile.

Ma com’è cominciata l’avventura di Danit? Con uno stage a New York, dove ha lavorato per una casa di moda, aiutandoli nella realizzazione della loro collezione 3D, una vera impresa, perché utilizzavano grandi stampanti industriali e la situazione era molto stressante, perché ogni abito costava circa 20.000 dollari e si trattava più che altro di abiti-scultura composti in una plastica fragile che si rompeva a ogni movimento delle modelle. Tornata in Israele, Danit riceve da un amico una collana fatta con una stampante 3D e le viene l’illuminazione: se con una stampante casalinga si può stampare una collana, perché non un abito?

Il percorso della designer, dopo la collezione realizzata per la tesi di laurea, prosegue tra ricerca incessante e creazione di altre collezioni, quasi sempre ispirate all’arte classica, come ‘The Birth of Venus’, la seconda collezione, in cui è incluso anche l’outfit di cui parlavo prima per la ballerina paralimpica Amy Purdy e una giacca che è disponibile sul sito della designer e può essere personalizzata e stampata su ordinazione.

Poiché ogni singola giacca impiega circa 100 ore per essere stampata, il capo, chiamato ‘Imagine’, fa parte di un’edizione limitata di soli 100 pezzi, ognuno numerato e venduto a 1.500 dollari. L’esterno della giacca è stampato al 100% in 3D ed è fissato a una fodera in tessuto; è anche possibile scegliere una parola da stampare, sempre in 3D, sul retro. Le giacche vengono stampate in Spagna ma assemblate e spedite da Tel Aviv, dove vive Danit.

A differenza della produzione tradizionale, il processo di stampa 3D produce zero rifiuti e nessun materiale aggiuntivo. Danit utilizza prevalentemente il Filaflex, uno dei materiali più elastici esistenti sul mercato oggigiorno. È molto forte ma anche morbido al tatto e permette, se combinato con altri tessuti dalla struttura flessibile, di ottenere una fluidità e una sensazione piacevoli al contatto con la pelle.

Un’altra creazione 3D di Danit Peleg – photo credits Daria Ratiner

Dopo aver creato il capo al computer, la designer apre tutto su un software di modellazione 3D, affinché ogni parte si adatti alla misura di stampa, con anche la possibilità di scegliere una taglia specifica, anche per ogni singolo pezzo: se per esempio una persona ha una taglia piccola ma le braccia lunghe, si può modificare la lunghezza delle maniche, senza alterare le altre misure.

E’ senza dubbio un processo affascinante, che cambia radicalmente l’approccio creativo ma anche quello dell’acquisto; e se un giorno fosse proprio così, se avessimo tutti noi la possibilità di diventare designer, di scegliere, comprare e scaricare il file di un abito e di stamparcelo a casa? Vi piacerebbe?

Di certo si eviterebbero tanti sprechi. Avremmo una catena di fornitura super trasparente e cortissima. Sapremmo tutto dei materiali. Ma cambierebbe anche il ruolo dei creativi. Dell’esperienza di acquisto e tanto altro. Senza contare il fine vita delle materie utilizzate per la stampa, trattasi pur sempre di bio-plastiche, anche se anche in questo campo la ricerca sta facendo passi avanti con alternative sostenibili provenienti da scarti dell’agricoltura. Staremo a vedere.

Un giorno, comunque. Per adesso, pensiamoci su.

L’alfabeto-manifesto di Stella McCartney

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Mi ero ripromessa di parlare dell’alfabeto-manifesto di Stella McCartney a ottobre scorso, quando erano appena andate in scena le sfilate parigine e qui avevo raccontato dei diversi modi dei designer di reinventare, in modo sostenibile, gli show delle nuove collezioni.

Poi si sono accavallati altri post e, siccome faccio tutto io, non manco mai di ricordarlo, solo ora, imbattendomi in un articolo di giornale che ricorda che l’anno prossimo la McCartney celebra i 20 anni del suo brand, mi è tornato alla mente il suo prezioso alfabeto di cui volevo parlarvi.

Quindi, appunto, quale migliore modo di festeggiare 20 anni di carriera e soprattutto di impegno per una moda etica, con un alfabeto illustrato da 26 artisti, tra cui Jeff Koons, Cindy Sherman e la stessa madre della stilista, la fotografa Linda McCartney, in cui ogni lettera indica un elemento della filosofia green della designer.

