20 / Gennaio / 2022
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Re-love, l’upcycling in abito da sposa

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Giuro che non l’ho fatto apposta, poi manco mi piace giurare, a essere sincera. Però qui ci sta, perché solo adesso che ho scelto il primo argomento del 2022, mi accorgo che anche il primo articolo dell’anno scorso aveva come oggetto Mending for Good, l’agenzia di consulenza fondata dalla designer Barbara Guarducci, che offre soluzioni etiche e creative per la sovrapproduzione e gli scarti dei brand del lusso.

Allora il tema riguardava una open call che Mending for good rivolgeva a cooperative e realtà artigianali italiane operanti nel tessile, stavolta parliamo di una collaborazione che l’agenzia ha sviluppato con Atelier Emé, marchio che crea e produce abiti da sposa e da cerimonia sartoriali.

Non avevamo ancora parlato di abiti da sposa, quindi ben volentieri, soprattutto perché da questa collaborazione è nata Re-Love, una capsule collection di wedding dress provenienti dall’archivio di Atelier Emé rielaborati con Mending for Good con la tecnica dell’upcycling coniugata all’alto artigianato.

Si tratta in tutto di sedici abiti da sposa, dieci sviluppati appunto con l’agenzia e sei creati internamenti dall’ufficio stile dell’Atelier, una “fusione armonica e fatata di passato e presente”, un re-work frutto di un progetto/processo di trasformazione avvenuto seguendo principi di circolarità.

I capi scelti sono stati decostruiti e ricostruiti nei laboratori dell’Atelier Emé, mentre mending for good si è occupata di fornire soluzioni di re-purposing attraverso varie tecniche come la pittura su tessuto eseguita da Karl Joerns dell’Atelier La Serra MK textile di Firenze, i ricami a mano eseguiti da Donatella de Bonis e le decorazioni, sempre a mano. Un upcycling che si può definire ‘fiabesco’, raggiunto attraverso un lavoro sinergico che ha unito competenze altamente specializzate e savoir-faire artigianale, per creazioni da sogno, romantiche, ricche di disegni variopinti, bouquet acquerellati, applicazioni tridimensionali e ricami ton-sur-ton.

La collezione Re-love è la dimostrazione che la creatività circolare può essere applicata anche al settore wedding e non solo; gli abiti da sposa di questa capsule collection sono frutto di un percorso formativo legato a workshop organizzati da Mending for Good, che ha coinvolto i laboratori artigianali di San Patrignano per la pittura su tessuto e la cooperativa sociale Manusa per il ricamo handmade.

Re-love è disponibile in esclusiva dal 14 dicembre scorso nell’atelier Emé di Milano, in Vicolo Giardino 1.

L’alpaca, ‘la fibra degli dei’ che unisce due mondi

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Uno dei motivi per cui ho aperto questo blog è perché sono convinta sostenitrice dei diritti degli animali, per una moda cruelty-free come dovrebbe essere quella etica, di cui parliamo e che diffondiamo a eco-à-porter. La moda che intendo io non può prescindere da questo aspetto ovvero dalla cura e dal rispetto per ogni essere vivente, quindi, quando scelgo di parlare di un marchio che fa uso di materiale di origine animale, mi assicuro che esso non derivi da maltrattamenti e privazioni.

Di lana di alpaca ho già parlato e oggi come allora ne torno a scrivere con la storia di Donatella e Roberto, fondatori proprio quest’anno di Luxalpaca, progetto nato nel 2019 durante un viaggio in Perù, che ringrazio perché mi danno l’opportunità di soffermarmi maggiormente sul materiale e sulla sua provenienza, che viene appunto dall’alpaca, un simpatico camelide originario delle Ande.

Presso il distretto di Chinchero, nella regione di Cusco, ex capitale dell’impero Inca, Donatella e Roberto scoprono la lavorazione della lana d’alpaca, antichissima tradizione che secondo gli storici risale al 4000/5000 a.C. e che ancora oggi rappresenta per le comunità locali un’importante fonte di sostentamento, soprattutto in relazione alla fibra pregiata che se ne ricava.

L’alpaca è parte essenziale della cultura andina, il suo legame con la simbologia Inca rimane forte e immutato anche nel presente ed è sinonimo di rispetto per la natura e la vita; questi animali pascolano liberamente sulle Ande ad altitudini comprese tra i 3500 e i 5000 slm, si cibano di piante che crescono spontaneamente, anzi, spezzandone gli steli delicatamente ne favoriscono perfino la ricrescita, e riescono a sopravvivere a condizioni metereologiche estreme proprio grazie alle proprietà isolanti del loro vello, che viene tosato una volta all’anno, tra novembre e marzo, quando là è estate, con tecniche cruelty-free che non causano dolore all’animale.

I due tipi di Alpaca: Haucaya, la varietà più comune, con vello voluminoso e riccio e un’ampia gamma di colori naturali;
Suri, rappresenta il 15% della popolazione di Alpaca, ha la fibra liscia e dritta dall’aspetto setoso e dall’elevata elasticità.

