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Dike, sostenibilità è anche sicurezza sul lavoro

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Torno dopo un’altra pausa, questa volta dovuta, oltre che alle solite vicissitudini della sottoscritta, anche a una defaillance del nostro sito, che è sparito per qualche giorno e sembrava non voler più tornare. Comunque qui siamo abituati a tutto.

Ad ogni modo riprendo, con un argomento che non credo abbiamo mai trattato, o forse solo sfiorandolo: il settore dell’abbigliamento da lavoro, naturalmente in chiave sostenibile. Oltretutto, tute, divise e in generale il workwear, mi hanno sempre affascinato e nelle ultime stagioni, sono anche diventati trend inclusi nel daywear.

Così mi sono imbattuta in un marchio italiano, Dike, che produce, nel padovano, calzature e abiti da lavoro e antinfortunistica cercando di mettere al centro della produzione, non solo sicurezza e comfort ma anche sostenibilità.

Pensiamoci; quando si parla di tematiche legate al lavoro, e ultimamente nel nostro Paese succede spesso, purtroppo in termini negativi, non si ragiona mai su quanto sia importante essere vestiti nel modo giusto, che significa ‘adeguato’, ‘sicuro’ per svolgere determinate attività.

Dike è sul mercato internazionale nel settore delle calzature e abbigliamento da lavoro dal 2011 con l’intento, fin dal suo esordio, di mettere al centro il benessere di chi lavora, producendo articoli “sicuri, innovativi, confortevoli, ergonomici, ecologici e piacevolmente belli”.

Un modello di scarpa antinfortunistica Dike

Considerando che questo è un settore particolare, in cui spesso servono materiali resistenti e all’avanguardia, è fondamentale considerarne prima la performabilità, che include caratteristiche come stabilità, flessibilità, leggerezza, stabilità e così via. Dico questo, perché non si può applicare lo stesso discorso delle scarpe o degli abiti classici; se serve il poliuretano, serve il poliuretano, se serve l’alluminio, serve l’alluminio. Vi invito, in questo senso, a visitare la pagina sulle varie tecnologie del brand, per capire a cosa mi riferisco.

Per trasmettere maggiormente i valori di una produzione trasparente e virtuosa, Dike si è dotato di un codice etico, che ogni dipendente è tenuto a conoscere e rispettare. Esso comprende il ‘Manifesto etico’, con vision e mission, le ‘Linee guida’, con norme e standard comportamentali e un’ulteriore sezione che ne regolamenta l’attuazione.

Il codice etico di Dike

Nel documento, oltre alle caratteristiche che abbiamo già menzionato, si parla anche di prodotti sviluppati secondo un processo industriale virtuoso, che riduce gli sprechi e l’inquinamento e si avvale dei sottoprodotti dell’industria dell’imballaggio

Una cosa particolare e interessante, che a mio avviso rappresenta un valore aggiunto, è che sul sito c’è una sezione chiamata ‘Storyteller’, dove sono riportate le testimonianze di alcune aziende/lavoratori che utilizzano Dike: ci sono agricoltori, lattonieri, produttori di coltelli, costruttori di barche.

Sembra un poco retorico terminare l’articolo in questo modo ma credo sia giusto ricordare che l’industria della moda comprende anche questo settore, un settore fondamentale direi, in cui l’estetica, anche se fa sempre la sua parte, lascia spazio alla sicurezza e al comfort, qualcosa di cui tutti i lavoratori, soprattutto coloro che svolgono mansioni impegnative e/o rischiose, dovrebbero poter godere.

Dedico questo articolo ai lavoratori del nostro Paese, a coloro che tutti i giorni, in silenzio, escono di casa per andare a svolgere i mestieri più duri, pericolosi o anche solo poco sicuri ma per la mancanza di tutele che meriterebbero.

Le immagini sono courtesy Dike

Mono[PA6] by Freitag, a prova di economia circolare

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L’avevano detto e l’hanno fatto, e pure nei tempi previsti. D’altronde, sono svizzeri!

Parlo del primo zaino circolare di FREITAG, di cui vi avevamo appunto annunciato la produzione l’estate scorsa.

E io che per FREITAG ho un vero debole, non posso non parlarvene, soprattutto ora che è una realtà, in vendita dal 24 aprile scorso sia online che negli store del marchio.

Si chiama Mono[PA6] e quel [PA6] è il materiale, l’unico, utilizzato per la realizzazione dell’intero zaino; si tratta della poliammide 6 o PA6, meglio conosciuta come nylon ma per poterla utilizzare per ogni parte dell’accessorio, è stato necessario reperire un totale di 17 componenti in PA6, tutte con requisiti specifici in quanto a texture e caratteristiche. Eh sì, perché uno zaino è composto, oltre che dal tessuto, anche da zip, tracolle, etichette, cuciture e così via.