All’alfabeto McCartney ha dedicato la collezione primavera/estate 2021, dove ogni look rappresenta uno dei vocaboli; c’è la A di Accountable (responsabile), la B di British, la C di Conscious, la D di Desire e poi la H di Humor, la N di Nature, la S di Sustainability, la T di Timeless (senza tempo) o la Y di Youth (gioventù) fino alla Z di Zero Waste (nessuno spreco).

Primavera/estate 2021 by Stella McCartney – courtesy Imaxtree

Il manifesto ha preso forma durante la pausa forzata del lockdown, usata per riflettere su ciò che definisce il marchio e sui pilastri su cui poggiare l’ulteriore crescita futura: “Il manifesto A TO Z, spiega McCartney, è un’idea nata durante i primi giorni di isolamento a Londra, quando ho avuto il tempo di fermarmi e riflettere su ciò che conta davvero. Ho trasformato in parole ciò che amiamo, sappiamo e crediamo della moda, un alfabeto guida per assumere ancora di più la responsabilità dei nostri valori, di ciò che facciamo e di dove vogliamo andare, producendo capi sempre più desiderabili e sostenibili e che possano essere amati per sempre. Riflette la nostra coscienza ambientale, tutto ciò che abbiamo imparato, le partnership che abbiamo stretto e i cambiamenti che abbiamo apportato, ciò che realizzeremo e per cui continuiamo a lavorare”. 

Primavera/estate 2021 by Stella McCartney – courtesy Imaxtree

Così, la collezione primavera/estate 2021 traduce in materiali le linee guida dettate dall’alfabeto: c’è il cotone biologico, il lino naturale, il legno certificato, la lana tracciabile e il nylon rigenerato Econyl per la linea Stellawear che fonde lingerie e swimwear. E poi scarpe (con le infradito Lylo dalla maxi-suola fatta con il 50% di materiale riciclato) e borse vegane e un occhio al riuso con i top fascianti realizzati con pizzi ricavati dalle collezioni passate. Il tutto senza perdere di vista i codici estetici del marchio, come il contrasto tra i tagli classici e le silhouette fluide, la sartorialità british, l’ispirazione sportswear.

Il 2021 è alle porte e, nell’attesa di una primavera/estate che ci liberi finalmente dalle restrizioni dell’odiato Covid, studiamoci un po’ questo alfabeto, una forma diretta, chiara e anche molto elementare di quali sono i fondamenti della moda etica, dei suoi principi, quelli che Stella McCartney segue dal primo giorno della sua carriera e che hanno aiutato a sdoganare la sostenibilità nel mondo del fashion tutto.

‘About Alice collection’

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‘Alice’, ‘Alice nella città’, ‘Alice non abita più qui’ e credo potrei andare avanti ancora a elencare pellicole che includono il nome ‘Alice’. E poi c’è il meraviglioso ‘Alice nel paese delle meraviglie’, uno dei miei romanzi di formazione, anch’esso poi diventato pellicola. Alice ispira, si potrebbe dire.

E allora Alice Casarin ha fatto bene a chiamare la sua linea About Alice perché parte con l’aura giusta. Conosco Alice da molti anni; veneta ma di stanza a Bologna, lavora da anni nel mondo della moda come stylist e designer e, da circa due anni, come fashion consultant.

Alice Casarin

Da poco ha intrapreso questa nuova avventura con il marchio About Alice che, come lei stessa dice, “è nato dalla voglia di riappropriarmi dopo tanto tempo di sensazioni ed emozioni tutte mie”.

Alice ha passato anni, e ancora lo fa, a progettare, supportare e coordinare le linee d’abbigliamento dei suoi clienti, seguendo le loro esigenze, adattandosi a ciò che ovviamente rappresenta il loro target di donna, incluse le esigenze commerciali ed economiche.

Forse proprio per questo Alice ha sentito l’esigenza di distaccarsi un poco dalla logica della maggior parte dei brand di fascia medio/economica, che punta a una produzione sempre più veloce, di basso budget e usa e getta seguendo il trend del momento e spingendo all’acquisto di capi che l’anno prossimo, ad andare bene, non si porteranno più.

