18 / Settembre / 2020
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Rifò, dopo cachemire e jeans, è il turno della lana

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Non me ne vorrete se con con un clima ancora pienamente estivo parlo già di lana ma la sera comincia a tirare una certa aria e poi, questa cosa che sto per dirvi, prima la sapete meglio è, così cominciate a fare mente locale sul vostro guardaroba invernale. Ora vi spiego perché.

Il giovane marchio pratese Rifò, voi che bazzicate il blog, lo conoscete bene; ne ho parlato più volte perché la loro attività, basata sulla rigenerazione dei vecchi maglioni di cachemire e la loro trasformazione in nuovi filati e poi in nuove maglie, è un modello produttivo virtuoso che dovrebbe essere adottato al di fuori del distretto di Prato per estendersi a livello nazionale.

Oltre a riciclare il cachemire, Rifò recupera anche il denim con cui realizza maglioncini di mezza stagione, top e cappelli dall’appeal retro, quindi non solo produzione virtuosa ma anche un occhio all’estetica e al design, non è un caso infatti che ogni modello abbia anche un suo nome proprio che ne identifica le caratteristiche rendendolo subito famigliare e riconoscibile.

E dopo cachemire e jeans, il servizio di raccolta vecchi indumenti di Rifò si amplia alla lana, tessuto più democratico del cachemire, ciò significa una maggiore possibilità di raccogliere e riciclare indumenti usati e di partecipare attivamente a questa economia circolare collaborativa.

Difatti chi avesse a casa (per questo vi dicevo di cominciare a fare mente locale sul vostro guardaroba invernale) maglioni o altri indumenti in lana (o anche in cachemire naturalmente), magari infeltriti, scuciti, tarmati, sciupati, rotti o semplicemente che hanno fatto il loro tempo, può inviarli a Rifò seguendo questi passaggi:

Il capo o i capi da spedire devono avere l’etichetta integra, quindi essere 100% lana o cachemire, per il resto, una volta ricevuti dall’azienda (con spedizione a loro carico) vengono riciclati e in cambio si ottiene, per ogni capo inviato, un buono da 10€ spendibile nello shop di Rifò sui nuovi articoli rigenerati. Per i dettagli e maggiori info vi rimando al link del sito.

Per la rigenerazione delle fibre di lana Rifò collabora con Reverso, supply chain di realtà locali, i cosiddetti ‘cenciaioli’ di cui abbiamo già parlato, figure storiche del distretto pratese, che da anni si occupano di dare nuova vita alle fibre tessili. In questo modo si dà anche ai privati la possibilità di contribuire al progetto, oltre a garantire la massima trasparenza del processo di rigenerazione, che comprende anche la sanificazione dei capi.

Altra recentissima novità di casa Rifò, Nello, il calzino realizzato con scarti di cotone riciclato e poliestere proveniente da bottigliette di plastica riciclate; unisex, i calzini vestono circa 10 cm sopra la caviglia, hanno il logo Rifò ricamato in jacquard per evitare il peeling, sia sull’interno che sull’esterno e sono disponibili in più combinazioni di colore con dettagli a contrasto sulla costina, sul tallone e sulla punta.

Last but not the least, vi segnalo il canale Youtube rinnovato di Rifò in cui si parla di storia industriale, tradizione tessile, moda sostenibile, mostrando il dietro le quinte dei processi produttivi e dando consigli su come riciclare e riutilizzare i vecchi vestiti e i rifiuti tessili.

Allora, avete già pensato a quale vestito mandare a rigenerare? 😉

Frida Querida, perché l’estate non è mica finita!

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Dopo la pausa estiva, che per quanto mi riguarda non definirei proprio tale ma non importa, e dopo l’ultima storia, dedicata a La Marchigiana, che tanto è piaciuta per l’originalità del soggetto, una storia nella storia direi, torniamo con un’altra donna ugualmente fiera e tosta, che ha saputo reinventarsi seguendo il motto ‘mai arrendersi, mai fermarsi!’.

Virginia Rodriguez

Si chiama Virginia Rodriguez, natali a Cartagena de Indias da padre colombiano e madre italiana, cresciuta tra Roma, Alassio, Cartagena e il mondo. Virginia l’ho conosciuta proprio per caso, a Firenze dove ora vive, a marzo dell’anno scorso; mi trovavo lì per un week-end di lavoro e diletto insieme a un’amica e giravo nelle viuzze del centro storico con il tipico atteggiamento della ‘flâneur’. Ma al mio occhio attento, sempre alla ricerca di talenti eco-sostenibili prevalentemente auto-prodotti, non è sfuggita la vetrina del suo minuscolo negozio, allestita con costumi da bagno davvero accattivanti.

Entro ed eccola lì Virginia che, dopo la prima naturale diffidenza, è un fiume in piena e parla e si racconta con quella vena tipicamente latina, passando con nonchalance dai costumi ai viaggi agli uomini. Ma sono i costumi da bagno che m’interessano e così scopro che ‘Frida Querida Firenze‘, così si chiama il suo marchio, è nato nel 2013, dopo alcuni anni a gestire come psicologa del lavoro una società di marketing e comunicazione da lei stessa fondata nel 2008. Un’esperienza, dice, che l’ha formata e strutturata per poter gestire non solo un’idea ma anche il suo risultato, il prodotto.

‘Frida’ da Frida Kahlo, “una grande donna, la più grande artista messicana” e ‘Querida’, che in spagnolo è molto più della traduzione ‘cara’, bensì è sinonimo di donna importante, amata, bellissima, ammirata, desiderata; ecco che insieme i due termini comunicano l’idea di una femminilità dirompente, pura e sensuale, elegante anche quando si spoglia.