E Luxalpaca nasce proprio dall’affascinante tradizione tessile millenaria peruviana unita a quella del design italiano, con l’economia di un Paese che sostiene quella dell’altro, con una comunità locale, quella peruviana, che può sostentarsi seguendo quelle che sono le proprie naturali inclinazioni, con una produzione il più artigianale possibile, interamente delineata con gli artigiani del posto, che consigliano anche le tinte più adeguate ricavate da erbe, fiori e frutti, a seconda della disponibilità e della stagione in corso. Sono infatti nove i toni puri e più di altre venti le tonalità naturali che rendono superflua la tintura industriale.

La prima collezione di Luxalpaca è stata ispirata dalla Chakana, simbolo millenario presente nelle culture più antiche del Perù e poi durante il grande impero Inca; il termine ‘Chakana’ deriva dal Quechua, la lingua Inca, parlata tutt’oggi nei territori andini e significa letteralmente ‘ponte verso l’alto, un ponte che conduce al sole ma c’è anche la possibilità di un’altra origine ovvero ‘Tawa Chakana’, ‘quattro scalini’, a indicare comunque un collegamento tra la luce e l’oscurità dei mondi. Al di là dei significati letterali, ‘Chakana’ è dualità, è l’anello di congiunzione del mondo terreno con l’ultraterreno, ma anche della Terra con il Sole, dell’uomo con Dio.

Si potrebbe fare riferimento alla scelta della Chakana come prima collezione sia perché è il simbolo più emblematico della cultura Inca, ma anche per il concetto di dualità come il Perù e l’Italia, due culture che si fondono per dar vita a un prodotto unico.

Non è un caso che, sempre gli Inca, chiamassero la fibra d’alpaca ‘fibra degli dei’, grazie a qualità che si sono mantenute tali nel tempo: leggerezza, morbidezza, elasticità, resistenza, lunga durata, insieme a proprietà termiche e ipoallergeniche, che si ritrovano nei capi poi realizzati.

Luxalpaca possiede anche la certificazione AIA, che garantisce ai clienti di acquistare prodotti di vera lana di alpaca peruviana 100% e fa parte della International Alpaca Association (IAA), un’organizzazione privata senza fini di lucro nata nel 1984 per promuovere e proteggere l’immagine della fibra di alpaca e dei prodotti realizzati con essa attraverso la diffusione e l’uso corretto del marchio Alpaca Origin Mark.

Tutte le immagini courtesy @Luxalpaca

Qui sotto la testimonianza di Walter, rappresentante della comunità di Chinchero – Cusco di cui ho parlato nel testo:


Filpucci, la sostenibile leggerezza dei filati

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L’argomento di oggi è la prosecuzione ideale di ciò di cui abbiamo parlato nell’articolo di ‘riapertura’ del blog, dedicato al documentario di Silvia Gambi e Tommaso Santi ‘Stracci‘, sul percorso virtuoso che i ‘rifiuti’ tessili fanno per trasformarsi in nuovo filato in quel di Prato.

Perché tra le aziende pratesi che si occupano di rigenerazione dei tessuti c’è Filpucci, fondata nel 1967 da Leandro Gualtieri come Industria Filati Pucci, oggi diretta dal figlio Federico, che ho il piacere di avere come ospite per una chiacchierata sull’attività e i prodotti di una realtà che si è impegnata nella sostenibilità fin dall’inizio.

Federico Gualtieri, presidente di Filpucci

Federico, la vostra è una delle aziende storiche di Prato, conosciuta soprattutto per la produzione di filati di alta qualità e negli ultimi anni anche per la rigenerazione dei filati di lana e cachemire. Questo rappresenta un importante elemento legato alla sostenibilità, che praticate da quando avete aperto, nel 1967. Ma quali sono stati, negli anni, altri passi fatti su questo percorso?

Filpucci da sempre presta grande attenzione al tema della responsabilità e al processo di produzione; per noi la qualità è una cosa seria e un prodotto di qualità deve necessariamente seguire determinati criteri. Siamo impegnati nella costruzione di una strategia di sostenibilità da molti anni, ma l’abbiamo vissuto come un passaggio naturale e necessario, perché questo impegno rafforza i nostri valori. Adesso siamo impegnati sul tema della rigenerazione all’interno del progetto Re-Verso (supply chain integrata, trasparente, tracciabile e certificata di cui l’azienda è partner) che sta riscuotendo un interesse sempre maggiore da parte del mercato. Ma siamo anche dotati delle principali certificazioni dei materiali e misuriamo le nostre performance con l’indice Higg, standard per valutare la sostenibilità ambientale e sociale lungo tutta la catena di approvvigionamento. Per non parlare della tracciabilità: raccontare la storia dei nostri prodotti dalla fibra al gomitolo è per noi un motivo di vanto.