E decisamente per questo la logica di About Alice va in tutt’altro senso, ovvero recuperare quei tessuti, quelle logiche di produzione lente e manuali che la moda di oggi sembra non supportare più. 

Ma non solo; con il suo marchio la designer vuole esaltare quella femminilità che oggi “non va di moda”: la donna nella sua naturalezza, nella sua semplicità, nella sua voglia di vedersi bella ma senza l’esigenza di approvazione, matura nelle sue scelte di vita, sicura della propria personalità, fragile ma forte, sensibile ma indipendente e coraggiosa.

Pantalone gessato in viscosa, top di pizzo, maglioncino misto lana, capi comodi e funzionali by About Alice

Lontana dagli assurdi canoni estetici di perfezione televisiva e social media tra palestre, ritocchi ed esibizionismo sfrenato – tra luoghi comuni che dividono la donna tra casalinga e manager – o di femminilità negata e adattata a una visione appiattita di assenza di scelte, la donna di About Alice piace per bellezza, personalità, naturalezza, sensualità innata.

E poi About Alice parla naturalmente di Alice stessa, di una personalità ben definita. “Non è un brand asettico studiato a tavolino, afferma la stessa designer, è una filosofia di vita, un pensiero, un’estetica nata dalle mie esperienze. Se compri About Alice, compri una cosa che mi è nata in testa un giorno e mi ha entusiasmata e già potevo immaginarla addosso a quelle come me. Ho preso un pezzo di stoffa e l’ho fatto fare ed è un capo unico che finirà di sicuro nelle mani di chi lo capisce”.

Il messaggio di Alice è proprio questo: mettetevi un capo d’abbigliamento perché vi rappresenta, perché condividete quello che c’è dietro, non perché lo ha messo quella tizia su Instagram!

E conclude con un appello che anche noi condividiamo: “in un periodo difficile come questo, dove una pandemia rischia di mettere in pericolo molte piccole aziende, chiedo alle persone di non arricchire le multinazionali ma dirottare i loro acquisti su realtà più vicine e sostenibili. Comprare meno, comprare meglio”. 

Centore, c’era una volta un abito …

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Di Federica Centore ho sentito parlare la prima volta quest’estate, ad agosto, da ‘La Marchigiana’ alias Daniela Diletti, di cui avevo seguito il seminario sulla realizzazione di un sandalo artigianale, poi trasformato in reportage per il blog.

Parlando di upcycling e di recupero di materiali e di vecchi abiti, Daniela mi aveva fatto appunto il nome di Federica Centore, che a Formia, provincia di Latina, mentre studiava lingue orientali, si è trovata a fare la costumista per caso e ha capito che cucire le piaceva di più che parlare cinese e giapponese. Così, dopo anni in cui si è occupata di vintage e upcycling, lavorando anche in diverse sartorie, ha dato vita al proprio progetto di sartoria sperimentale, che ha chiamato con il suo cognome, centore.

Federica al lavoro

E allora non potevo non contattarla, Federica, e dedicarle un pezzo, anche perché, come sempre quando presento un nuovo designer, è venuta fuori una bella storia di passione, resilienza e anche di umiltà, che fa dire a Federica, quando risponde alla mia proposta di presentarla nel blog, “io al momento non ho neanche più il sito, neanche in costruzione, ho solo come riferimento Instagram e Facebook, lo so che è vergognoso, ma ho una figlia e altri lavori e sono sola a gestire tutto e guardando il tuo blog vedo che parli di brand molto ben strutturati e non so se io che sono così piccola vado bene”.

Certo Federica, vai benissimo! Anche noi siamo ‘piccoli’ e anche noi, anzi, dovrei dire anch’io, perché sono sola a fare tutto come te, condivido gli stessi tuoi valori e cerco di diffonderli, ragion per cui, ai marchi ‘più strutturati’ ne alterno altri piccoli e/o auto-prodotti, che forse, proprio per determinate caratteristiche, hanno un valore maggiore, squisitamente ‘amatoriale’.