Ed è questa la prima cosa che noto delle creazioni di Virginia: l’eleganza nell’essenzialità delle forme, i colori decisi, spesso color block e le fantasie sofisticate, come quel gessato che sull’intero come sul bikini riesce a combinare perfettamente l’idea di austera sensualità, infatti è uno dei miei preferiti.

Infatti i costumi di Virginia piacciono e ci credo; oltre a essere belli da guardare e da indossare, sono realizzati nella lycra ‘sensitive’ di Eurojersey, un tessuto tutto italiano prodotto col metodo SensitivEcoSystem ovvero un insieme di pratiche e tecnologie mirate a ridurre l’uso di acqua, energia, prodotti chimici e rifiuti. Il tessuto gode inoltre di varie certificazioni tra cui la Oeko-Tex, mentre l’azienda sostiene una serie di programmi di conservazione internazionale e collabora dal 2015 con il WWF Italia per la tutela dell’acqua.

A Virginia il paragone viene spontaneo: per la donna di ‘Frida Querida’ l’acqua è l’elemento principale, puro e trasparente, non è un caso che anche le atlete della Federazione Nazionale di Sci Nautico Wakeboard e Wakeskate indossano proprio le sue creazioni, eseguite per altro a mano da artigiani italiani, scultori della stoffa.

Ogni costume, bikini o intero, è double face, permettendo così di indossarlo in molteplici combinazioni e reinterpretandolo in diverse occasioni. Un costume, molteplici vite. Come quella di Virginia, che si definisce “un vulcano di idee, una saetta nell’esecuzione delle stesse”, con un grande desiderio di scoprire nei suoi simili solo la parte migliore. Ed è essenzialmente questo il motivo per cui crea i suoi costumi.


‘La Marchigiana’, una storia da raccontare

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Prima di lasciarvi qualche giorno, ma giusto qualche giorno, prometto, per la pausa estiva, voglio raccontarvi una storia. Amo raccontarne di storie, lo sapete bene, soprattutto quando parlo di marchi e creativi, non mi piace mai limitarmi alla mera descrizione di un brand e/o di progetto, ma cerco il vissuto, la persona dietro al brand o al designer.

Così oggi, in questa immobile giornata agostana, ho deciso di creare un bel po’ di movimento con la storia de ‘la Marchigiana‘ alias Daniela Diletti, storia che ne racchiude tante altre, quella di una famiglia, di una donna, di un territorio e del nostro stesso Paese, tutti alla ricerca di nuove idee, vie e passioni.

Daniela con una delle sue macchine

Daniela viene da Force, un piccolo paese in provincia di Ascoli Piceno, Marche, che io stessa conosco bene perché, e qui apro una piccola parentesi di fatti miei, uno dei miei ex storici è proprio di lì. E difatti, quando ho incontrato Daniela, mi ha subito detto che lui e anche la sua famiglia, se li ricorda bene (il mondo è sempre più piccolo!). Daniela è figlia di Filomena e Gabriele, titolari di una piccola impresa calzaturiera nata negli anni ’80 che, dopo 40 anni di esperienza nel settore decidono, con l’aiuto della figlia, di invertire la tendenza degli ultimi anni passando dall’industriale all’artigianale, ricominciando dal piccolo e puntando sul territorio, i suoi saperi, il suo ritmo lento. Così, dopo la fabbrica, la casa diventa laboratorio e i ritmi quotidiani scandiscono la creazione di poche paia di scarpe, ma di alta qualità, uniche per design e lavorazione dei materiali.

Daniela ha una formazione in storia dell’arte che ha svolto tra Viterbo e Torino ed è proprio il capoluogo piemontese a diventare, quando torna a occuparsi dell’impresa di famiglia, punto di riferimento per il suo negozio/laboratorio, dove disegna e sviluppa le scarpe che prendono forma grazie appunto alla collaborazione con i genitori.

Le Marche e il Piemonte, Force e Torino, vita di campagna e vita di città; quella che ho avuto modo di conoscere, in parte, di Daniela, è la prima, perché sabato scorso ho seguito il suo workshop organizzato al ForceCraftLab, un laboratorio co-working realizzato grazie al contributo del Comitato Sisma Centro Italia. Lo spazio è destinato ad attività formative, corsi, workshop, laboratori volti a rilanciare l’artigianato, promuovendo la riscoperta di ‘nuovi’ mestieri, con la finalità di creare legami tra settori differenti, ma potenzialmente complementari, come il turismo e l’artigianato.

Il laboratorio di Daniela insegnava, in circa quattro ore, a realizzare a mano un sandalo in cuoio e io ho avuto la possibilità e la fortuna di seguire tutte le fasi del processo, dalla scelta della calzata, del pellame e dei colori al taglio della tomaia al montaggio fino al prodotto finale, qualcosa di davvero raro ai giorni nostri, abituati come siamo a vedere solo la scarpa o la borsa o l’abito quando lo scegliamo in negozio, senza sapere spesso chi e cosa c’è dietro ciò che acquistiamo.

Ebbene sì, ho visto ‘la Marchigiana’ in azione, capello lungo bianco naturale che la fa sembrare un po’ manga, anima punk che non le fa abbandonare lo stivaletto nero nemmeno d’estate, a tratti severa nell’impartire istruzioni, a tratti ironica e auto-ironica nell’affermare che, sì, per fare scarpe ci vuole “cattiveria e sofferenza”, è tutto un tagliare e bucare e incollare e ci vuole tempo, pazienza, precisione ma alla fine la fatica premia.

L’artigianato, l’handmade, è questo, non ci si improvvisa, non si scelgono materiali a caso, non ci si distrae, si lavora con la qualità e l’esperienza e si cerca, come fa con successo Daniela, di traghettare un mestiere antico nell’era digitale, con i social che, se usati con sapienza, amplificano certi virtuosismi e li rendono ancora più preziosi.