Lo zaino Mono[PA6] – foto Elias Bötticher

Come vi avevo già spiegato nell’altro articolo, siccome l’obiettivo di FREITAG era la circolarità, lo zaino doveva essere mono-materiale ma, per esigenze del brand, anche idrorepellente (effettivamente, uno zaino impermeabile fa comodo), ecco allora la collaborazione del marchio svizzero con un partner del settore tessile di Taiwan, con cui ha sviluppato un tessuto innovativo sia idrorepellente sia mono-materiale che ha superato tutti i test.

Il design di Mono[PA6] è stato invece sviluppato con il designer britannico Jeffrey Siu: il design si riallaccia alla cultura delle due ruote, profondamente radicata in FREITAG, e, insieme allo zaino, ecco la musette, una piccola borsa rimovibile, anche lei circolare ovviamente, omaggio a un iconico accessorio del ciclismo.

Lo zaino con la sua musette – foto Oliver Nanzig

Il volume dello zaino può espandersi o ridursi grazie al fondo ripiegato e alla chiusura roll top flessibile; e poi ci sono gli ulteriori scomparti esterni e interni, lo schienale imbottito con scomparto per laptop e altri utili accessori come la tasca ad accesso rapido e un laccetto portachiavi.

FREITAG offre anche un servizio di riparazione su misura ma cosa accade una volta esaurite tutte le opzioni per prolungare la vita del prodotto? Proprio grazie alla loro mono-materialità, gli zaini possono essere riciclati senza dover ricorrere alla dispendiosa separazione dei materiali, tornano cioè a Zurigo attraverso il servizio take-back del brand e da lì vengono indirizzati all’Istituto per la tecnologia dei materiali e la trasformazione delle materie plastiche (IWK) di Rapperswil, non lontano da Zurigo.

Presso questo partner di ricerca e riciclaggio, gli zaini vengono triturati tutti interi fino a diventare granulato PA6, che potrà essere riutilizzato, ad esempio per realizzare nuove componenti di uno zaino.

Il principio della circolarità di Mono[PA6] poggia sulla responsabilità condivisa: funziona solo se la clientela utilizza, cura e mantiene, fa riparare e – aspetto cruciale – alla fine restituisce a FREITAG il suo prodotto. Quindi, consumatore, it’s up to you!

Tenete presente che il primo zaino Mono[PA6] ha avuto un concepimento di oltre tre anni, tra cicli di sviluppo, lunghe fasi di test e laboriosi processi di approvvigionamento, quindi ciò dimostra che ci deve essere una grande volontà da parte di un marchio, e anche investimenti, per trovare e realizzare soluzioni 100% sostenibili.

FREITAG li ha entrambi e perciò non si accontenta: per migliorare ancora l’aspetto circolare, un giorno la nuova famiglia di prodotti dovrà essere realizzata in PA6 riciclato, perché al momento viene in buona parte ancora utilizzato PA6 vergine, ossia un materiale non riciclato. Inoltre, dato che tutto è iniziato con i teloni riciclati dei camion (quelli che personalmente amo di più), l’idea del brand è di lavorare, insieme a partner industriali, allo sviluppo di un materiale circolare per teloni. In modo da dargli, dopo la loro seconda lunga vita nella veste di borse FREITAG, una terza possibilità di vita.

La foto di copertina è di FREITAG

Menabòh, l’upcycling che parte dal tuo armadio

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di Mariangela ‘Angie’ Bonesso

La tentazione è forte, specie con l’arrivo della bella stagione: aprire l’armadio e disfarsi del cosiddetto ‘superfluo’. Un indumento ormai fuori taglia o volutamente dimenticato sul fondo di un cassetto insieme al motivo per cui l’abbiamo comprato.

Scatta la leva del decluttering consapevole: mettiamo ordine fra usurato e buono stato, smistiamo ciò che può essere regalato o scambiato, fino a quando ci capita di nuovo tra le mani quel capo dismesso ma che sopravvive indenne a ogni rivoluzione del nostro armadio, per valore affettivo o perché il tessuto è di buona qualità. 

Un’alternativa al lasciarlo perennemente inutilizzato nel guardaroba c’è ed è pure sostenibile: affidarsi all’upcycling, pratica sempre più consolidata nella moda, che investe sul riutilizzo creativo degli indumenti in disuso, salvaguardando l’ambiente e scoraggiando l’impulso a nuovi acquisti. 

Se con il vintage e, più in generale, con il second hand abbiamo compreso quanto sia importante allungare la vita di un abito, in termini di benefici ambientali ed economici, con l’upcycling lo spreco è azzerato grazie al design che reinventa il capo.