E allora Federica mi dice che il suo “mood è antico, di quando si facevano le cose senza un mood”, da qui l’idea di dare il suo nome al progetto, senza tanti fronzoli e sognando un futuro come i grandi marchi che hanno iniziato con una piccola bottega a conduzione familiare, tipo Fendi, Gucci, Trussardi, ma anche come Donatella Rettore. Sì, perché i riferimenti pop per Federica sono immancabili, le vengono da una vena auto-ironica, dato che il suo laboratorio è per ora un semplice scaffale in un angolo di casa, smontabile e portatile perché da quando ha cominciato a cucire non c’è stato un anno in cui non abbia traslocato. Ma come tutte le cose preziose che si portano dietro in un trasloco, anche centore resta un punto fermo che prima o poi si stabilizzerà per ingrandirsi. 

Il concetto del marchio è quello che si può produrre cose belle e indossabili anche partendo da vestiti che ci sono già. “Il mondo esplode di vestiti, dice la designer, c’è tantissimo materiale da poter sfruttare e il mio goal è quello di mostrarlo alle persone in modo che comincino a guardare ai vecchi vestiti come Possibilità, non come immondizia. Quando consegno un pezzo tutti si innamorano proprio dei dettagli lasciati dalla forma che il capo trasformato era, le persone si sentono parte di una storia e continuano a raccontarla indossando una ‘Camic’era’ o un pezzo unico ‘Rifatto da centore’. Per questo il 90% dei miei lavori è su commissione, mi piace la comunicazione con le persone, mi piace ascoltarle e capire di cosa hanno bisogno, mi piace coinvolgerle nella sfida, perché il risultato non è mai definito fin dall’inizio, ogni pezzo varia a seconda dal capo da cui si parte, soprattutto quando ‘upcyclo’ per un pezzo unico. C’è bisogno di una grande fiducia”.

Poi, continua Federica, “mi piacerebbe un giorno formare delle sarte col mio metodo per poter garantire un’offerta più ampia e più veloce, dato che al momento sono sola a gestire tutto e purtroppo cucire ha bisogno di tempo, ma nonostante le difficoltà vado sempre avanti e c’è una nicchia di persone che aspetta con pazienza ed entusiasmo e questo mi rende davvero orgogliosa, perché quello che offro sono i vestiti e gli accessori che ho iniziato a fare per me, per sentirmi bella e diva, ma anche comoda. Allo stesso tempo coi miei vestiti volevo comunicare la mia filosofia di vita del guardare oltre gli anni che ha un vestito (o un oggetto) e imparare a conoscere il Valore delle cose”.

Federica indossa una delle sue ‘Nekutie’

Quando dieci anni fa la designer ha cominciato a realizzare le prime ‘Nekutie’, cioè le fasce ricavate dalle cravatte, l’ha fatto perché s’innamorava delle sete e le faceva male al cuore pensare che andassero buttate, c’era così tanto lavoro dietro: chi aveva pensato al pattern, chi prodotto la seta, chi l’aveva tessuta, chi ne aveva tagliato la forma, chi cucita a mano.

Federica racconta anche che quando recupera qualcosa di bello, le sembra di stringere le mani di chi ha lavorato prima di lei e spera che chi troverà una sua creazione tra 50 anni penserà la stessa cosa, perché qualcosa di bello è bello per sempre. Non crede di essersi inventata niente di nuovo, si è sempre usato quello che c’era per produrre, anche gli stessi materiali che usa sono molto comuni, ma è ciò che nasce dalla sua visione a essere nuovo, lei dice orgogliosamente che sono vecchie cravatte, vecchie camicie o vecchi abiti, “ma potrei anche non farlo, perché solo un occhio esperto saprebbe riconoscerlo, ma mi piace che le persone si sentano parte di questa community attenta al mondo anche tramite ciò che indossano”. 

CRU LE, Letizia Cruciani, semplicemente

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Siamo tornati a una sorta di lockdown, questa volta più o meno leggero a seconda delle Regioni italiane e qui nelle Marche siamo per ora in quello meno restrittivo, segnalato dal colore giallo. Ma giallo, arancione o rosso, il senso di impotenza e frustrazione è sempre lo stesso, cui si aggiunge ora quasi un senso di stupore per come ci siamo trovati impreparati a questa seconda ondata, che sapevamo sarebbe arrivata.

Eppure io continuo e mi sforzo di trovare sempre una nota positiva (abbiamo alternative?) che è anche quella per cui scrivo oggi; lo scorso lockdown, con più tempo passato online a fare ricerche e seguire corsi e webinar, mi ha permesso di conoscere nuove realtà che operano nella moda sostenibile in diversi ambiti, come Martina Rogato, come le blogger che hanno animato la eco-à-porter challenge.