Sul vostro sito scrivete che “non si può parlare di sostenibilità se non c’è una seria misurazione degli impatti”; puoi fornirci qualche dato relativo all’impatto ambientale di un filato rigenerato paragonato a uno realizzato con materia prima vergine generica? Quali risparmi ci sono?

La misurazioni degli impatti è fondamentale per dare sostanza a una strategia di sostenibilità ed è soprattutto anche l’unico modo per impostare degli obiettivi di miglioramento. Per questo abbiamo effettuato una analisi Lyfe Cycle Assessment (LCA), sul ciclo di vita del prodotto, facendo una comparazione rispetto agli stessi prodotti realizzati con materiali vergini: siamo partiti dalle nostre collezioni più iconiche ed è emerso che c’è un risparmio di energia del 75%, di acqua del 98% e del 90% di CO2. Adesso abbiamo pensato di estendere l’analisi anche ad altri prodotti della collezione: è giusto che i clienti abbiano dati concreti per comprendere i risvolti positivi delle proprie scelte.

Direi una bella differenza! Ma siete coinvolti anche nell’arte contemporanea e nel design e collaborate spesso con artisti e designer, come è successo recentemente con Gucci. In cosa consiste la collaborazione? E che ruolo hanno i vostri filati?

Filpucci ha da sempre mostrato una grande attenzione nei confronti del mondo dell’arte e del design: per creare cose belle, dobbiamo nutrirci di bellezza. La collaborazione con i giovani designer è fondamentale per avere stimoli nuovi, perché da questi progetti riusciamo ad aprirci ai nuovi trend. Collaboriamo con Feel The Yarn, mettendo a disposizione i nostri filati per i progetti dei designer, collaboriamo con le scuole di moda, sosteniamo anche le iniziative di singoli creativi: ognuna di queste collaborazioni ci regala uno sguardo nuovo sul prodotto. E’ stata molto importante la collaborazione con Gucci Vault, una piattaforma creata dal brand e aperta ai giovani creativi, che ci ha dato la possibilità di collaborare con designer di alto livello: Gui Rosa e Rui Zhou hanno interpretato in maniera assolutamente originale i nostri materiali, dai mohair alle viscose.

A proposito di artisti, ho letto che nel 1983 Filpucci ha collaborato anche con Andy Warhol: cosa avete realizzato insieme?

Mio padre, Leandro Gualtieri, incontrò Andy Warhol a New York e gli chiese di realizzare per l’azienda un bozzetto che avrebbe potuto usare per le campagne pubblicitarie, la famosa rocca che ancora è visibile in azienda. Grazie a quell’incontro qualche mese dopo Warhol organizzò insieme a Filpucci una mostra a Milano dove vennero esposti i ritratti che l’artista aveva fatto agli stilisti più famosi dell’epoca: Krizia, Coveri, Armani, Valentino. Erano tempi diversi, ma la contaminazione tra il mondo della moda e l’arte è importante per l’evoluzione del prodotto.

Abbiamo parlato di passato, presente e futuro: cosa c’è nel vostro, soprattutto a livello di sostenibilità, oltre agli impegni già presi?

Il nostro obiettivo è di realizzare le nostre collezioni solo con materiali certificati e tracciati. Su alcuni materiali siamo già molto avanti, su altri ci stiamo lavorando, ma in ogni caso a oggi il 50% delle nostre collezioni sono realizzate con materiale certificato. Vogliamo anche lavorare sul tema del benessere aziendale: la nostra produzione viene fatta molto internamente, ma vogliamo che siano garantiti gli stessi standard anche alle aziende che fanno parte della nostra catena di fornitura. La condivisione di certe scelte è il modo migliore per andare avanti tutti insieme.

E mi sembrano ottime premesse e promesse. Grazie Federico, non solo della disponibilità ma anche per aver spiegato ai miei lettori cosa significa per un’azienda impegnarsi davvero nella sostenibilità, un lavoro complesso, lungo e articolato fatto di fasi e passaggi imprescindibili e importanti.

2021: questa è l’estate delle sirene 🧜🏼‍♀️

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Come ogni inizio estate, qualche suggerimento sul beachwear va dato, ovviamente in chiave sostenibile. Abbiamo sempre scelto con cura i marchi di cui parlarvi e molti di questi avevano, hanno, come materiale di punta l’ECONYL che, ormai lo sappiamo, non è altro che il nylon rigenerato dalle reti da pesca e da altri scarti pre e post-consumo.

Certo, l’ECONYL non è l’unico tessuto che si può utilizzare per produrre costumi da bagno etici; c’è chi, ad esempio, ha avuto l’idea di ricorrere alla lycra di recupero, rimanenze aziendali di ottima fattura per bikini e interi in stile retro.

Come Sirene Ethical Beachwear, brand nato da pochi mesi a Bologna da due creative che hanno già all’attivo, ognuna, un proprio marchio auto-prodotto: Lucia Chiodi, sarta e designer lombarda trapiantata nel capoluogo emiliano da 20 anni, fondatrice di Makomako e Carlotta Fiorini, stilista bolognese con il suo Animanili.

