28 / Novembre / 2020
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Centore, c’era una volta un abito …

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Di Federica Centore ho sentito parlare la prima volta quest’estate, ad agosto, da ‘La Marchigiana’ alias Daniela Diletti, di cui avevo seguito il seminario sulla realizzazione di un sandalo artigianale, poi trasformato in reportage per il blog.

Parlando di upcycling e di recupero di materiali e di vecchi abiti, Daniela mi aveva fatto appunto il nome di Federica Centore, che a Formia, provincia di Latina, mentre studiava lingue orientali, si è trovata a fare la costumista per caso e ha capito che cucire le piaceva di più che parlare cinese e giapponese. Così, dopo anni in cui si è occupata di vintage e upcycling, lavorando anche in diverse sartorie, ha dato vita al proprio progetto di sartoria sperimentale, che ha chiamato con il suo cognome, centore.

Federica al lavoro

E allora non potevo non contattarla, Federica, e dedicarle un pezzo, anche perché, come sempre quando presento un nuovo designer, è venuta fuori una bella storia di passione, resilienza e anche di umiltà, che fa dire a Federica, quando risponde alla mia proposta di presentarla nel blog, “io al momento non ho neanche più il sito, neanche in costruzione, ho solo come riferimento Instagram e Facebook, lo so che è vergognoso, ma ho una figlia e altri lavori e sono sola a gestire tutto e guardando il tuo blog vedo che parli di brand molto ben strutturati e non so se io che sono così piccola vado bene”.

Certo Federica, vai benissimo! Anche noi siamo ‘piccoli’ e anche noi, anzi, dovrei dire anch’io, perché sono sola a fare tutto come te, condivido gli stessi tuoi valori e cerco di diffonderli, ragion per cui, ai marchi ‘più strutturati’ ne alterno altri piccoli e/o auto-prodotti, che forse, proprio per determinate caratteristiche, hanno un valore maggiore, squisitamente ‘amatoriale’.

E allora Federica mi dice che il suo “mood è antico, di quando si facevano le cose senza un mood”, da qui l’idea di dare il suo nome al progetto, senza tanti fronzoli e sognando un futuro come i grandi marchi che hanno iniziato con una piccola bottega a conduzione familiare, tipo Fendi, Gucci, Trussardi, ma anche come Donatella Rettore. Sì, perché i riferimenti pop per Federica sono immancabili, le vengono da una vena auto-ironica, dato che il suo laboratorio è per ora un semplice scaffale in un angolo di casa, smontabile e portatile perché da quando ha cominciato a cucire non c’è stato un anno in cui non abbia traslocato. Ma come tutte le cose preziose che si portano dietro in un trasloco, anche centore resta un punto fermo che prima o poi si stabilizzerà per ingrandirsi. 

Il concetto del marchio è quello che si può produrre cose belle e indossabili anche partendo da vestiti che ci sono già. “Il mondo esplode di vestiti, dice la designer, c’è tantissimo materiale da poter sfruttare e il mio goal è quello di mostrarlo alle persone in modo che comincino a guardare ai vecchi vestiti come Possibilità, non come immondizia. Quando consegno un pezzo tutti si innamorano proprio dei dettagli lasciati dalla forma che il capo trasformato era, le persone si sentono parte di una storia e continuano a raccontarla indossando una ‘Camic’era’ o un pezzo unico ‘Rifatto da centore’. Per questo il 90% dei miei lavori è su commissione, mi piace la comunicazione con le persone, mi piace ascoltarle e capire di cosa hanno bisogno, mi piace coinvolgerle nella sfida, perché il risultato non è mai definito fin dall’inizio, ogni pezzo varia a seconda dal capo da cui si parte, soprattutto quando ‘upcyclo’ per un pezzo unico. C’è bisogno di una grande fiducia”.

Poi, continua Federica, “mi piacerebbe un giorno formare delle sarte col mio metodo per poter garantire un’offerta più ampia e più veloce, dato che al momento sono sola a gestire tutto e purtroppo cucire ha bisogno di tempo, ma nonostante le difficoltà vado sempre avanti e c’è una nicchia di persone che aspetta con pazienza ed entusiasmo e questo mi rende davvero orgogliosa, perché quello che offro sono i vestiti e gli accessori che ho iniziato a fare per me, per sentirmi bella e diva, ma anche comoda. Allo stesso tempo coi miei vestiti volevo comunicare la mia filosofia di vita del guardare oltre gli anni che ha un vestito (o un oggetto) e imparare a conoscere il Valore delle cose”.

Federica indossa una delle sue ‘Nekutie’

Quando dieci anni fa la designer ha cominciato a realizzare le prime ‘Nekutie’, cioè le fasce ricavate dalle cravatte, l’ha fatto perché s’innamorava delle sete e le faceva male al cuore pensare che andassero buttate, c’era così tanto lavoro dietro: chi aveva pensato al pattern, chi prodotto la seta, chi l’aveva tessuta, chi ne aveva tagliato la forma, chi cucita a mano.

Federica racconta anche che quando recupera qualcosa di bello, le sembra di stringere le mani di chi ha lavorato prima di lei e spera che chi troverà una sua creazione tra 50 anni penserà la stessa cosa, perché qualcosa di bello è bello per sempre. Non crede di essersi inventata niente di nuovo, si è sempre usato quello che c’era per produrre, anche gli stessi materiali che usa sono molto comuni, ma è ciò che nasce dalla sua visione a essere nuovo, lei dice orgogliosamente che sono vecchie cravatte, vecchie camicie o vecchi abiti, “ma potrei anche non farlo, perché solo un occhio esperto saprebbe riconoscerlo, ma mi piace che le persone si sentano parte di questa community attenta al mondo anche tramite ciò che indossano”. 