E come Letizia Cruciani col suo marchio CRU LE, semplicemente. A fare la “designer per vocazione”, Letizia ci arriva attraverso un percorso poliedrico innamorandosi prima della filosofia al liceo, poi dell’arte all’università e unendo poi il tutto nella moda, passione che viene da una nonna sarta che le ha messo in mano ago e filo dicendole “guarda!”, insegnandole il “saper fare” ma anche il “disfare” ciò che non veniva bene.

Letizia Cruciani

Poi fashion design in Estonia con il progetto Erasmus, esperienze come sarta e come orafa e tanti viaggi con quello che diventa in seguito suo marito e che l’affianca anche nell’avventura più importante, quella del marchio CRU LE. E’ durante questi viaggi e in particolare in Vietnam, che Letizia sente l’estrema necessità di dare il proprio contributo per cambiare le cose riguardo all’impatto ambientale dell’industria della moda.

“Lo scenario lì era allarmante, racconta Letizia, meravigliose foreste con alberi secolari piene di plastica e ovunque l’odore pungente della plastica bruciata, tant’è che ancora oggi, se sento quell’odore, lo collego subito al Vietnam”. Così, rientrata in Italia, consegue un corso intensivo di alta formazione in design di moda all’Accademia del Costume e della Moda di Roma e segue contemporaneamente un ciclo di seminari sulla moda sostenibile organizzati da OOF e dalla Fondazione Gianfranco Ferré a Milano.

CRU LE è la somma di tutte le esperienze di Letizia, del suo vissuto, della sua personalità, non è un caso che sia l’acronimo del suo nome e cognome (cognome e nome per l’esattezza), con la sostenibilità intesa come “re-innamoramento continuo dei propri capi, rispetto che porta a ripararli, a scoprire come trattarli al meglio per sostituirli il meno possibile”.

courtesy CRU LE

Un approccio circolare quindi, anche questo ereditato dalla famiglia, dove era normalissimo riutilizzare tutto senza buttare via niente, aggiustando in modo creativo e riparando. Perciò la maggior parte dei tessuti per i capi provengono da giacenze invendute pre-consumer o da filati riciclati. Anche la versatilità, altro cardine del brand, si può far risalire alle origini della designer, che viene da un paesino della maremma Toscana, quindi desiderio di praticità e di combinare il bello con l’utile.

Le creazioni CRU LE si basano sulla ricerca di una semplicità mai scontata né banale; ogni collezione si ispira a emozioni o concetti cari a Letizia, che può quindi esprimersi proprio come si fa con l’arte, mondo dal quale proviene. Pochi i pezzi proprio in nome di quel concetto del poco ma di qualità, con una predilezione, dicevamo, per la versatilità come massima espressione di sintesi, per rendere un capo interessante, stimolante, ma anche pratico, come i capospalla modulari, cioè smontabili e rimontabili. Tramite delle cerniere l’outerwear si adatta alle esigenze della giornata, più corto, più lungo, con e senza maniche, ma c’è anche la possibilità di sostituire i pezzi trasformandolo in un capo completamente nuovo e più durevole.

Fondamentale la ricerca delle materie prime, con una predilezione per materiali sostenibili, riciclati o riciclabili, in un ottica di circolarità e dando particolare risalto al made in Italy. Rispetto dunque per i capi ma anche per le persone con cui Letizia collabora e naturalmente per il Pianeta, facendo il meglio nella fase di design per abbassare l’impatto ambientale.

Sfaccettata quindi l’idea che ha Letizia Cruciani della sostenibilità e così infatti dovrebbe essere, qualcosa di multidisciplinare, dinamico e interattivo in cui intervengono vissuto ed esperienze del designer, insieme a una spiccata sensibilità che fa andare l’oltre la mera estetica per abbracciare il senso più profondo del lavoro creativo.

Marionette, ritagli, film e natura selvaggia: le sfilate si reinventano

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Che queste ultime sfilate sarebbero state diverse, ce lo aspettavamo tutti. Anzi, mi ha stupito, e lo dico con piacere, che tanti designer abbiano comunque deciso di sfilare in presenza, con la classica passerella, perché hanno dato un segno di resilienza e continuità nonostante il periodo complicatissimo che viviamo da un po’.