Era da tempo che Lucia e Carlotta, che si conoscono perché fanno entrambe parte di RiSalto, associazione culturale e bottega creativa fondata e condotta da 10 artigiane che propongono i propri progetti nel cuore di Bologna, pensavano a una linea di beachwear sostenibile e dopo varie prove e rimandi dovuti ai rispettivi impegni, senza contare il blocco legato alla pandemia, hanno lanciato Sirene Ethical Beachwear a marzo di quest’anno (le ho avute ospiti durante una delle dirette della Fashion Revolution week di fine aprile).

Retro, ironici e femminili, i costumi da bagno sono appunto realizzati con Lycra recuperata da aziende della zona, perciò si tratta di pezzi unici che le due creative, dopo averli progettati e disegnati, hanno fatto cucire a SocialChic Design, laboratorio sartoriale che lavora per l’integrazione e la valorizzazione di persone in svantaggio sociale, soprattutto donne, madri e migranti.

I modelli guardano a decadi passate ma con linee moderne e accattivanti, come le fantasie, che vanno dal floreale all’animalier alle righe, in accostamenti cromatici e dettagli originali, spesso intercambiabili, come i laccetti del bikini ‘Miss ’60’, che possono essere sostituiti con un paio di un altro colore.

C’è il due pezzi ‘Miss ’50 variante Daisy’ con le sue suggestioni orientali date da maxi-motivi floreali a contrasto su base nera, l’intero ‘Miss 70 variante Monet’ in lime e verde foresta e tanti altri che potete vedere e scegliere sulla pagina Facebook del marchio.

Oltre ai modelli già disponibili, Lucia e Carlotta hanno a disposizione altre fantasie che, su ordinazione, possono essere scelte per realizzare il modello preferito e, se vi trovate a Bologna o nei dintorni, potete passare direttamente per farvi aggiustare il costume addosso.

Anche il packaging è sostenibile e handmade; si tratta di confezioni realizzate con la stessa Lycra, accompagnate da cartellino disegnato da Carlotta Fiorini, insomma tutto a mano, tutto auto-prodotto, tutto pronto per un’estate da … sirene!

+Three, una collezione dedicata agli oceani

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Le giornate internazionali istituite per sensibilizzare sui temi ambientali sono diverse; lo scorso 5 giugno è stata ad esempio quella dell’ambiente, mentre domani sarà quella degli oceani, cui il nostro blog è sempre stato particolarmente attento.

E’ infatti da quando abbiamo aperto che, a ridosso dell’8 giugno, Giornata Mondiale degli Oceani, parliamo di iniziative e progetti che hanno come tema la salvaguardia di queste nostre immense riserve d’acqua sempre più minacciate su più fronti, in primis dalla miriade di rifiuti plastici che li sta trasformando in discariche galleggianti. 

Quest’anno scegliamo di parlarvi di una nuova collezione di borse realizzate con un materiale ottenuto dalla plastica recuperata dalle acque di oceani e mari di tutto il mondo: si tratta del filato Seaqual e del marchio +Three, che da poco ha lanciato anche una limited edition di borse in caucciù con targhetta tira-lampo personalizzata in alluminio riciclabile e che ora, appunto, ne dedica una agli oceani e alla loro salvaguardia.

Le borse in Seaqual fanno parte della collezione ‘Wave’ e sono appunto realizzate con il Seaqual Yarn, un tipo di poliestere riciclato post consumo che contiene l’Upcycled Marine Plastic di Seaqual Initiative, l’organizzazione che promuove la salvaguardia delle acque mondiali a partire proprio dalla loro pulizia. Oltre al poliestere riciclato, le borse sono composte da altri materiali green, come il cotone riciclato al 70% per la fodera, ancora poliestere riciclato per le zip e l’eco pelle biogreen per le rifiniture.

Il tutto espresso da un carosello di modelli iconici che, dallo zaino al classico borsone da viaggio arrivano alle hobo, alle crossbody e alle shopper, mentre una selezione della collezione è caratterizzata da un pattern floreale ideato dall’illustratore francese Marc Majewski, che ha voluto così esprimere la propria idea di natura e di rispetto per l’ambiente, tema che gli sta a cuore, cui si aggiunge un pendente in alluminio riciclato e riciclabile con i caratteri distintivi del brand.

Il modello a zaino

Anche la produzione, rigorosamente made in Italy e a tiratura limitata, risponde a criteri di sostenibilità a tutto tondo, tanto che una parte è stata affidata alla cooperativa Cartiera di Sasso Marconi che impiega persone in condizione svantaggiate per garantire loro dignità e libertà sociale.

In occasione del debutto della linea ‘Wave’, la cui campagna pubblicitaria avrà un focus proprio sulla salvaguardia del mare, +Three ha partecipato e sponsorizzato l’iniziativa ‘Estate Clean’ del 5 giugno scorso per la pulizia delle spiagge promossa dal Comune di Grosseto, un progetto esteso che andrà avanti per tutta l’estate, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche ambientali.