CRU LE, Letizia Cruciani, semplicemente

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Siamo tornati a una sorta di lockdown, questa volta più o meno leggero a seconda delle Regioni italiane e qui nelle Marche siamo per ora in quello meno restrittivo, segnalato dal colore giallo. Ma giallo, arancione o rosso, il senso di impotenza e frustrazione è sempre lo stesso, cui si aggiunge ora quasi un senso di stupore per come ci siamo trovati impreparati a questa seconda ondata, che sapevamo sarebbe arrivata.

Eppure io continuo e mi sforzo di trovare sempre una nota positiva (abbiamo alternative?) che è anche quella per cui scrivo oggi; lo scorso lockdown, con più tempo passato online a fare ricerche e seguire corsi e webinar, mi ha permesso di conoscere nuove realtà che operano nella moda sostenibile in diversi ambiti, come Martina Rogato, come le blogger che hanno animato la eco-à-porter challenge.

E come Letizia Cruciani col suo marchio CRU LE, semplicemente. A fare la “designer per vocazione”, Letizia ci arriva attraverso un percorso poliedrico innamorandosi prima della filosofia al liceo, poi dell’arte all’università e unendo poi il tutto nella moda, passione che viene da una nonna sarta che le ha messo in mano ago e filo dicendole “guarda!”, insegnandole il “saper fare” ma anche il “disfare” ciò che non veniva bene.

Letizia Cruciani

Poi fashion design in Estonia con il progetto Erasmus, esperienze come sarta e come orafa e tanti viaggi con quello che diventa in seguito suo marito e che l’affianca anche nell’avventura più importante, quella del marchio CRU LE. E’ durante questi viaggi e in particolare in Vietnam, che Letizia sente l’estrema necessità di dare il proprio contributo per cambiare le cose riguardo all’impatto ambientale dell’industria della moda.

“Lo scenario lì era allarmante, racconta Letizia, meravigliose foreste con alberi secolari piene di plastica e ovunque l’odore pungente della plastica bruciata, tant’è che ancora oggi, se sento quell’odore, lo collego subito al Vietnam”. Così, rientrata in Italia, consegue un corso intensivo di alta formazione in design di moda all’Accademia del Costume e della Moda di Roma e segue contemporaneamente un ciclo di seminari sulla moda sostenibile organizzati da OOF e dalla Fondazione Gianfranco Ferré a Milano.

CRU LE è la somma di tutte le esperienze di Letizia, del suo vissuto, della sua personalità, non è un caso che sia l’acronimo del suo nome e cognome (cognome e nome per l’esattezza), con la sostenibilità intesa come “re-innamoramento continuo dei propri capi, rispetto che porta a ripararli, a scoprire come trattarli al meglio per sostituirli il meno possibile”.

courtesy CRU LE

Un approccio circolare quindi, anche questo ereditato dalla famiglia, dove era normalissimo riutilizzare tutto senza buttare via niente, aggiustando in modo creativo e riparando. Perciò la maggior parte dei tessuti per i capi provengono da giacenze invendute pre-consumer o da filati riciclati. Anche la versatilità, altro cardine del brand, si può far risalire alle origini della designer, che viene da un paesino della maremma Toscana, quindi desiderio di praticità e di combinare il bello con l’utile.

Le creazioni CRU LE si basano sulla ricerca di una semplicità mai scontata né banale; ogni collezione si ispira a emozioni o concetti cari a Letizia, che può quindi esprimersi proprio come si fa con l’arte, mondo dal quale proviene. Pochi i pezzi proprio in nome di quel concetto del poco ma di qualità, con una predilezione, dicevamo, per la versatilità come massima espressione di sintesi, per rendere un capo interessante, stimolante, ma anche pratico, come i capospalla modulari, cioè smontabili e rimontabili. Tramite delle cerniere l’outerwear si adatta alle esigenze della giornata, più corto, più lungo, con e senza maniche, ma c’è anche la possibilità di sostituire i pezzi trasformandolo in un capo completamente nuovo e più durevole.

Fondamentale la ricerca delle materie prime, con una predilezione per materiali sostenibili, riciclati o riciclabili, in un ottica di circolarità e dando particolare risalto al made in Italy. Rispetto dunque per i capi ma anche per le persone con cui Letizia collabora e naturalmente per il Pianeta, facendo il meglio nella fase di design per abbassare l’impatto ambientale.

Sfaccettata quindi l’idea che ha Letizia Cruciani della sostenibilità e così infatti dovrebbe essere, qualcosa di multidisciplinare, dinamico e interattivo in cui intervengono vissuto ed esperienze del designer, insieme a una spiccata sensibilità che fa andare l’oltre la mera estetica per abbracciare il senso più profondo del lavoro creativo.

Marionette, ritagli, film e natura selvaggia: le sfilate si reinventano

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Che queste ultime sfilate sarebbero state diverse, ce lo aspettavamo tutti. Anzi, mi ha stupito, e lo dico con piacere, che tanti designer abbiano comunque deciso di sfilare in presenza, con la classica passerella, perché hanno dato un segno di resilienza e continuità nonostante il periodo complicatissimo che viviamo da un po’.

Ho voluto aspettare che terminasse anche la Parigi Fashion Week per farmi un’idea generale di come i designer hanno reagito al lockdown e a tutti questi cambiamenti ancora in atto, ché si sa, purtroppo l’emergenza non è finita, anzi.