E, a proposito di materiali, la pelle? Noi che a eco-à-porter di pelle parliamo raramente, sia perché privilegiamo materiali cruelty-free, sia perché l’industria della pelle e della concia è super-inquinante, la prima domanda che ho fatto a Daniela è proprio quella riguardo alla pelle, certificazioni, tracciabilità, ecc ecc. Avendo l’occhio allenato, sia Daniela che suo padre sanno distinguere un pellame di alta qualità da uno che non lo è, come conoscono le concerie che lavorano con pellami italiani e questo è già un buon punto di partenza; si tratta poi di materiale proveniente da stock, merce che è stata ritirata dai calzaturifici e che continua ad avere il suo valore, quindi la sostenibilità sta proprio nell’utilizzare merce preesistente, piuttosto che generarne di nuova inquinando l’ambiente, che si sa che l’industria della concia è una delle più pesanti a livello ambientale.

Passare a parlare di tessuto è un attimo, anche qui il termine che ricorre è quello della sovrapproduzione e di come sia necessario, in tempi di post-Covid ancora di più, usare ciò che abbiamo già a disposizione, svuotare i magazzini, sostituire invece che buttare. E che anche una scarpa usata di prima qualità con la suola sostituita è bella uguale, anzi, “è più figa”. E mi porta l’esempio dei giapponesi che hanno la passione per il trattamento delle scarpe vecchie e scuciono la suola sostituendola con una magari più aggressiva, più moderna, accrescendone il valore, anche economico.

E arriviamo così al concetto di upcycling, tanto caro al nostro blog; Daniela stessa fa upcycling con una linea di scarpe che ha chiamato Metàsandalo, di cui io stessa sono innamorata. Il Metàsandalo, come suggerisce la parola stessa, è un sandalo a metà che può fungere anche da scarpa chiusa in base all’utilizzo degli elementi annessi; è composto da una suola in gomma, una soletta in cuoio che assorbe il sudore, asole in pelle rinforzata e due paia di fasce e di copri dita in lycra sensitive dai colori abbinati. La lycra è di magazzino, difatti l’idea è nata in collaborazione con Le Clotilde, duo al femminile che compone, riassembla, trasforma gli abiti e lavora molto con la lycra, appunto. Dagli scarti dell’una e dell’altra è nata questa idea di successo che offre svariate possibilità sia cromatiche che di utilizzo: ogni sandalo ha quattro elementi in lycra così da avere potenzialmente otto sandali di colore diverso e si può allacciare alla schiava o portare a ciabattina.

Oltre alle scarpe ‘La Marchigiana’, Daniela produce anche una linea omonima di borse che vogliono adattare la classicità della borsa in pelle artigianale, fatta a mano, ai ritmi e alle esigenze della vita in città con soluzioni pratiche indossabili in diverse opzioni: fasce zaino e tracolle rimovibili, dimensioni adatte a contenere documenti e computer portatili e così via. E poi c’è ‘Souvenir d’Italie’, brand più recente che affonda le radici nel passato, il cui nome si ispira al fenomeno settecentesco del Grand Tour, ma con la vivacità di uno stile contemporaneo che cerca di comunicare il fatto a mano alle nuove generazioni.

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma spero di avervi dato l’input per approfondire la storia di questa ragazza marchigiana che lavora fianco a fianco con il proprio immaginario e lo inserisce con passione nelle sue creazioni, offrendo alla propria clientela “spunti nuovi e possibilità a cui non avrebbero mai pensato”. E’ questo, secondo Daniela, il ruolo del designer e dell’artigiano contemporaneo.

‘Good sustainable mood’, il latte addosso

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Il mondo della moda etica, a scoprirlo, non è solo ricco di marchi e designer ma anche di associazioni e start up che operano per diffondere idee e pratiche sostenibili, come abbiamo visto ad esempio con Rén Collective. E’ un mondo vivo e attivo, direi in continuo fermento, fatto di giovani e anche giovanissimi che si sentono parte attiva del cambiamento e operano in tal senso.

Oggi ne conosciamo un’altra, di realtà che, partita da un progetto, si è concretizzata in start up entrando a far parte dell’hub di innovazione del gruppo Crédit Agricole ‘Le Village by CA‘, che da Milano ha aperto recentemente una sede a Parma.

Elena Prestigiovanni

Si tratta di ‘Good Sustainable Mood‘ o più in breve ‘Good’ ed è stata fondata nel 2019 dalla parmigiana Elena Prestigiovanni che, dopo anni passati a lavorare come buyer per grandi gruppi di moda, ha intrapreso la strada della sostenibilità aprendo nel 2016 uno dei primi concept store italiani totalmente dedicati alla moda etica. Il passo successivo è stato, l’anno scorso appunto, la presentazione della prima collezione di ‘Good’ cui è seguita l’apertura dell’e-commerce omonimo e l’ingresso nell’ecosistema di ‘Le Village’.

Lo scopo primario di ‘Good’ è quello di ridisegnare la relazione tra consumatore finale e filiera produttiva proponendo un approccio di shopping innovativo e intelligente, orientato verso la ricerca di materiali e metodi produttivi atti a ridurre il più possibile l’impatto ambientale. 

Uno dei materiali di punta di ‘Good’ è sicuramente la fibra di latte con cui sono realizzate le t-shirt in vendita nel sito; ero venuta a conoscenza di questa fibra qualche anno fa quando, per un blog di eco-moda che tenevo su Vogue.it, avevo parlato di Anke Domaske, stilista e microbiologa tedesca fondatrice del brand QMilk, basato proprio sulla lavorazione della caseina, la proteina del latte.

Morbido al tatto grazie proprio alle proteine casearie che nutrono e idratano la pelle, il tessuto ottenuto dal filato di latte si presenta leggero, morbido, scorrevole, fresco e luminoso, oltre a essere stimolante della circolazione sanguigna e antibatterico. E, cosa non secondaria, si inserisce perfettamente in un’ottica di economia circolare, derivando dallo scarto del latte della filiera alimentare.