.0, un’altra scarpa sostenibile nell’universo delle sneaker

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Lo sdoganamento della sneaker come scarpa che va oltre l’uso casual/sportivo si può far risalire ormai a diverse stagioni fa e questo trend non sembra perdere terreno, basti pensare all’ultima cerimonia degli Oscar, con il red carpet calcato da diverse scarpe sportive, come quelle della regista Chloé Zhao, vincitrice del miglior film e regia.

Nel microcosmo (che diventa sempre più macro) della moda green, crescono i brand ‘convenzionali’ ed etici che lanciano sneaker ecologiche, io stessa qui nel blog ne ho parlato spesso: da Yatay a Womsh, da Id-Eight a Wao passando per Reebok, impegnata a rendere sempre più sostenibili produzione e prodotti.

Oggi ne presento un altro, di marchio, che ha come mission la produzione di una sneaker sostenibile, con il valore aggiunto della possibilità di riciclo: si chiama .0 ed è nato nel 2020 dal 23enne fiorentino David Braccini, infanzia a stretto contatto con la natura che l’ha ispirato nel suo percorso professionale.

David e il suo team hanno dato vita a una scarpa realizzata con un materiale innovativo che deriva dagli scarti della lavorazione del legno e della carta e che, convertito in bio-polimeri, può essere trasformato e destinato a varie applicazioni. Nel caso della scarpa, una sorta di bio-plastica per la suola (che riprende le stesse nervature del legno, come potete vedere nell’immagine di copertina ma che richiama anche l’impronta digitale umana) ma anche un tipo di filato per la tomaia, caratteristiche che permettono al prodotto di essere riciclato una volta arrivato a fine vita.

Le altre componenti della scarpa vengono stampate in 3D, la tintura avviene senza l’utilizzo di acqua, il tutto realizzato in Italia da artigiani specializzati.

Ancora in fase di test, il vero lancio della sneaker .0 avverrà tramite crowdfunding sulla piattaforma Indiegogo tra fine giugno e inizio luglio e per sostenere il progetto è possibile iscriversi alla lista d’attesa sul sito del brand. I primi 200 iscritti riceveranno un super sconto sul prezzo del crowdfunding.

A David Braccini piace sottolineare l’idea che ciò che si acquisterà sarà molto più che una scarpa: una filosofia con l’obiettivo di reinstaurare un equilibrio tra uomo e natura impiegando le risorse invece che sfruttarle.

‘Dress the gap’, un vuoto da riempire

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“Per noi non è importante mostrarci ma percepirci, ancora meglio se lo facciamo felici nei nostri abiti”. Oggi comincio con una citazione che, a mio parere, racchiude concetto e stile del marchio di cui sto per parlare, Neurofashion, ideato da una psicologa esperta di scienze cognitive e appassionata di moda, Chiara Salomone, che va oltre la mera idea di abito, per riempire un vuoto che riguarda ciò che siamo e ciò che percepiamo in una società sempre più liquida, senza più confini netti.

‘Dress the Gap’ è la prima collezione di Neurofashion, concepita osservando un mondo dove le garanzie di stile e di ordine vacillano, dove luoghi e culture si sovrappongono creando una realtà frammentata, in cui l’abito ha il doppio ruolo di identificare l’evoluzione culturale e un tipo di società e al tempo stesso di rappresentarle.

E per Chiara Salomone non ci sono dubbi, quel ‘gap’ della collezione è il vuoto da sanare lì dove limiti e confini non esistono più e nemmeno misure e costrizioni; nasce così una comunità che si confronta e sperimenta, vestita di abiti che si conformano al corpo e alla sua perenne modificazione senza ricorrere a taglie, loghi, generi, stagionalità e occasioni d’uso.   

“In Neurofashion, dice Chiara Salomone, ci sono studio, etica e pensiero”, con l’obiettivo di offrire non solo un abito ma anche “uno spazio in cui l’abito diventa strumento e messaggio di benessere”; il marchio e insieme la sua prima collezione ‘Dress the Gap’ vogliono anche dare una risposta al bisogno di sostenibilità, che significa tra l’altro fare acquisti con cervello, guidandoci contemporaneamente nella consapevolezza che attraverso questi abiti vestiamo i corpi, gli diamo un habitat, un ambiente protetto dove vivere e quindi dove trasformarci.

Sostenibilità, poi, è attenzione all’uso dei materiali, che provengono da una filiera etica: cotone, seta e modal sono ricavati da fonti rinnovabili e sostenibili, utilizzati per dare forma a una serie di look morbidi e oversize, con pantaloni con chiusure a scomparsa che vogliono trasmettere non solo l’idea di ‘no size’ ma anche il concetto di un corpo vivo che cambia continuamente, inadatto a essere chiuso in una taglia.