Solitamente porto ad esempio collezioni sostenibili soprattutto dal punto di vista dell’uso dei materiali e della realizzazione ma stavolta mi vorrei concentrare sul ‘come’ gli stilisti e le case di moda hanno presentato le proprie collezioni, perché se è vero che tanti hanno scelto la passerella tradizionale, come dicevo prima, altri hanno optato per alternative davvero originali e accattivanti, conferma che il mondo della moda è come una fenice che risorge eternamente dalle proprie ceneri e che la creatività, quella con la C maiuscola, esiste ancora, eccome!

Ho scelto un designer per fashion week e comincio da Parigi con Dries Van Noten, per cui ho un debole, lo ammetto, ancora di più dopo che ha fatto uscire, a maggio scorso, la sua Open Letter to the Fashion Industry, manifesto online firmato da un gruppo di designer e di retailer del settore luxury per un cambiamento del settore.

Uno dei punti del manifesto riguarda proprio l’utilizzo del mezzo digitale rivedendo e adattando le sfilate di moda ed è proprio quello che Van Noten ha fatto, presentando la sua collezione P/E 2021 con una serie di fotografie e un film. Per il designer è stato un territorio nuovo, dato che, dice “non abbiamo mai fatto una campagna pubblicitaria, è la prima volta in 34 anni. Abbiamo perso cose, ma abbiamo imparato cose. Sta avanzando un nuovo tipo di creatività “.

Van Noten ha chiesto alla fotografa olandese Viviane Sassen di scattare le immagini, in parte realizzate in una giornata ventosa su una spiaggia di Rotterdam, e poi di filmare in uno studio ad Amsterdam, con le modelle che ballano davanti a una sorta di spettacolo di luci dal sapore Sixties. Il risultato è suggestivo e accattivante e comunica quell’energia positiva che dà la spinta verso il futuro, a guardare avanti. E adesso ne abbiamo tanto bisogno, quindi grazie Dries.

Per Milano ho scelto invece Moschino e capirete il perché: il direttore creativo Jeremy Scott ha messo in scena un elaborato spettacolo di marionette con tanto di pubblico, anch’esso a pupazzo. “La cosa migliore che potevo fare per tutti coloro che erano stressati per le elezioni, la pandemia, i disordini sociali e il futuro era regalare il dono della fantasia e portarci via da tutto per qualche minuto; godiamoci questo nostro piccolo mondo della moda”, ha commentato Scott nel dopo ‘sfilata’. Il designer si è ispirato al Théâtre de la Mode, una campagna innovativa fatta per promuovere la moda francese nel resto d’Europa e in America dopo la seconda guerra mondiale; si trattava di manichini in miniatura vestiti haute couture su sfondi parigini o altri luoghi di fantasia. Per le sue marionette Scott ha chiamato il creatore dei Muppets e li ha abbigliati haute couture, ça va sans dire. Non siamo anche noi reduci da una guerra, per giunta non ancora finita?

Una cosa simile l’ha fatta JW Anderson a Londra, che ama da sempre inserire nelle proprie collezioni rimandi all’infanzia; ecco quindi uno spettacolino fatto con figure di carta ritagliate (sì, proprio come facevamo da bambini!) su sfondi fotografici provenienti da una vacanza in Bretagna, il tutto realizzato con le risorse disponibili durante il lockdown. “Anche in uno dei momenti più difficili, si può diventare incredibilmente creativi e concentrati” dice Anderson e, sì, gli dò pienamente ragione!

Infine, da New York, le sorelle Mulleavy di Rodarte hanno scattato fotografie sulle colline californiane nei pochi giorni utili di fine estate, tra un’ondata di caldo e un incendio; gli abiti floreali dall’allure Forties, i veli e i fiori tra i capelli, alternati a felpe e pantaloni sportivi, danno al tutto un’aria tra il sognante e lo stravagante, anche se le designer tengono a precisare che “tutto ciò che facciamo riguarda la fantasia e i sogni ma ci troviamo in un momento particolare e siamo parte di ciò che sta accadendo ora”.

E’ giusto un assaggio ma mi piaceva l’idea di trasmettervi quello che ho pensato io guardando tutte queste ‘sfilate’ (che io lo devo fare per lavoro!): il lockdown ha davvero cambiato l’approccio dei creativi, ognuno ha portato nelle proprie creazioni esperienze, sensazioni, ispirazioni venute prevalentemente dal periodo di isolamento vissuto con la prima ondata pandemica e il risultato è, per certi versi, molto più accattivante della classica passerella patinata con le top che non sorridono nemmeno a pagarle.

Vi invito a darci un’occhio, a queste ultime fashion week, non si tratta solo di abiti, anzi, è proprio un nuovo approccio, una nuova mentalità, che spero rappresentino l’inizio di un nuovo entusiasmante percorso verso il cambiamento.

Rifò, dopo cachemire e jeans, è il turno della lana

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Non me ne vorrete se con con un clima ancora pienamente estivo parlo già di lana ma la sera comincia a tirare una certa aria e poi, questa cosa che sto per dirvi, prima la sapete meglio è, così cominciate a fare mente locale sul vostro guardaroba invernale. Ora vi spiego perché.

Il giovane marchio pratese Rifò, voi che bazzicate il blog, lo conoscete bene; ne ho parlato più volte perché la loro attività, basata sulla rigenerazione dei vecchi maglioni di cachemire e la loro trasformazione in nuovi filati e poi in nuove maglie, è un modello produttivo virtuoso che dovrebbe essere adottato al di fuori del distretto di Prato per estendersi a livello nazionale.