Le t-shirt in fibra di latte di ‘Good’ sono in vendita in pre-order, ottimo metodo che tanti marchi stanno adottando per evitare inutili sprechi; la produzione si limita agli ordini ricevuti, limitando così la sovrapproduzione di capi e le conseguenti rimanenze. Chiamasi anche ‘shopping intelligente’!

Oltre alla fibra di latte, ‘Good’ ha tra i propri prodotti anche capi realizzati in fibra di Kapok e in cotone Pima; la prima, estratta dai frutti dell’albero di Kapok non coltivato, reperibile nelle aree tropicali, è una fibra funzionale naturale (fibra cava), quindi traspirante all’origine e totalmente biologica in quanto cresce spontaneamente in natura e non è trattata. Il cotone Pima è uno dei cotoni più pregiati al mondo e ha caratteristiche di straordinaria morbidezza, lucentezza e resistenza all’usura e al pilling. Tutti i materiali citati sono certificati GOTS, mentre il packaging di carta è certificato FSC (Forest Stewardship Council, sistema di certificazione forestale) e gli inchiostri vegetali.

Beh, che dire, sembra davvero un buon inizio per questa start up appena nata. Noi facciamo i migliori auguri a Elena e al suo team, che ci siano sempre ‘good’ news per la loro attività e il loro futuro!

Rén Collective, un approccio multidisciplinare alla moda etica

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teeshare, t-shirt da condividere, è un post che ho scritto a fine novembre dell’anno scorso; pensando a tutto ciò che è seguito nei mesi successivi, a come si è aperto l’anno, sembra una vita fa, la vita pre-Covid, in cui eravamo liberi di partecipare a eventi, corsi, fiere, presentazioni e sfilate.

teeshare è il marchio di t-shirt che ho conosciuto tramite Tiziano Guardini e la sua collezione p/e 2020 ‘Atlantis’; fondato da Francesca Mitolo nel 2013, è un progetto che vuole reinterpretare l’iconica maglietta in collaborazione con laboratori italiani, cooperative, comunità, persone, pensionati, artigiani e amici.

Ma Francesca Mitolo è anche la fondatrice, insieme ad altre ragazze, di rén collective, un’associazione di promozione sociale che si occupa di informare su moda etica e vivere sostenibile ed è di questo che voglio parlare oggi, che già in quel post mi ero ripromessa che gli avrei dedicato uno spazio a parte.

rén è l’acronimo di reinvent – educate – network:

  • reinvent ovvero esplorare i confini di ciò che la moda etica potrebbe potenzialmente essere cercando di colmare le lacune, proporre scenari sostenibili, basandosi su un’analisi costante del mercato e di quanto accade nel mondo, degli input forniti dagli stakeholder e dagli esperti.del settore. E poi interpretare i feedback proponendo iniziative stimolanti tese a educare, ispirare e promuovere le migliori pratiche consapevoli, favorendo processi di cambiamento concreti.
  • educate ovvero sostenere il tempo per l’ascolto e l’interazione con le persone per farne tesoro, sia quelle che conoscono e scelgono già prodotti sostenibili, sia quelle che, al contrario, non li conoscono e, magari proprio per questo, non sono ancora entrati in contatto con essi. Diffondere un’informazione corretta riguardante l’eticità e la sostenibilità nell’ambito moda, favorire una costante formazione, per noi e per la community. L’impegno è quello di mantenere, consolidare e fare chiarezza sulle informazioni distorte e interessate che ancora velano la moda etica.
  • infine network ovvero nutrire rispetto e solidarietà per chi sa produrre etico e lo porta nella propria quotidianità e in quella altrui; che sia da sempre o inizi da poco, purché concepisca di fare il proprio mestiere, con competenza, qualità, trasparenza e integrità. Creare e mantenere vivi, con artigiani e maker, legami di fiducia, condivisione e teamwork reciproci e continuativi, favorire l’incontro di idee e persone, professionisti e consumatori, offrendo percorsi ed eventi (online e offline) di networking di settore o interdisciplinari fondati su valori condivisi.

Insomma, rén è tante cose e non è un caso che il termine, in diverse lingue orientali, significhi sia persona che popolo, un solo ideogramma che definisce contemporaneamente il singolo essere umano e il suo insieme nel senso più ampio, suggellando il legame tra individuo e società ed esortando il primo ad agire con rispetto e umanità per il bene collettivo. rén ben si applica quindi al concetto di moda etica perché sono proprio le azioni del singolo e la sua responsabilità e consapevolezza individuali a portare un miglioramento, non solo nella vita altrui ma anche in quella del Pianeta.

Nel periodo del lockdown rén ha organizzato diversi webinar cui ho partecipato, iniziative davvero interessanti come quella sulle fibre, i filati e i tessuti innovativi, utili anche per chi comincia a muovere i primi passi nella direzione della sostenibilità; i webinar continuano tuttora e a questo link si possono trovare quelli passati.

Altra iniziativa dell’associazione zéeero, format per soddisfare le esigenze di un pubblico, che magari parte proprio da zero!, sempre più consapevole e desideroso di scoprire le numerose potenzialità ed espressioni legate alla sostenibilità. Si tratta di una serie di eventi che propongono, attraverso percorsi dedicati, l’esplorazione e lo svelamento di luci e ombre legate all’innovazione sostenibile, mostrando, lettera dopo lettera, i grandi temi richiamati dalle 3 ‘E’ del suo nome, dall’economia circolare (Economics, Economia), passando per l’impatto ambientale (Environment, Ecologia) e sociale (Equity, Equità sociale).  

Proprio perché rén vuole essere aperta, inclusiva, partecipativa e ogni contributo individuale, d’impresa, di enti o non-profit rappresenta la base per un effettivo cambiamento, ci si può iscrivere con una tessera annuale che permette di usufruire di sconti, agevolazioni e consulenze personalizzate.