La fondatrice di Menabòh, Gaia Rialti

Un servizio innovativo e on demand, disponibile in tutta Italia, lo offre Menabòh, start up di moda responsabile fondata da Gaia Rialti e concepita inizialmente come e-commerce di capi vintage rigenerati e pezzi unici di designer indipendenti. L’upcycling proposto da Menabòh conta su un network vario di esperti, studenti di scuola di moda, sarti e artisti specializzati in riciclo creativo con interventi di pittura, ricamo, riparazioni. 

Una volta entrati nel sito, si individua il designer di preferenza cui inviare la foto del capo da trasformare, compilando anche un semplice questionario con alcune informazioni utili. In circa due giorni lavorativi si riceve la prima proposta di upcycling: se il progetto non piace, si può richiedere una seconda proposta. Quando il cliente approva l’idea, si procede al pagamento e all’invio del capo per la trasformazione che necessita, indicativamente, di quattro giorni lavorativi. I costi degli interventi sono consultabili nei profili dei designer, mentre ritiro e consegna dei capi sono gestiti direttamente da Menabòh. 

La proposta creativa di trasformazione di un blazer

Come spiega Gaia Rialti “il target di pubblico interessato all’upcycling tende a essere composto da individui consapevoli dell’ambiente e orientati verso uno stile di vita sostenibile, oltre a coloro che apprezzano l’originalità dei capi upcycled: la consapevolezza sull’importanza della riduzione degli sprechi si diffonde sempre di più e trova valore in questo processo creativo“. 

Intervento su una camicia

Nonostante sia indubbia la sua importanza per lo sviluppo di un’economia circolare, l’upcycling ha posto inevitabilmente una serie di interrogativi sui diritti di proprietà intellettuale, soprattutto quando la trasformazione riguarda prodotti di brand particolarmente riconoscibili. Le pratiche commerciali scorrette sono da perseguire ma è altrettanto importante non penalizzare, per sole logiche di profitto, i vantaggi dell’upcycling, primo tra tutti la riduzione della quantità di rifiuti.

Come sottolinea la fondatrice di Menabòh, “un’applicazione rigida della tutela dei marchi potrebbe limitare l’innovazione e la pratica sostenibile dell’upcycling. È cruciale trovare un equilibrio tra la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e la promozione dell’economia circolare per affrontare le sfide ambientali“.

E, aggiungiamo noi, se il cliente si sente parte attiva di un grande cambiamento a partire da un piccolo gesto, come il recupero creativo di un abito dismesso, anche la sostenibilità diventa un po’ meno concetto e un po’ più realtà.

Le immagini sono courtesy Menabòh

Solari, comprare (eticamente) italiano

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Due anni fa abbondanti, a fine pandemia, pubblicai un pezzo sulla chiusura di Beyond Skin, brand inglese di calzature vegan. Si trattava più che altro di una riflessione sul perché un marchio pioniere del lusso sostenibile avesse dovuto chiudere i battenti dopo ben 20 anni di onorata carriera, al contrario delle firme del lusso tradizionale che, per fatturato, nello stesso periodo, avevano battuto le loro stesse aspettative di risultati.

È da questa riflessione che io e Niccolò Amati, titolare del brand di scarpe vegane Solari Milano, siamo partiti per un vivace scambio di opinioni e informazioni, in video-call, sul mondo della calzatura sostenibile, scambio che si è poi trasformato in questo articolo dedicato appunto alla sua attività famigliare, che io definisco coraggiosa, e uno dei motivi l’ho addotto in apertura.

Uno dei modelli Solari Milano

In un mercato in cui, tra marchi del lusso mainstream e fast fashion selvaggio, pare sia ancora difficile per un marchio di scarpe vegane posizionarsi, da cosa e come è nata la necessità di creare una calzatura cruelty-free, sostenibile, fatta in Italia?

Niccolò: “Qualche anno fa lavoravo per una banca giapponese a Londra; avevo l’esigenza di vestirmi quotidianamente in modo formale ma l’idea di utilizzare scarpe in pelle non mi piaceva molto e poi non trovavo calzature vegane di mio gusto, così ho provato a produrmele da solo. Ho fatto una ricerca di mercato e mi sono poi appoggiato a un consulente/modellista di scarpe in Toscana, che mi ha aiutato a trovare fornitori e una catena di produzione efficiente.

Abbiamo iniziato con 100 paia in 3 modelli di colore nero da uomo (mocassino, francesina e francesina brogue) e piano piano abbiamo introdotto nuovi colori, modelli e la linea donna. Ora abbiamo in mente di introdurre nuovi accessori, tutti chiaramente made in Italy, che è il nostro marchio di fabbrica, in catene di produzione controllate”.

Francesina donna nera by Solari Milano

Produzione limitata e ‘lentezza’, si potrebbe parlare di “visione oculata”. Ma perché in questo settore, che comunque tira sempre di più, bisogna andarci coi piedi di piombo? È stato uno degli argomenti della nostra video-call e qui Niccolò lo riassume così.