Oltre a riciclare il cachemire, Rifò recupera anche il denim con cui realizza maglioncini di mezza stagione, top e cappelli dall’appeal retro, quindi non solo produzione virtuosa ma anche un occhio all’estetica e al design, non è un caso infatti che ogni modello abbia anche un suo nome proprio che ne identifica le caratteristiche rendendolo subito famigliare e riconoscibile.

E dopo cachemire e jeans, il servizio di raccolta vecchi indumenti di Rifò si amplia alla lana, tessuto più democratico del cachemire, ciò significa una maggiore possibilità di raccogliere e riciclare indumenti usati e di partecipare attivamente a questa economia circolare collaborativa.

Difatti chi avesse a casa (per questo vi dicevo di cominciare a fare mente locale sul vostro guardaroba invernale) maglioni o altri indumenti in lana (o anche in cachemire naturalmente), magari infeltriti, scuciti, tarmati, sciupati, rotti o semplicemente che hanno fatto il loro tempo, può inviarli a Rifò seguendo questi passaggi:

Il capo o i capi da spedire devono avere l’etichetta integra, quindi essere 100% lana o cachemire, per il resto, una volta ricevuti dall’azienda (con spedizione a loro carico) vengono riciclati e in cambio si ottiene, per ogni capo inviato, un buono da 10€ spendibile nello shop di Rifò sui nuovi articoli rigenerati. Per i dettagli e maggiori info vi rimando al link del sito.

Per la rigenerazione delle fibre di lana Rifò collabora con Reverso, supply chain di realtà locali, i cosiddetti ‘cenciaioli’ di cui abbiamo già parlato, figure storiche del distretto pratese, che da anni si occupano di dare nuova vita alle fibre tessili. In questo modo si dà anche ai privati la possibilità di contribuire al progetto, oltre a garantire la massima trasparenza del processo di rigenerazione, che comprende anche la sanificazione dei capi.

Altra recentissima novità di casa Rifò, Nello, il calzino realizzato con scarti di cotone riciclato e poliestere proveniente da bottigliette di plastica riciclate; unisex, i calzini vestono circa 10 cm sopra la caviglia, hanno il logo Rifò ricamato in jacquard per evitare il peeling, sia sull’interno che sull’esterno e sono disponibili in più combinazioni di colore con dettagli a contrasto sulla costina, sul tallone e sulla punta.

Last but not the least, vi segnalo il canale Youtube rinnovato di Rifò in cui si parla di storia industriale, tradizione tessile, moda sostenibile, mostrando il dietro le quinte dei processi produttivi e dando consigli su come riciclare e riutilizzare i vecchi vestiti e i rifiuti tessili.

Allora, avete già pensato a quale vestito mandare a rigenerare? 😉

Frida Querida, perché l’estate non è mica finita!

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Dopo la pausa estiva, che per quanto mi riguarda non definirei proprio tale ma non importa, e dopo l’ultima storia, dedicata a La Marchigiana, che tanto è piaciuta per l’originalità del soggetto, una storia nella storia direi, torniamo con un’altra donna ugualmente fiera e tosta, che ha saputo reinventarsi seguendo il motto ‘mai arrendersi, mai fermarsi!’.

Virginia Rodriguez

Si chiama Virginia Rodriguez, natali a Cartagena de Indias da padre colombiano e madre italiana, cresciuta tra Roma, Alassio, Cartagena e il mondo. Virginia l’ho conosciuta proprio per caso, a Firenze dove ora vive, a marzo dell’anno scorso; mi trovavo lì per un week-end di lavoro e diletto insieme a un’amica e giravo nelle viuzze del centro storico con il tipico atteggiamento della ‘flâneur’. Ma al mio occhio attento, sempre alla ricerca di talenti eco-sostenibili prevalentemente auto-prodotti, non è sfuggita la vetrina del suo minuscolo negozio, allestita con costumi da bagno davvero accattivanti.

Entro ed eccola lì Virginia che, dopo la prima naturale diffidenza, è un fiume in piena e parla e si racconta con quella vena tipicamente latina, passando con nonchalance dai costumi ai viaggi agli uomini. Ma sono i costumi da bagno che m’interessano e così scopro che ‘Frida Querida Firenze‘, così si chiama il suo marchio, è nato nel 2013, dopo alcuni anni a gestire come psicologa del lavoro una società di marketing e comunicazione da lei stessa fondata nel 2008. Un’esperienza, dice, che l’ha formata e strutturata per poter gestire non solo un’idea ma anche il suo risultato, il prodotto.

‘Frida’ da Frida Kahlo, “una grande donna, la più grande artista messicana” e ‘Querida’, che in spagnolo è molto più della traduzione ‘cara’, bensì è sinonimo di donna importante, amata, bellissima, ammirata, desiderata; ecco che insieme i due termini comunicano l’idea di una femminilità dirompente, pura e sensuale, elegante anche quando si spoglia.

Ed è questa la prima cosa che noto delle creazioni di Virginia: l’eleganza nell’essenzialità delle forme, i colori decisi, spesso color block e le fantasie sofisticate, come quel gessato che sull’intero come sul bikini riesce a combinare perfettamente l’idea di austera sensualità, infatti è uno dei miei preferiti.

Infatti i costumi di Virginia piacciono e ci credo; oltre a essere belli da guardare e da indossare, sono realizzati nella lycra ‘sensitive’ di Eurojersey, un tessuto tutto italiano prodotto col metodo SensitivEcoSystem ovvero un insieme di pratiche e tecnologie mirate a ridurre l’uso di acqua, energia, prodotti chimici e rifiuti. Il tessuto gode inoltre di varie certificazioni tra cui la Oeko-Tex, mentre l’azienda sostiene una serie di programmi di conservazione internazionale e collabora dal 2015 con il WWF Italia per la tutela dell’acqua.