Il tailoring dei capi spalla è urbano ed evoca le silhouette squadrate anni ‘80 con blazer, maglie e t-shirt dalle spalle larghe e dai volumi ampi, niente che stringa il corpo, ne lacci, ne cinture; e poi t-shirt lunghe e corte, trench e pantaloni cargo in organza di seta, caban con zip smanicati e legging.

In tutti i capi l’etichetta è posta all’esterno.

       

Wao – The Eco Effect Shoes, la rivoluzione che parte dal basso

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Parlare di sostenibilità non è semplice, credetemi. Tanto meno parlare di moda sostenibile. A maggior ragione oggi, che i marchi cosiddetti green vengono su come i funghi e le aziende fanno a gara per apparire più virtuose delle altre, come se fosse una competizione appunto e non una vocazione.

Quando scelgo di parlare di un brand, oltre a un certo gusto personale e all’estetica, perché l’occhio vuole sempre la sua parte e sarei ipocrita se lo negassi, cerco sempre di capire il ‘green thinking’ che c’è dietro, se è solo una patina verdognola (il famoso greenwashing) oppure se chi produce e fa ha davvero certi valori e si vuole adoperare per un cambiamento reale. E solitamente si capisce.

Michele Stignani, project manager di Wao

Come l’ho capito con Michele Stignani, project manager del marchio di sneaker interamente eco-sostenibile Wao – The Eco Effect Shoes, con cui ho avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata sulle scarpe e intorno alle scarpe, scoprendo, come prima cosa, che il suo desiderio primario è quello di lasciare alla figlia di 6 anni un Pianeta più pulito. E siccome i figli sono pezzi di cuore, dalla sua nascita Michele ha sentito l’esigenza, lui da anni direttore commerciale e consulente nella moda ‘tradizionale’, di dare il proprio concreto contributo (avevamo sentito una storia simile con Javier Goyaneche di Ecoalf, ricordate?).

Il primo prototipo di scarpa arriva tra il 2016 e il 2017 dall’incontro di Michele con la designer Erika Moriconi, “che non crea per la moda, ma per trasmettere il sentimento più importante che la natura mi abbia insegnato: l’amore”, seguito nel 2018 da una campagna di crowdfunding su Kickstarter dall’esito positivo che permette di produrre le prime scarpe e di uscire successivamente con lo shop online.

Al duo di Wao si aggiungono strada facendo altre persone, dei “pazzi” come lui, li definisce Michele, che mettono anima e corpo nel progetto, perché ci credono, perché vogliono fare la differenza, perché “dopo anni a inseguire guadagni e utili per le aziende, ora è il momento di far fare utili al nostro Pianeta”. Nel gruppo anche l’art director Gianmarco Giacometti, autore del logo e dello sviluppo del prodotto.

Il team dei ‘pazzi’ di Wao

Ma vediamola un po’ da vicino questa sneaker interamente eco-sostenibile. L’idea è quella di una scarpa dall” effetto eco’ ovvero realizzata da materiali naturali, riciclabili o rigenerati, provenienti dalla terra e che alla terra ritornano una volta finito l’utilizzo.

La tomaia è in canapa grezza o tinta con estratti naturali derivati dalle piante, lacci ed etichetta in cotone organico, sottopiede in sughero e in fibra di cocco dalle caratteristiche anti-microbiche, traspiranti e totalmente naturali, suola è Go!Zero®, un prodotto tutto italiano in 99% gomma naturale brevettato degradabile nel compost. E il restante 1%? Si tratta di un eccipiente che a contatto con gli acidi del compost permette alle suole di degradarsi almeno dell’80% in due anni.

E una volta a fine vita, come e dove avviene il processo di smaltimento? Dress to live, la società che ha depositato il marchio Wao, si occuperà della gestione dello stesso ritirando le scarpe, separandone le parti per il compost e l’indifferenziato, mentre l’organico sarà dato da mangiare ai vermi. E così l’effetto eco compirà il proprio viaggio, un viaggio totalmente circolare, senza pezzi mancanti.

Dopo le sneaker in canapa, sono arrivate le Wao Nylong, il modello water-resistant in Econyl, il nylon rigenerato che conosciamo bene per averne parlato in diverse occasioni; ricordiamo che si tratta di un materiale ricavato da reti da pesca abbandonate negli oceani e recuperate, scarti di tessuto e plastica industriale e che ha le stesse caratteristiche del nylon vergine ma riduce dell’80% il proprio impatto sul riscaldamento globale. Per il resto, lacci in cotone organico, sottopiede in sughero e fibra di cocco e suola in gomma compostabile come sopra.

Siccome poi Wao è un progetto in divenire e ha questo effetto eco che vuole propagarsi come una rivoluzione, la mente dei suoi creatori è anch’essa in costante movimento, così Michele mi parla anche del prossimo prodotto: la calza circolare in fibre e tinture naturali, accompagnata da un talloncino con istruzioni per, a fine vita, trasformarla in un pupazzo o in un cattura-odori per il frigorifero o, se bucata o spaiata, inviarla per inserirla in un circuito che rammenda le calze per i senzatetto, che ne hanno sempre bisogno.