Ho voluto aspettare che terminasse anche la Parigi Fashion Week per farmi un’idea generale di come i designer hanno reagito al lockdown e a tutti questi cambiamenti ancora in atto, ché si sa, purtroppo l’emergenza non è finita, anzi.

Solitamente porto ad esempio collezioni sostenibili soprattutto dal punto di vista dell’uso dei materiali e della realizzazione ma stavolta mi vorrei concentrare sul ‘come’ gli stilisti e le case di moda hanno presentato le proprie collezioni, perché se è vero che tanti hanno scelto la passerella tradizionale, come dicevo prima, altri hanno optato per alternative davvero originali e accattivanti, conferma che il mondo della moda è come una fenice che risorge eternamente dalle proprie ceneri e che la creatività, quella con la C maiuscola, esiste ancora, eccome!

Ho scelto un designer per fashion week e comincio da Parigi con Dries Van Noten, per cui ho un debole, lo ammetto, ancora di più dopo che ha fatto uscire, a maggio scorso, la sua Open Letter to the Fashion Industry, manifesto online firmato da un gruppo di designer e di retailer del settore luxury per un cambiamento del settore.

Uno dei punti del manifesto riguarda proprio l’utilizzo del mezzo digitale rivedendo e adattando le sfilate di moda ed è proprio quello che Van Noten ha fatto, presentando la sua collezione P/E 2021 con una serie di fotografie e un film. Per il designer è stato un territorio nuovo, dato che, dice “non abbiamo mai fatto una campagna pubblicitaria, è la prima volta in 34 anni. Abbiamo perso cose, ma abbiamo imparato cose. Sta avanzando un nuovo tipo di creatività “.

Van Noten ha chiesto alla fotografa olandese Viviane Sassen di scattare le immagini, in parte realizzate in una giornata ventosa su una spiaggia di Rotterdam, e poi di filmare in uno studio ad Amsterdam, con le modelle che ballano davanti a una sorta di spettacolo di luci dal sapore Sixties. Il risultato è suggestivo e accattivante e comunica quell’energia positiva che dà la spinta verso il futuro, a guardare avanti. E adesso ne abbiamo tanto bisogno, quindi grazie Dries.

Per Milano ho scelto invece Moschino e capirete il perché: il direttore creativo Jeremy Scott ha messo in scena un elaborato spettacolo di marionette con tanto di pubblico, anch’esso a pupazzo. “La cosa migliore che potevo fare per tutti coloro che erano stressati per le elezioni, la pandemia, i disordini sociali e il futuro era regalare il dono della fantasia e portarci via da tutto per qualche minuto; godiamoci questo nostro piccolo mondo della moda”, ha commentato Scott nel dopo ‘sfilata’. Il designer si è ispirato al Théâtre de la Mode, una campagna innovativa fatta per promuovere la moda francese nel resto d’Europa e in America dopo la seconda guerra mondiale; si trattava di manichini in miniatura vestiti haute couture su sfondi parigini o altri luoghi di fantasia. Per le sue marionette Scott ha chiamato il creatore dei Muppets e li ha abbigliati haute couture, ça va sans dire. Non siamo anche noi reduci da una guerra, per giunta non ancora finita?

Una cosa simile l’ha fatta JW Anderson a Londra, che ama da sempre inserire nelle proprie collezioni rimandi all’infanzia; ecco quindi uno spettacolino fatto con figure di carta ritagliate (sì, proprio come facevamo da bambini!) su sfondi fotografici provenienti da una vacanza in Bretagna, il tutto realizzato con le risorse disponibili durante il lockdown. “Anche in uno dei momenti più difficili, si può diventare incredibilmente creativi e concentrati” dice Anderson e, sì, gli dò pienamente ragione!

Infine, da New York, le sorelle Mulleavy di Rodarte hanno scattato fotografie sulle colline californiane nei pochi giorni utili di fine estate, tra un’ondata di caldo e un incendio; gli abiti floreali dall’allure Forties, i veli e i fiori tra i capelli, alternati a felpe e pantaloni sportivi, danno al tutto un’aria tra il sognante e lo stravagante, anche se le designer tengono a precisare che “tutto ciò che facciamo riguarda la fantasia e i sogni ma ci troviamo in un momento particolare e siamo parte di ciò che sta accadendo ora”.