A Virginia il paragone viene spontaneo: per la donna di ‘Frida Querida’ l’acqua è l’elemento principale, puro e trasparente, non è un caso che anche le atlete della Federazione Nazionale di Sci Nautico Wakeboard e Wakeskate indossano proprio le sue creazioni, eseguite per altro a mano da artigiani italiani, scultori della stoffa.

Ogni costume, bikini o intero, è double face, permettendo così di indossarlo in molteplici combinazioni e reinterpretandolo in diverse occasioni. Un costume, molteplici vite. Come quella di Virginia, che si definisce “un vulcano di idee, una saetta nell’esecuzione delle stesse”, con un grande desiderio di scoprire nei suoi simili solo la parte migliore. Ed è essenzialmente questo il motivo per cui crea i suoi costumi.


‘La Marchigiana’, una storia da raccontare

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Prima di lasciarvi qualche giorno, ma giusto qualche giorno, prometto, per la pausa estiva, voglio raccontarvi una storia. Amo raccontarne di storie, lo sapete bene, soprattutto quando parlo di marchi e creativi, non mi piace mai limitarmi alla mera descrizione di un brand e/o di progetto, ma cerco il vissuto, la persona dietro al brand o al designer.

Così oggi, in questa immobile giornata agostana, ho deciso di creare un bel po’ di movimento con la storia de ‘la Marchigiana‘ alias Daniela Diletti, storia che ne racchiude tante altre, quella di una famiglia, di una donna, di un territorio e del nostro stesso Paese, tutti alla ricerca di nuove idee, vie e passioni.

Daniela con una delle sue macchine

Daniela viene da Force, un piccolo paese in provincia di Ascoli Piceno, Marche, che io stessa conosco bene perché, e qui apro una piccola parentesi di fatti miei, uno dei miei ex storici è proprio di lì. E difatti, quando ho incontrato Daniela, mi ha subito detto che lui e anche la sua famiglia, se li ricorda bene (il mondo è sempre più piccolo!). Daniela è figlia di Filomena e Gabriele, titolari di una piccola impresa calzaturiera nata negli anni ’80 che, dopo 40 anni di esperienza nel settore decidono, con l’aiuto della figlia, di invertire la tendenza degli ultimi anni passando dall’industriale all’artigianale, ricominciando dal piccolo e puntando sul territorio, i suoi saperi, il suo ritmo lento. Così, dopo la fabbrica, la casa diventa laboratorio e i ritmi quotidiani scandiscono la creazione di poche paia di scarpe, ma di alta qualità, uniche per design e lavorazione dei materiali.

Daniela ha una formazione in storia dell’arte che ha svolto tra Viterbo e Torino ed è proprio il capoluogo piemontese a diventare, quando torna a occuparsi dell’impresa di famiglia, punto di riferimento per il suo negozio/laboratorio, dove disegna e sviluppa le scarpe che prendono forma grazie appunto alla collaborazione con i genitori.

Le Marche e il Piemonte, Force e Torino, vita di campagna e vita di città; quella che ho avuto modo di conoscere, in parte, di Daniela, è la prima, perché sabato scorso ho seguito il suo workshop organizzato al ForceCraftLab, un laboratorio co-working realizzato grazie al contributo del Comitato Sisma Centro Italia. Lo spazio è destinato ad attività formative, corsi, workshop, laboratori volti a rilanciare l’artigianato, promuovendo la riscoperta di ‘nuovi’ mestieri, con la finalità di creare legami tra settori differenti, ma potenzialmente complementari, come il turismo e l’artigianato.

Il laboratorio di Daniela insegnava, in circa quattro ore, a realizzare a mano un sandalo in cuoio e io ho avuto la possibilità e la fortuna di seguire tutte le fasi del processo, dalla scelta della calzata, del pellame e dei colori al taglio della tomaia al montaggio fino al prodotto finale, qualcosa di davvero raro ai giorni nostri, abituati come siamo a vedere solo la scarpa o la borsa o l’abito quando lo scegliamo in negozio, senza sapere spesso chi e cosa c’è dietro ciò che acquistiamo.

Ebbene sì, ho visto ‘la Marchigiana’ in azione, capello lungo bianco naturale che la fa sembrare un po’ manga, anima punk che non le fa abbandonare lo stivaletto nero nemmeno d’estate, a tratti severa nell’impartire istruzioni, a tratti ironica e auto-ironica nell’affermare che, sì, per fare scarpe ci vuole “cattiveria e sofferenza”, è tutto un tagliare e bucare e incollare e ci vuole tempo, pazienza, precisione ma alla fine la fatica premia.

L’artigianato, l’handmade, è questo, non ci si improvvisa, non si scelgono materiali a caso, non ci si distrae, si lavora con la qualità e l’esperienza e si cerca, come fa con successo Daniela, di traghettare un mestiere antico nell’era digitale, con i social che, se usati con sapienza, amplificano certi virtuosismi e li rendono ancora più preziosi.

E, a proposito di materiali, la pelle? Noi che a eco-à-porter di pelle parliamo raramente, sia perché privilegiamo materiali cruelty-free, sia perché l’industria della pelle e della concia è super-inquinante, la prima domanda che ho fatto a Daniela è proprio quella riguardo alla pelle, certificazioni, tracciabilità, ecc ecc. Avendo l’occhio allenato, sia Daniela che suo padre sanno distinguere un pellame di alta qualità da uno che non lo è, come conoscono le concerie che lavorano con pellami italiani e questo è già un buon punto di partenza; si tratta poi di materiale proveniente da stock, merce che è stata ritirata dai calzaturifici e che continua ad avere il suo valore, quindi la sostenibilità sta proprio nell’utilizzare merce preesistente, piuttosto che generarne di nuova inquinando l’ambiente, che si sa che l’industria della concia è una delle più pesanti a livello ambientale.