Il coinvolgimento di realtà sociali per lo smembramento e il riutilizzo dei materiali rientra pienamente nell’idea circolare di Wao, perché il ricircolo non sia solo fisico, materico ma anche valoriale, legato a una volontà di condivisione ben precisa che va oltre i meri reclami.

Last but not the least, il 4% del ricavato delle vendite viene devoluto ad associazioni no profit impegnate nella tutela degli animali e dell’ambiente; ad oggi sono Sea Sheperd, Travelers Against Plastic, African Conservation e Lega Antivivisezionista.

L’entusiasmo di Michele Stignani, come immagino del resto del team, è puro e coinvolgente e quando mi parla della demo che lanceranno per la settimana della Fashion Revolution, in cui si potrà fare un’immersione in realtà aumentata sullo stato dei nostri oceani (ahimè invasi dalla plastica), sono subito pronta a condividere la cosa, come sono stata pronta a parlare delle sneaker con l’effetto eco, che spero arrivi ad ognuno di voi.

Miomojo, la magia evocativa di una parola

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C’è una cosa che accomuna molte delle storie legate ai marchi etici che racconto qui, oltre al fatto che sono quasi tutte al femminile; l’avevo già accennato parlando di Inkanti di Valerie Cesaratto e di Trame di Stile di Claudia Aureli, lo confermo oggi introducendo Miomojo, il brand di borse vegane fondato da Claudia Pievani nel 2012.

Si tratta di storie di donne con una carriera solitamente ben avviata, con libertà economica e tanti altri vantaggi che, ad un certo punto, sentono l’esigenza di ‘andare oltre’, di fare qualcosa che sia una sorta di ‘missione’, ciò che comunemente viene chiamato ‘lo scopo della vita’.

Per Claudia Pievani questo passaggio coincide con la nascita di Miomojo che, già nel nome, vuole comunicare positività e benessere; il termine ‘mojo’ in inglese indica infatti quel particolare stato psicofisico energetico grazie cui ci si sente in grado di realizzare qualsiasi cosa, una sorta di magia che anima e ispira e che, associata all’aggettivo possessivo ‘mio’, rimanda alle origini italiane del marchio. La scoperta poi, quasi casuale, che in un dialetto del Sud Africa ‘mojo’ voglia dire ‘porta-fortuna’, è la conferma che si tratti della scelta giusta.

Un marchio che Claudia, da sempre appassionata di design, vuole fin da subito cruelty-free, ben consapevole che la pelle è il materiale più utilizzato per gli accessory luxury; trovare un’alternativa con lo stesso valore estetico, evitando ciò che all’epoca, parliamo di quasi un decennio fa, ha a che fare con prodotti sintetici che mancano di qualità e sono anch’essi fortemente inquinanti, non è facile. Però non impossibile.

Un’accurata attività di ricerca (definita “odissea” dalla stessa titolare) porta Claudia a utilizzare, prima l’R-Pet, cioè la plastica riciclata, poi a scoprire le eccezionali caratteristiche dei materiali ricavati, ad esempio, dalle bucce di mela, quella che viene chiamata pelle-mela ed è prodotta dagli scarti delle mele che vengono recuperati, essiccati e macinati ottenendo una polvere poi miscelata con poliuretano e tintura.

La borsetta realizzata con la pelle-mela

Poi è la volta della pelle di cactus, ottenuta cioè dalle foglie più mature del cactus, che vengono raccolte, pulite, triturate, fatte essiccare e poi mescolate con agenti chimici non tossici. Al composto ottenuto vengono date forma, texture e colore, mentre gli interni delle borse sono realizzati in cotone e poliestere riciclato dal PET.

…. e quella realizzata con la ‘pelle’ di cactus

Ma la ricerca di materiali innovativi, organici e riciclati è instancabile tanto che l’obiettivo di Claudia è di arrivare al 2022, quindi all’anno prossimo, con una produzione 100% sostenibile, ricorrendo alle reti da pesca riciclate, al vetro, alle bottiglie di plastica e, oltre agli scarti di mela e di cactus, anche ai fondi di caffè, agli scarti della produzione di vino, menta, mais e molto altro.

Il modello di business di Miomojo ingloba anche dei progetti charity a favore dei diritti degli animali; negli ultimi sette anni il marchio ha raccolto oltre 200.000 dollari per l’associazione animalista Animals Asia che, tra il resto, s’impegna per salvare gli orsi della luna dall’industria della bile. “Dopo essere stata in Cina e Vietnam e aver visitato il santuario di Animals Asia a Chengdu e Hanoi, racconta Claudia Pievani, vedendo con i miei occhi questi animali salvati da atroci sofferenze, che con coraggio si godevano una seconda vita dopo decenni di torture e prigionia, ho deciso di sostenere economicamente gli eroi che hanno reso possibile tutto ciò”.