Last but not the least, le ragazze di rén mi anticipano che rén collective diventerà un progetto sempre più completo e globale, alle radici di ciò che ha sempre voluto essere; sempre animato dalla partecipazione attiva di collaboratori volontari e da una fedele community di condivisione, ha tra gli obiettivi più ambiziosi quello di offrire nuovi percorsi e nuove offerte e consulenze ancora più allineate alle esigenze di un settore che non può più sottrarsi alle sfide di una sempre maggiore richiesta di sostenibilità.

E’estate con i cappelli in denim rigenerato di Rifò

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Il caldo è scoppiato deciso anche in questa strana estate 2020 e per fortuna direi, altrimenti sarebbe stata anomala proprio in tutto, con il Covid che ancora influenza pesantemente le nostre vite.

Estate, quindi sole, quindi caldo, quindi cappelli, come quelli di Rifò, altro marchio a cui noi di eco-à-porter siamo affezionati, dato che abbiamo avuto ospite Niccolò Cipriani, il fondatore, in una delle nostre interviste del mese e apprezziamo la loro filosofia basata sulla rigenerazione dei tessuti, tecnica che è fiore all’occhiello del distretto pratese in cui ha sede la stessa azienda.

Come con gli accessori e l’abbigliamento invernale, anche con l’estivo Rifò mette le novità in pre-vendita sul proprio sito: l’ha fatto con polo, maglioncini leggeri, camicie e, adesso, con i cappelli.

Cappelli realizzati con una tela ricavata da vecchi jeans rigenerati e le cui rifiniture sono tutte a base di materiali di riciclo: il nastrino sempre in jeans e la fodera in jersey fatta con cotone e poliestere rigenerati.

Tre i modelli, il newsboy Alex, la cloche Caroline e la coppola Mimmo, unisex, in tre taglie e ispirati alle atmosfere retro di pellicole come ‘C’era una volta l’America’, ‘Jules e Jim’ e ‘Nuovo Cinema Paradiso’; il newsboy e la cloche sono realizzati dalle mani esperte di artigiani locali toscani, mentre la coppola Mimmo è obbligatoriamente made in Napoli.

Fa tanto estate e tanto retro anche il top Lia, sempre ricavato da vecchi jeans rigenerati; scollo a v e una costina alta che valorizza le forme del corpo fermandosi appena sopra al fianco, il top ha una vestibilità leggermente aderente ma elastica, quindi molto adattabile.

Il top Lia

Per Lia sono state riprese le sfumature del mare: un blu intenso come il Mar Baltico e una tonalità più tenue come l’Oceano Atlantico, mentre la trama a doppio chicco di riso è ispirata proprio alle onde e rievoca le scie che il mare lascia sul bagnasciuga. Una poesia di top, diciamo.

Il top è in pre-vendita a un prezzo speciale fino al 7 luglio, mentre per la pre-vendita dei cappelli c’è tempo fino al 15 luglio.

Io, fossi in voi, non perderei tempo! 😉

Aperitivo con VIC, sostenibilità al mare

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Quando ho aperto il blog, due anni e mezzo fa, c’era tra il resto il desiderio di tessere una trama di relazioni con persone che avessero come obiettivo la diffusione della moda sostenibile, per condividere e diffondere le rispettive esperienze e conoscenze. Desiderio quanto mai esaudito, perché da eco-à-porter sono passati davvero tanti ospiti, da creativi e designer ad attivisti e giornalisti e con alcuni di questi si è creato un bel rapporto, anche di sostegno reciproco nelle rispettive attività.

Per esempio, con Sara Francesca Lisot di VIC – Very Important Choice: Sara mi era stata ‘nominata’ da Matteo Ward di Wrad ed è stata così mia ospite nell’Intervista del Mese di giugno 2018 (che coincidenza, praticamente due anni fa quasi precisi!) in cui ha parlato del suo progetto, VIC appunto, che da allora ha fatto tanta strada.

VIC – Very Important Choice, lo ricordo, è una piattaforma di sharing e vendita di abiti e accessori sostenibili, prodotti eticamente con materiali a basso impatto ambientale e caratterizzati da una filiera tracciabile. Ogni capo è lavato accuratamente a basso impatto ambientale con detersivi biodegradabili, biologici e ipo-anallergici (certificati per neonati) e sanificato con ozono, un processo 100% naturale che consuma bassissime quantità di energia.

Ora VIC, con l’estate ormai iniziata, promuove un aperitivo digitale, AperiVIC – Sostenibilità al mare, evento a partecipazione gratuita che si terrà mercoledì prossimo, primo luglio, alle 18.30, sulla piattaforma Zoom, con successiva vendita online esclusiva dal 2 al 5 luglio degli outfit da mare selezionati durante appunto l’AperiVIC.

All’aperitivo digitale parteciperanno gli esperti di greenlance, network di professionisti specializzati in innovazione al servizio della green economy e dell’economia circolare, mentre co-host sarà Elena Maria Viezzoli, Value Ambassador di VIC. Oltre che di moda etica si parlerà anche di eco-turismo, di come funziona in Italia e di come scegliere le mete sostenibili.

Per partecipare all’evento basta registrarsi a questo link, che vi permetterà non solo di partecipare all’aperitivo ma anche di ricevere speciali coupon sconto per la vendita esclusiva di prodotti etici e sostenibili.

Dunque, che aspettate?!

Voglia di mare anche quest’anno …

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E’ vero, non raccontiamoci favole, l’estate 2020 sarà diversa; leggevo prima che gli ingressi saranno a numero chiuso anche nelle spiagge libere, forse si dovrà prenotare il posto come al ristorante, che le piscine resteranno probabilmente chiuse e via così, in un regime di controllo che a molti farà passare sicuramente la voglia, di andarci al mare.