Passare a parlare di tessuto è un attimo, anche qui il termine che ricorre è quello della sovrapproduzione e di come sia necessario, in tempi di post-Covid ancora di più, usare ciò che abbiamo già a disposizione, svuotare i magazzini, sostituire invece che buttare. E che anche una scarpa usata di prima qualità con la suola sostituita è bella uguale, anzi, “è più figa”. E mi porta l’esempio dei giapponesi che hanno la passione per il trattamento delle scarpe vecchie e scuciono la suola sostituendola con una magari più aggressiva, più moderna, accrescendone il valore, anche economico.

E arriviamo così al concetto di upcycling, tanto caro al nostro blog; Daniela stessa fa upcycling con una linea di scarpe che ha chiamato Metàsandalo, di cui io stessa sono innamorata. Il Metàsandalo, come suggerisce la parola stessa, è un sandalo a metà che può fungere anche da scarpa chiusa in base all’utilizzo degli elementi annessi; è composto da una suola in gomma, una soletta in cuoio che assorbe il sudore, asole in pelle rinforzata e due paia di fasce e di copri dita in lycra sensitive dai colori abbinati. La lycra è di magazzino, difatti l’idea è nata in collaborazione con Le Clotilde, duo al femminile che compone, riassembla, trasforma gli abiti e lavora molto con la lycra, appunto. Dagli scarti dell’una e dell’altra è nata questa idea di successo che offre svariate possibilità sia cromatiche che di utilizzo: ogni sandalo ha quattro elementi in lycra così da avere potenzialmente otto sandali di colore diverso e si può allacciare alla schiava o portare a ciabattina.

Oltre alle scarpe ‘La Marchigiana’, Daniela produce anche una linea omonima di borse che vogliono adattare la classicità della borsa in pelle artigianale, fatta a mano, ai ritmi e alle esigenze della vita in città con soluzioni pratiche indossabili in diverse opzioni: fasce zaino e tracolle rimovibili, dimensioni adatte a contenere documenti e computer portatili e così via. E poi c’è ‘Souvenir d’Italie’, brand più recente che affonda le radici nel passato, il cui nome si ispira al fenomeno settecentesco del Grand Tour, ma con la vivacità di uno stile contemporaneo che cerca di comunicare il fatto a mano alle nuove generazioni.

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma spero di avervi dato l’input per approfondire la storia di questa ragazza marchigiana che lavora fianco a fianco con il proprio immaginario e lo inserisce con passione nelle sue creazioni, offrendo alla propria clientela “spunti nuovi e possibilità a cui non avrebbero mai pensato”. E’ questo, secondo Daniela, il ruolo del designer e dell’artigiano contemporaneo.

‘Good sustainable mood’, il latte addosso

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Il mondo della moda etica, a scoprirlo, non è solo ricco di marchi e designer ma anche di associazioni e start up che operano per diffondere idee e pratiche sostenibili, come abbiamo visto ad esempio con Rén Collective. E’ un mondo vivo e attivo, direi in continuo fermento, fatto di giovani e anche giovanissimi che si sentono parte attiva del cambiamento e operano in tal senso.

Oggi ne conosciamo un’altra, di realtà che, partita da un progetto, si è concretizzata in start up entrando a far parte dell’hub di innovazione del gruppo Crédit Agricole ‘Le Village by CA‘, che da Milano ha aperto recentemente una sede a Parma.

Elena Prestigiovanni

Si tratta di ‘Good Sustainable Mood‘ o più in breve ‘Good’ ed è stata fondata nel 2019 dalla parmigiana Elena Prestigiovanni che, dopo anni passati a lavorare come buyer per grandi gruppi di moda, ha intrapreso la strada della sostenibilità aprendo nel 2016 uno dei primi concept store italiani totalmente dedicati alla moda etica. Il passo successivo è stato, l’anno scorso appunto, la presentazione della prima collezione di ‘Good’ cui è seguita l’apertura dell’e-commerce omonimo e l’ingresso nell’ecosistema di ‘Le Village’.

Lo scopo primario di ‘Good’ è quello di ridisegnare la relazione tra consumatore finale e filiera produttiva proponendo un approccio di shopping innovativo e intelligente, orientato verso la ricerca di materiali e metodi produttivi atti a ridurre il più possibile l’impatto ambientale. 

Uno dei materiali di punta di ‘Good’ è sicuramente la fibra di latte con cui sono realizzate le t-shirt in vendita nel sito; ero venuta a conoscenza di questa fibra qualche anno fa quando, per un blog di eco-moda che tenevo su Vogue.it, avevo parlato di Anke Domaske, stilista e microbiologa tedesca fondatrice del brand QMilk, basato proprio sulla lavorazione della caseina, la proteina del latte.

Morbido al tatto grazie proprio alle proteine casearie che nutrono e idratano la pelle, il tessuto ottenuto dal filato di latte si presenta leggero, morbido, scorrevole, fresco e luminoso, oltre a essere stimolante della circolazione sanguigna e antibatterico. E, cosa non secondaria, si inserisce perfettamente in un’ottica di economia circolare, derivando dallo scarto del latte della filiera alimentare.