Nel tempo Miomojo ha esteso il proprio sostegno ad altre organizzazioni benefiche come Mercy for Animals e FOUR PAWS, oltre a numerosi piccoli santuari per animali in tutto il mondo. Perciò è diventata da poco una società benefit, quindi integrando ai classici obiettivi di profitto, quelli sociali e ambientali; di recente l’impegno si è ulteriormente rafforzato aderendo all’1% For The Planet, l’alleanza internazionale tra aziende che devolvono almeno l’1% delle proprie vendite annuali a cause ambientali.

Claudia Pievani ha trovato in Miomojo il proprio ‘Ikigai’ ovvero quel magico punto di congiunzione tra ciò che amiamo fare (passione), ci risulta naturale (vocazione) ma si rivela anche utile al mondo (missione), senza trascurare il necessario riconoscimento economico (professione).

Tra i progetti futuri, la creazione di una linea di scarpe che abbiano le stesse caratteristiche delle borse ovvero design, rispetto e accessibilità ma anche una Fondazione Miomojo per animali e, last but not least, un rescue center Miomojo, che sarà sede della company, ma anche luogo di pace per animali salvati, nonché centro educativo per un futuro più gentile.

Tutte le immagini courtesy @Miomojo


Le storie, come gli abiti, sono fatte di ‘Trame di Stile’

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Più entro in contatto con realtà legate alla moda sostenibile, piccole o grandi esse siano, più mi rendo conto che, oltre a quei criteri imprescindibili per cui un prodotto può essere considerato etico, c’è una peculiarità che lo identifica e identifica il marchio o il designer che c’è dietro: il vissuto.

Per questo a noi di eco-à-porter piacciono così tanto le storie, perché sono quelle che ci raccontano meglio un brand sostenibile: la mamma o la nonna sarte che tramandano a figli/e e nipoti l’arte del fatto a mano, della precisione, del rammendo, l’amore coltivato fin dall’infanzia per la natura e gli animali che portano a fare scelte cruelty-free e rispettose dell’ambiente, un viaggio che fa scoprire antiche tradizioni, tessuti naturali, l’artigianato locale. Il capo o l’accessorio che diventano così espressione di quel vissuto, di quelle esperienze, acquisendo così un valore aggiunto.

Anche Trame di Stile è nato da una storia (e forse non è un caso che ci sia all’interno la parola ‘trame’), quella di un’imprenditrice di successo, Claudia Aureli, dottore commercialista, che dal settore in cui opera, quello alimentare, in cui già applica i principi legati alla cura e al benessere del corpo ovvero ‘ci si cura partendo dal cibo’, si sposta su quello della moda, spinta dal desiderio di esplorare altre modalità di espressione del proprio essere e dei propri punti di vista.

Il logo di Trame di Stile

Così, nel 2017 Claudia, già appassionata di tessuti e filati naturali e interessata alla canapa, mette in contatto un gruppo di persone incontrate casualmente, che investe proprio nella coltivazione di questa pianta in Romagna, con Mauro Vismara, titolare dell’azienda tessile milanese Maeko Tessuti, con il progetto di riportare ai vertici una filiera tutta italiana della canapa. Da cosa nasce cosa e nei tre anni successivi, il progetto legato alla canapa si intreccia con quello della nascita del brand Trame di Stile, con un logo che già condensa in sé lo spirito del marchio: un intreccio di filati nella tonalità del Terra di Siena bruciata, colore che esprime amore e rispetto, oltre che per la Terra come Pianeta, anche per la terra come terreno, fonte di sostentamento e di vita.

Dall’intreccio dei filati, ottenuti con i prodotti della terra, Trame di stile realizza i propri capi; canapa, ortica e cotone biologico sono i materiali attorno cui è costruita la collezione, tessuti vegetali caratterizzati da proprietà traspiranti, antimicrobiche, anti-raggi UV e termo-regolatrici, tinti con tonalità che vanno dai colori tenui e naturali di canapa e ortica all’ocra e indaco, carichi della terra, degli astri, del cosmo, al nero, vigoroso e totale.

Il tutto su linee fluide, che accarezzano gentilmente il corpo, bluse e cardigan morbidi, abiti ampi, pantaloni palazzo, su cui spicca la cura per il dettaglio che si traduce in arricciature delicate, ruche, volant, bande a contrasto come nel blazer doppiopetto in stile marinaro realizzato in canapa (immagine di copertina).

E così Claudia, con il suo brand tutto naturale, ha trovato il modo di esprimere se stessa nel modo in cui desiderava, con abiti che la rispecchiassero, che fossero in linea con i suoi principi e la sua personalità e insieme che avessero la capacità di rievocare quei tempi in cui un abito era per sempre, non si rovinava, non si scoloriva, semmai acquistava ulteriore valore con il passare del tempo.

Un passo indietro che rappresenta in realtà un passo avanti attento e consapevole, segno di stabilità e solidità in tempi che sembrano sempre più precari e fuggevoli. Teniamoci strette le nostre storie, che definiscono il nostro stile.

Tutte le immagini courtesy Trame di Stile

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