Ma noi no, non ci vogliamo arrendere perché il mare lo amiamo troppo, almeno io, nata tra le montagne ma a cui ho sempre preferito gli spazi aperti e le distese infinite, quindi, anche con i limiti che ci imporranno, sì alla spiaggia e di conseguenza al beachwear.

Con l’arrivo della bella stagione segnaliamo sempre marchi sostenibili di costumi da bagno e quest’anno cominciamo con Mermazing, brand italiano di swimwear nato dall’estro creativo di due cugine, Alessia e Vanessa, accomunate dalla passione per la moda e il mare.

Alessia e Vanessa di Mermazing

Le due cugine raccontano che l’essere cresciute tra Latina e Sabaudia, con un amore profondo “per il nostro fratello blu” e la provenienza da una famiglia di imprenditori che pur non lavorando nel ramo tessile, ha fornito loro un’impostazione del lavoro ben delineata, le ha portate a immaginare una linea di costumi nel pieno rispetto della Natura. Partite tre stagioni fa da una meticolosa ricerca di tessuti rigorosamente made in Italy, Alessia e Vanessa sono arrivate ad Aquafil, che da poco produceva ECONYL, il filato rigenerato che conosciamo già molto bene.

La scelta materica non era molto ampia, anche perché finora le due designer non hanno utilizzato filati stampati, optando per il monocromo proprio per far risaltare la bellezza del tessuto stesso, ma andava bene così, il percorso era ormai tracciato, perché rispecchiava appieno il loro pensiero, legato soprattutto alla salvaguardia delle acque attraverso il riciclo della plastica recuperata. Un impegno, quello ambientale, che si applica anche nella vita di tutti i giorni, fuori dal lavoro, scegliendo materiali riciclati e/o riciclabili.

Il filo conduttore dei capi Mermazing è la purezza; purezza nelle forme, purezza nelle linee, purezza come mood ispiratore, in altre parole essenzialità, anche nella scelta cromatica che si rifà alle tonalità del mare e a quelle della terra.

Due interi Mermazing – courtesy Mermazing swimwear

Le collezioni della primavera/estate 2020 propongono un tuffo negli anni ‘90 con silhouette d’ispirazione sportiva e rimandi a icone della moda del tempo come Lady Diana e Pamela Anderson. Novità di stagione è la linea profilata che comprende i modelli Elisea, Diana e Luana, tutti disponibili in bianco/nero, fucsia/arancio e rosa/bordeaux.

Must del brand le creazioni in velluto nei modelli Vany, Giuly e Mia, mentre per la linea in Lycra, che punta sulla brillantezza del tessuto, ci sono Martina, Malisa, Pamela, Nadia e Lina. Pamela è un’altra novità 2020: un costume intero ispirato alla bagnina sexy di Baywatch, caratterizzato dal logo del brand impresso in modo olografico.

Anche la linea beachwear, ovvero il ‘fuori acqua’, propone un must anni ’90: il pareo, realizzato in poliammide riciclata con un 22% di elastan che conferisce al tessuto un’eccezionale plasmabilità. E’ in lino 100% naturale la camicia Marina, over, dal taglio maschile, in bianco ottico con bottoni e logo a contrasto nei colori della collezione.

Le camicie in lino – courtesy Mermazing

E concludo con una considerazione di Vanessa e Alessia, imprescindibile anche dal momento che stiamo vivendo: “crediamo che nessuno, ora come ora, possa rimanere impassibile davanti all’impatto che la moda ha sull’ambiente. Dopo l’emergenza Covid poi, con le immagini della Natura che si è ripresa i suoi spazi e i suoi ritmi, nessuno può rimanere sordo al grido d’aiuto che il Pianeta ci ha lanciato. Il tempo della riflessione è finito, dobbiamo tutti passare all’azione, partendo dalle piccole cose”.

Se deve essere mascherina, che sia etica!

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A pochi giorni dalla fine di questo interminabile lockdown, con tutte le incertezze del caso, qualcosa di davvero certo c’è ed è che la mascherina protettiva diventerà la nostra compagna quotidiana, talmente presente e indispensabile da assumere il ruolo che, almeno per noi donne, ha la borsa e, per gli uomini, il portafoglio nella tasca dei pantaloni.

Chi l’avrebbe detto? Fino a qualche tempo fa, vedere in giro gente con la mascherina, faceva strano, soprattutto alla nostra cultura occidentale, aperta a smog e batteri come fossero ormai parte dell’aria che respiravamo; oggi e nei prossimi mesi, che ahimè saranno anche i più caldi, non potremo esimerci dal portarla, per proteggere noi e gli altri.

E così la mascherina diventa senza ombra di dubbio il nuovo accessorio forzatamente trendy, che il mondo della moda, formidabile percettore di quel che verrà, aveva già anticipato stagioni fa in diverse collezioni, da Palm Angels ad Aganovich, da Off-White a Collina Strada e solo per citarne alcuni.

E allora, se la mascherina deve diventare un accessorio alla stregua di borsa, occhiali, cappello, cinta e così via, via libera alla fantasia, a colori, stampe e soprattutto, nel nostro caso, alla sostenibilità: ho selezionato per voi alcuni modelli realizzati da creative e laboratori artigiani italiani oppure legati a progetti sociali e solidali, così che anche per questo accessorio ormai indispensabile si possano fare scelte responsabili ed eco-friendly. E prediligo il Made in Italy perché è giusto che, ora più che mai, si scelgano prodotti realizzati nel nostro Paese, anche per aiutare, seppur nel piccolo, la nostra povera economia e i piccoli artigiani.