Le t-shirt in fibra di latte di ‘Good’ sono in vendita in pre-order, ottimo metodo che tanti marchi stanno adottando per evitare inutili sprechi; la produzione si limita agli ordini ricevuti, limitando così la sovrapproduzione di capi e le conseguenti rimanenze. Chiamasi anche ‘shopping intelligente’!

Oltre alla fibra di latte, ‘Good’ ha tra i propri prodotti anche capi realizzati in fibra di Kapok e in cotone Pima; la prima, estratta dai frutti dell’albero di Kapok non coltivato, reperibile nelle aree tropicali, è una fibra funzionale naturale (fibra cava), quindi traspirante all’origine e totalmente biologica in quanto cresce spontaneamente in natura e non è trattata. Il cotone Pima è uno dei cotoni più pregiati al mondo e ha caratteristiche di straordinaria morbidezza, lucentezza e resistenza all’usura e al pilling. Tutti i materiali citati sono certificati GOTS, mentre il packaging di carta è certificato FSC (Forest Stewardship Council, sistema di certificazione forestale) e gli inchiostri vegetali.

Beh, che dire, sembra davvero un buon inizio per questa start up appena nata. Noi facciamo i migliori auguri a Elena e al suo team, che ci siano sempre ‘good’ news per la loro attività e il loro futuro!

Rén Collective, un approccio multidisciplinare alla moda etica

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teeshare, t-shirt da condividere, è un post che ho scritto a fine novembre dell’anno scorso; pensando a tutto ciò che è seguito nei mesi successivi, a come si è aperto l’anno, sembra una vita fa, la vita pre-Covid, in cui eravamo liberi di partecipare a eventi, corsi, fiere, presentazioni e sfilate.

teeshare è il marchio di t-shirt che ho conosciuto tramite Tiziano Guardini e la sua collezione p/e 2020 ‘Atlantis’; fondato da Francesca Mitolo nel 2013, è un progetto che vuole reinterpretare l’iconica maglietta in collaborazione con laboratori italiani, cooperative, comunità, persone, pensionati, artigiani e amici.

Ma Francesca Mitolo è anche la fondatrice, insieme ad altre ragazze, di rén collective, un’associazione di promozione sociale che si occupa di informare su moda etica e vivere sostenibile ed è di questo che voglio parlare oggi, che già in quel post mi ero ripromessa che gli avrei dedicato uno spazio a parte.

rén è l’acronimo di reinvent – educate – network:

  • reinvent ovvero esplorare i confini di ciò che la moda etica potrebbe potenzialmente essere cercando di colmare le lacune, proporre scenari sostenibili, basandosi su un’analisi costante del mercato e di quanto accade nel mondo, degli input forniti dagli stakeholder e dagli esperti.del settore. E poi interpretare i feedback proponendo iniziative stimolanti tese a educare, ispirare e promuovere le migliori pratiche consapevoli, favorendo processi di cambiamento concreti.
  • educate ovvero sostenere il tempo per l’ascolto e l’interazione con le persone per farne tesoro, sia quelle che conoscono e scelgono già prodotti sostenibili, sia quelle che, al contrario, non li conoscono e, magari proprio per questo, non sono ancora entrati in contatto con essi. Diffondere un’informazione corretta riguardante l’eticità e la sostenibilità nell’ambito moda, favorire una costante formazione, per noi e per la community. L’impegno è quello di mantenere, consolidare e fare chiarezza sulle informazioni distorte e interessate che ancora velano la moda etica.
  • infine network ovvero nutrire rispetto e solidarietà per chi sa produrre etico e lo porta nella propria quotidianità e in quella altrui; che sia da sempre o inizi da poco, purché concepisca di fare il proprio mestiere, con competenza, qualità, trasparenza e integrità. Creare e mantenere vivi, con artigiani e maker, legami di fiducia, condivisione e teamwork reciproci e continuativi, favorire l’incontro di idee e persone, professionisti e consumatori, offrendo percorsi ed eventi (online e offline) di networking di settore o interdisciplinari fondati su valori condivisi.

Insomma, rén è tante cose e non è un caso che il termine, in diverse lingue orientali, significhi sia persona che popolo, un solo ideogramma che definisce contemporaneamente il singolo essere umano e il suo insieme nel senso più ampio, suggellando il legame tra individuo e società ed esortando il primo ad agire con rispetto e umanità per il bene collettivo. rén ben si applica quindi al concetto di moda etica perché sono proprio le azioni del singolo e la sua responsabilità e consapevolezza individuali a portare un miglioramento, non solo nella vita altrui ma anche in quella del Pianeta.

Nel periodo del lockdown rén ha organizzato diversi webinar cui ho partecipato, iniziative davvero interessanti come quella sulle fibre, i filati e i tessuti innovativi, utili anche per chi comincia a muovere i primi passi nella direzione della sostenibilità; i webinar continuano tuttora e a questo link si possono trovare quelli passati.

Altra iniziativa dell’associazione zéeero, format per soddisfare le esigenze di un pubblico, che magari parte proprio da zero!, sempre più consapevole e desideroso di scoprire le numerose potenzialità ed espressioni legate alla sostenibilità. Si tratta di una serie di eventi che propongono, attraverso percorsi dedicati, l’esplorazione e lo svelamento di luci e ombre legate all’innovazione sostenibile, mostrando, lettera dopo lettera, i grandi temi richiamati dalle 3 ‘E’ del suo nome, dall’economia circolare (Economics, Economia), passando per l’impatto ambientale (Environment, Ecologia) e sociale (Equity, Equità sociale).  