E’ giusto un assaggio ma mi piaceva l’idea di trasmettervi quello che ho pensato io guardando tutte queste ‘sfilate’ (che io lo devo fare per lavoro!): il lockdown ha davvero cambiato l’approccio dei creativi, ognuno ha portato nelle proprie creazioni esperienze, sensazioni, ispirazioni venute prevalentemente dal periodo di isolamento vissuto con la prima ondata pandemica e il risultato è, per certi versi, molto più accattivante della classica passerella patinata con le top che non sorridono nemmeno a pagarle.

Vi invito a darci un’occhio, a queste ultime fashion week, non si tratta solo di abiti, anzi, è proprio un nuovo approccio, una nuova mentalità, che spero rappresentino l’inizio di un nuovo entusiasmante percorso verso il cambiamento.

Rifò, dopo cachemire e jeans, è il turno della lana

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Non me ne vorrete se con con un clima ancora pienamente estivo parlo già di lana ma la sera comincia a tirare una certa aria e poi, questa cosa che sto per dirvi, prima la sapete meglio è, così cominciate a fare mente locale sul vostro guardaroba invernale. Ora vi spiego perché.

Il giovane marchio pratese Rifò, voi che bazzicate il blog, lo conoscete bene; ne ho parlato più volte perché la loro attività, basata sulla rigenerazione dei vecchi maglioni di cachemire e la loro trasformazione in nuovi filati e poi in nuove maglie, è un modello produttivo virtuoso che dovrebbe essere adottato al di fuori del distretto di Prato per estendersi a livello nazionale.

Oltre a riciclare il cachemire, Rifò recupera anche il denim con cui realizza maglioncini di mezza stagione, top e cappelli dall’appeal retro, quindi non solo produzione virtuosa ma anche un occhio all’estetica e al design, non è un caso infatti che ogni modello abbia anche un suo nome proprio che ne identifica le caratteristiche rendendolo subito famigliare e riconoscibile.

E dopo cachemire e jeans, il servizio di raccolta vecchi indumenti di Rifò si amplia alla lana, tessuto più democratico del cachemire, ciò significa una maggiore possibilità di raccogliere e riciclare indumenti usati e di partecipare attivamente a questa economia circolare collaborativa.

Difatti chi avesse a casa (per questo vi dicevo di cominciare a fare mente locale sul vostro guardaroba invernale) maglioni o altri indumenti in lana (o anche in cachemire naturalmente), magari infeltriti, scuciti, tarmati, sciupati, rotti o semplicemente che hanno fatto il loro tempo, può inviarli a Rifò seguendo questi passaggi:

Il capo o i capi da spedire devono avere l’etichetta integra, quindi essere 100% lana o cachemire, per il resto, una volta ricevuti dall’azienda (con spedizione a loro carico) vengono riciclati e in cambio si ottiene, per ogni capo inviato, un buono da 10€ spendibile nello shop di Rifò sui nuovi articoli rigenerati. Per i dettagli e maggiori info vi rimando al link del sito.

Per la rigenerazione delle fibre di lana Rifò collabora con Reverso, supply chain di realtà locali, i cosiddetti ‘cenciaioli’ di cui abbiamo già parlato, figure storiche del distretto pratese, che da anni si occupano di dare nuova vita alle fibre tessili. In questo modo si dà anche ai privati la possibilità di contribuire al progetto, oltre a garantire la massima trasparenza del processo di rigenerazione, che comprende anche la sanificazione dei capi.

Altra recentissima novità di casa Rifò, Nello, il calzino realizzato con scarti di cotone riciclato e poliestere proveniente da bottigliette di plastica riciclate; unisex, i calzini vestono circa 10 cm sopra la caviglia, hanno il logo Rifò ricamato in jacquard per evitare il peeling, sia sull’interno che sull’esterno e sono disponibili in più combinazioni di colore con dettagli a contrasto sulla costina, sul tallone e sulla punta.

Last but not the least, vi segnalo il canale Youtube rinnovato di Rifò in cui si parla di storia industriale, tradizione tessile, moda sostenibile, mostrando il dietro le quinte dei processi produttivi e dando consigli su come riciclare e riutilizzare i vecchi vestiti e i rifiuti tessili.

Allora, avete già pensato a quale vestito mandare a rigenerare? 😉

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