Le mascherine di Lavgon – courtesy LaboratorioLavgon

Lavgon è un laboratorio tutto al femminile di moda etica e artigianale; con sede in provincia di Pavia, a Zinasco, collabora con manifatture tessili made in Italy, utilizzando fibre naturali quali lana, seta, canapa, lino e cotone biologico. E le mascherine che hanno realizzato, in vendita in kit nello shop del loro sito, sono appunto in doppio strato di cotone con tasca per inserire eventuale filtro, in tinte sobrie e/o stampe fantasia, con lacci elastici, lavabili e riutilizzabili.

Capre di Neve, piccola realtà artigianale scoperta in Instagram, nasce dalla voglia di Valentina Ascione di condividere non solo una passione personale, ovvero cucire, ma anche idee legate profondamente al rispetto di ciò che ci circonda, quindi persone e ambiente. Valentina realizza le proprie mascherine in cotone con tasca interna per filtro e gancetto in ferro per assicurarla al naso e compresi nella confezione ci sono 12 filtri in TNT lavabili e una spiegazione dettagliata su come lavare e utilizzare la mascherina. Per maggiori info la potete contattare tramite il suo profilo Instagram.

Le mascherine di Capre di Neve – courtesy Capre di Neve

TCBL Textile & Clothing Business Labs è un progetto di ricerca e innovazione finanziato dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea; il suo scopo è quello di costruire un ecosistema commerciale poliedrico di imprese, laboratori di innovazione, fornitori di servizi e consulenti che lavorano insieme per trasformare l’industria tessile e dell’abbigliamento. L’obiettivo comune è quello di trovare percorsi alternativi, circolari e sostenibili per l’eccessiva produzione e la diminuzione del valore. Tra le imprese che aderiscono al progetto c’è anche la TCBL Lab Sartoria Sociale che, a Palermo, lavora in uno spazio confiscato alla mafia. Nel laboratorio si recuperano vecchi abiti ritrasformandoli e, contemporaneamente, si fanno lavorare persone emarginate che ritrovano una nuova vita. Anche loro stanno producendo mascherine in cotone a tre strati lavabili in molti colori e motivi recuperate da scarti tessili sanificati. Per ogni maschera venduta, la cooperativa ne dona una a persone bisognose.

Le mascherine realizzate dalla Sartoria Sociale di Palermo – courtesy TCBL
courtesy Made in Carcere

Un altro progetto solidale è quello di Made in Carcere, cooperativa sociale non a scopo di lucro in cui si producono manufatti ‘diversa(mente) utili’: borse, accessori e, adesso, anche mascherine. I prodotti sono confezionati da donne al margine della società, cioè detenute cui viene offerto un percorso formativo, con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile. Le mascherine sono realizzate in cotone o lycra di qualità, monocromo o in fantasia, sono lavabili e riutilizzabili e vendute con tre filtri i TNT estraibile, quindi sostituibile.

Anche Sara Cordovana, fondatrice e designer della bella linea di beachwear e activewear handmade Mikini, ha dedicato una parte della propria attività alla creazione di mascherine molto fashion, con asola per l’inserimento del filtro, lacci elastici, lavabile e quindi riutilizzabile. La stoffa esterna è in poliammide ed elastane certificati OEKO-TEXT, quella interna stessi materiali ma con una percentuale maggiore di poliammide e minore di elastane.

Le mascherine by Mikini – courtesy Mikini

E poi c’è la mascherina couture, perché no, come quella di Francesca Marchisio, che applica il suo stile sartoriale a modelli in 100% cotone uso trench idrorepellente e anti-vento con aggiunta di tessuto anti-batterico. La mascherina, è lavabile, regolabile tramite elastico, cucita a mano con impunture sartoriali e con dettagli personalizzati ricamati a mano. Wow!

Naturalmente sono molti altri i marchi e in generale le realtà piccole e grandi del settore ad aver riconvertito parte della produzione in mascherine, ne avevo anche già parlato qui recentemente. Ho voluto fare giusto un piccolo excursus, nominando brand e creative che seguo con interesse e che stimo per il loro lavoro. Auguro soprattutto a loro, che non hanno le possibilità dei grandi marchi, di potersi riprendere da questa botta e di trovare nella propria creatività un motivo per andare avanti.

Last but not the least, è importante ricordare che tutte le mascherine citate sono a uso civile, non costituisco cioè dispositivo medico e in generale sanitario.

Foto di copertina: courtesy The Canvas by Querencia

Le sfilate parlano sempre più sostenibile

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In questi giorni sospesi, pieni di sgomento e di attesa infinita, non è semplice mettersi a scrivere due righe su cose che sembrano così poco rilevanti paragonate a ciò che stiamo vivendo. Ma a maggior ragione, perché questo blog è stato concepito ed è nato per offrire e diffondere un’alternativa sostenibile a un sistema che è pesantemente responsabile della distruzione del nostro Pianeta, è giusto andare avanti. Per me che continuo a crederci e per i miei lettori che spero possano trovare in questi post un motivo di interesse e distrazione in giornate così lunghe passate dentro casa.

Così, ecco, siccome la stagione di sfilate autunno/inverno 2020/2021 si è conclusa poco prima che scoppiasse la vera emergenza Coronavirus (e ricordo che già a Milano a fine febbraio alcuni eventi si sono svolti a porte chiuse o addirittura sono stati cancellati), ho pensato di fare un piccolo excursus di alcuni marchi che tra New York, Milano e Parigi hanno puntato molto sulla sostenibilità, pur rientrando nella moda mainstream e quindi non dichiaratamente etici.

Partendo dalla Grande Mela, Gabriela Hearst, designer uruguaiana di ready-to-wear di stanza a New York (anche se gestisce pure il ranch di famiglia in Uruguay) ha affrontato il tema ‘sostenibilità’ prima di molti altri colleghi e nel tempo ha dimostrato una vera passione per l’argomento, dal fissare obiettivi per eliminare la plastica alla misurazione dell’impronta di carbonio delle sue sfilate. La sua idea è che appena entrati in un nuovo decennio degli anni 2000, bisogna utilizzare il più possibile le risorse a portata di mano, non continuare a crearne di nuove. E la sua collezione, così come la passerella, allestita con gigantesche balle di carta tagliuzzate, sono state una metafora della sua visione.