Proprio perché rén vuole essere aperta, inclusiva, partecipativa e ogni contributo individuale, d’impresa, di enti o non-profit rappresenta la base per un effettivo cambiamento, ci si può iscrivere con una tessera annuale che permette di usufruire di sconti, agevolazioni e consulenze personalizzate.

Last but not the least, le ragazze di rén mi anticipano che rén collective diventerà un progetto sempre più completo e globale, alle radici di ciò che ha sempre voluto essere; sempre animato dalla partecipazione attiva di collaboratori volontari e da una fedele community di condivisione, ha tra gli obiettivi più ambiziosi quello di offrire nuovi percorsi e nuove offerte e consulenze ancora più allineate alle esigenze di un settore che non può più sottrarsi alle sfide di una sempre maggiore richiesta di sostenibilità.

E’estate con i cappelli in denim rigenerato di Rifò

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Il caldo è scoppiato deciso anche in questa strana estate 2020 e per fortuna direi, altrimenti sarebbe stata anomala proprio in tutto, con il Covid che ancora influenza pesantemente le nostre vite.

Estate, quindi sole, quindi caldo, quindi cappelli, come quelli di Rifò, altro marchio a cui noi di eco-à-porter siamo affezionati, dato che abbiamo avuto ospite Niccolò Cipriani, il fondatore, in una delle nostre interviste del mese e apprezziamo la loro filosofia basata sulla rigenerazione dei tessuti, tecnica che è fiore all’occhiello del distretto pratese in cui ha sede la stessa azienda.

Come con gli accessori e l’abbigliamento invernale, anche con l’estivo Rifò mette le novità in pre-vendita sul proprio sito: l’ha fatto con polo, maglioncini leggeri, camicie e, adesso, con i cappelli.

Cappelli realizzati con una tela ricavata da vecchi jeans rigenerati e le cui rifiniture sono tutte a base di materiali di riciclo: il nastrino sempre in jeans e la fodera in jersey fatta con cotone e poliestere rigenerati.

Tre i modelli, il newsboy Alex, la cloche Caroline e la coppola Mimmo, unisex, in tre taglie e ispirati alle atmosfere retro di pellicole come ‘C’era una volta l’America’, ‘Jules e Jim’ e ‘Nuovo Cinema Paradiso’; il newsboy e la cloche sono realizzati dalle mani esperte di artigiani locali toscani, mentre la coppola Mimmo è obbligatoriamente made in Napoli.

Fa tanto estate e tanto retro anche il top Lia, sempre ricavato da vecchi jeans rigenerati; scollo a v e una costina alta che valorizza le forme del corpo fermandosi appena sopra al fianco, il top ha una vestibilità leggermente aderente ma elastica, quindi molto adattabile.

Il top Lia

Per Lia sono state riprese le sfumature del mare: un blu intenso come il Mar Baltico e una tonalità più tenue come l’Oceano Atlantico, mentre la trama a doppio chicco di riso è ispirata proprio alle onde e rievoca le scie che il mare lascia sul bagnasciuga. Una poesia di top, diciamo.

Il top è in pre-vendita a un prezzo speciale fino al 7 luglio, mentre per la pre-vendita dei cappelli c’è tempo fino al 15 luglio.

Io, fossi in voi, non perderei tempo! 😉

Aperitivo con VIC, sostenibilità al mare

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Quando ho aperto il blog, due anni e mezzo fa, c’era tra il resto il desiderio di tessere una trama di relazioni con persone che avessero come obiettivo la diffusione della moda sostenibile, per condividere e diffondere le rispettive esperienze e conoscenze. Desiderio quanto mai esaudito, perché da eco-à-porter sono passati davvero tanti ospiti, da creativi e designer ad attivisti e giornalisti e con alcuni di questi si è creato un bel rapporto, anche di sostegno reciproco nelle rispettive attività.

Per esempio, con Sara Francesca Lisot di VIC – Very Important Choice: Sara mi era stata ‘nominata’ da Matteo Ward di Wrad ed è stata così mia ospite nell’Intervista del Mese di giugno 2018 (che coincidenza, praticamente due anni fa quasi precisi!) in cui ha parlato del suo progetto, VIC appunto, che da allora ha fatto tanta strada.

VIC – Very Important Choice, lo ricordo, è una piattaforma di sharing e vendita di abiti e accessori sostenibili, prodotti eticamente con materiali a basso impatto ambientale e caratterizzati da una filiera tracciabile. Ogni capo è lavato accuratamente a basso impatto ambientale con detersivi biodegradabili, biologici e ipo-anallergici (certificati per neonati) e sanificato con ozono, un processo 100% naturale che consuma bassissime quantità di energia.

Ora VIC, con l’estate ormai iniziata, promuove un aperitivo digitale, AperiVIC – Sostenibilità al mare, evento a partecipazione gratuita che si terrà mercoledì prossimo, primo luglio, alle 18.30, sulla piattaforma Zoom, con successiva vendita online esclusiva dal 2 al 5 luglio degli outfit da mare selezionati durante appunto l’AperiVIC.

All’aperitivo digitale parteciperanno gli esperti di greenlance, network di professionisti specializzati in innovazione al servizio della green economy e dell’economia circolare, mentre co-host sarà Elena Maria Viezzoli, Value Ambassador di VIC. Oltre che di moda etica si parlerà anche di eco-turismo, di come funziona in Italia e di come scegliere le mete sostenibili.

Per partecipare all’evento basta registrarsi a questo link, che vi permetterà non solo di partecipare all’aperitivo ma anche di ricevere speciali coupon sconto per la vendita esclusiva di prodotti etici e sostenibili.

Dunque, che aspettate?!

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