Riguardo agli abiti, c’erano ad esempio un trench, una giacca e un paio di borse realizzati con delle rimanenze di Kilim turchi e un paio di cappotti color block ricavati da capospalla che ha decostruito e rimontato, mentre i coat blu navy e cammello erano sostanzialmente delle coperte assemblate e cucite con del filo bordeaux a contrasto. Le sciarpe a maglia grossa sono state invece realizzate a mano dal collettivo uruguaiano Manos usando più filato di cashmere riciclato rispetto alle stagioni precedenti.

Un altro designer che non è nuovo a pratiche responsabili è Phillip Lim che con la sua linea 3.1 Phillip Lim si impegna a utilizzare tessuti sostenibili, sia da riuso che da produzione certificata, tanto che è arrivato a utilizzarne il 50% per ogni collezione. Oltre ad aver rinunciato da qualche stagione a pelliccia naturale e a pelli esotiche, il suo guardaroba essenziale e sportivo, pensato per tutti i giorni, è fatto spesso di materiali patchwork e riciclati che si sono visti anche nella sua ultima collezione invernale.

Hillary Taymour è la fondatrice del marchio Collina Strada, nome originale come originale è l’approccio della designer che, soprattutto negli ultimi anni, ha abituato il suo pubblico a sfilate estrose e a una comunicazione molto incentrata sulla sostenibilità, fuori e dentro la passerella, tipo: ‘coltiva più cibo, fai acquisti localmente, fai attenzione agli imballaggi dannosi’ e così via. Più della metà della sua ultima collezione, ‘Garden Ho’, tappeto erboso calpestato dalle modelle, è stata realizzata con la seta-rosa, un materiale simile alla seta ottenuto dai petali di rosa e con tessuti di scarto.

A Milano le palme in plastica riciclata troneggiano sul set della sfilata di Francesco Risso per Marni che affronta tanti temi attuali, dalle foreste che si incendiano per interessi commerciali alla plastica che invade gli oceani e al cartone che, trasformato in packaging, soffoca case e città sotto forma di rifiuto. Gli abiti sono un collage dall’inizio alla fine, ottenuti da ritagli e rimanenze di pelle e di calicò (stoffa leggera di cotone greggio), così anche le borse, a loro volta ottenute dagli scarti degli scarti.

Solitamente non ci occupiamo della moda uomo ma se Ermenegildo Zegna avesse una linea femminile, applicherebbe sicuramente lo stesso principio che il suo direttore creativo Alessandro Sartori sceglie da qualche stagione per il menswear ovvero ricorrere almeno al 20% di tessuti di recupero, che per questa collezione è arrivato a toccare il 50%. “Arrivare a zero rifiuti potrebbe essere impossibile, ma dobbiamo mirare a questo” ha affermato Sartori.

Felpa grafica UP-CYCLING 55DSL (courtesy of Diesel)

Diesel ha invece lanciato DIESEL UP-CYCLING FOR 55DSL con la linea 55DSL creata nel 1994 come spin-off sperimentale di Diesel, poi rivista negli anni e oggi trasformata in una serie di collezioni di cui la prima realizzata con materiali di scarto del marchio. I capi sono patchwork colorati ispirati allo streetwear e ogni pezzo ha anche un proprio codice QR che consente al cliente di risalire alla realizzazione del capo, diciamo una sorta di #whomademyclothes.

A Parigi, oltre alla pioniera della sostenibilità Stella McCartney che, oltre ai suoi materiali cruelty-free e certificati, ha arricchito la passerella di simpatici animali-mascotte per sottolineare maggiormente il proprio impegno a favore di una moda rispettosa della natura, c’è stata l’allegra sfilata di John Galliano per Maison Margiela, entusiasta di aver spinto sull’acceleratore del riciclo e del vintage. I suoi esperimenti di upcycling confluiranno presto in un’etichetta denominata appunto Recicla e così i capi della collezione in passerella ne sono un assaggio, tra coat, trench e abiti con forme recuperate da guardaroba che vanno dagli anni ’20 ai ’70 del secolo scorso.

Meravigliosa e raffinatissima operazione di recupero da Alexander McQueen, altro marchio non nuovo al riuso e all’attenzione per materiali a ‘km zero’ o realizzati artigianalmente. La direttrice creativa Sarah Burton ha preso spunto dalla trapunta patchwork di Wrexham, esposta al St. Fagans National Museum of History di Cardiff, coperta realizzata da un sarto che dal 1842 per ben 10 anni, tutte le notti, la cucì utilizzando gli scarti riciclati dai panni di lana che di giorno usava per fabbricare le uniformi. Quindi abiti, cappotti e completi sono tutti un patchwork di flanelle recuperate da passate collezioni, mentre altri capi sono composti da ritagli di tessuti tradizionali maschili.

Spero di avervi fatto sognare un po’ con queste creazioni che uniscono responsabilità e bellezza. E’ positivo constatare come sempre più designer della cosiddetta moda mainstream prendano convinti la strada della sostenibilità, che non significa solo scegliere materiali certificati o riciclati ma anche favorire l’artigianato locale, il fatto a mano, le tradizioni e il lavoro di cooperative e associazioni che sostengono i diritti femminili e di popolazioni svantaggiate, come fa ad esempio il designer austriaco-nigeriano Kenneth Ize, che collabora con artigiani viennesi che lavorano il pizzo e con tessitrici nigeriane.

Con l’augurio che questa situazione generale passi presto, mando a tutti un caldo abbraccio virtuale e, mi raccomando, #restateacasa!

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