Tutto ciò che è ‘vegano’, è in forte crescita, ma ancora di nicchia. Purtroppo a dividersi la torta ci sono moltissimi produttori, tra cui la fast fashion, che cavalca l’onda, pur non essendo interessata ai valori legati al settore. Aggiungiamo il fatto che spesso i prodotti vegani non sono di alta qualità o durevoli e che una parte dei consumatori vegani/vegetariani preferisce acquistare articoli di seconda mano in pelle, quindi in un simile panorama, pochi brand riescono a sopravvivere.

Francesina donna marrone Solari

Inoltre realizzare un prodotto vegano di qualità è difficile, di conseguenza è complicato anche avere, in partenza, una linea ampia di offerta prodotti. Così è successo che nel tempo molti brand vegani siano nati e morti nel giro di un paio d’anni, non riuscendo a crearsi un giro tale da rimanere profittevoli. Il discorso è simile anche per gli store vegani, che hanno sofferto per la concorrenza dell’online e poi del Covid.

Un problema comune, invece, ai brand vegani di scarpe è la necessità di avere un magazzino molto ampio. Questo perché la numerata di una scarpa da adulto può andare anche dal 35 al 46/47 (senza contare i mezzi numeri) e gli ordini non sono regolari ma incentrati su alcuni numeri. È quindi necessario disporre di un magazzino vastissimo e continuare a investire soldi; basti pensare che, se si produce per esempio una scarpa con numerazione 35-46 in più colori, concentrandosi maggiormente sui numeri più venduti, si può arrivare come niente a 40-50 paia (stando strettissimi). Il problema successivo è il riordino, perché magari si esaurisce un numero specifico ma è difficile trovare fornitori che producano soltanto quello, avendo loro stessi dei costi da sostenere, anche solo per accendere i macchinari e portarli a temperatura”.

La modella indossa un paio di sneaker Solari

Non poche le difficoltà, dunque, ma Solari Milano, che è partito nel 2020, quindi in piena pandemia, funziona e il punto di forza è sicuramente “fare le cose molto con calma“, continua Niccolò.

Siamo riusciti a fare tutto senza finanziamenti esterni, con una visione oculata (quella di cui parlavamo prima). Dai 3 modelli iniziali in 1 colore per un totale di 100 paia, oggi abbiamo 10 modelli in 2 colori + 1 kit di pulizia, un accessorio e una nuova scarpa in produzione e un magazzino intorno alle 800 paia in continua crescita. Vendiamo solo online perché un negozio al momento sarebbe molto dispendioso, anche se ci appoggiamo a punti vendita esterni. Per gli shooting usiamo un fotografo professionista, che ormai è diventato amico, come amici sono i modelli; anche il sito internet e la SEO ce li siamo fatti da noi, mentre la produzione è in conto-lavorazione, cioè paghiamo al paio. Non avendo dipendenti nostri, ma solo consulenti esterni a partita Iva, possiamo gestirci i costi in modo flessibile, adattandoci alle esigenze nel mercato. Questo ci ha permesso di crescere e sopravvivere in un mondo dove è molto difficile partire”.

E queste calzature vegan ben ponderate, di cosa sono fatte? La tomaia e la fodera di quelle formali sono per il 63% di spalmati a base bio derivata da mais o bambù, mentre la tomaia delle sneaker è di canapa proveniente dalla Spagna, l’unico materiale non made in Italy di tutta la catena di produzione. Le suole in gomma hanno una componente riciclata di circa il 40% (Niccolò mi dice che stanno cercando suole con una componente di riciclo più alta, ma perderebbero in performance e quindi in durevolezza). Per contrafforti, puntali, solette i materiali sono a base di cartone, per le stringhe sono per lo più di cotone organico.

Le calzature Solari Milano: artigianato e natura

Niccolò tiene a precisare che tutti i materiali, esclusi fodera e tomaia, sono marchigiani (le Marche, sede del nostro blog!), dove avviene anche la produzione dei prodotti Solari: “Questo perché cerchiamo di ridurre l’impatto ambientale, soprattutto legato al trasporto, perché vogliamo avere un controllo superiore della catena di montaggio e poter supervisionare i nostri fornitori e perché è semplicemente più comodo avere tutto l’indotto vicino”.

Tutti i materiali alternativi alla pelle, al momento presenti sul mercato, sono stati provati e testati dall’azienda: dal cactus alla mela, dal vino all’ananas e la ricerca di nuovi è incessante. A essi si aggiunge il micelio, derivato dai funghi, che in futuro vorrebbero utilizzare perché non contenente plastica; al momento materiali di questo tipo sono ancora poco reperibili per una mancanza di capacità produttiva, oltre a non essere adatti a tutti i tipi di prodotti.

Dopo questo racconto, mi viene spontanea una considerazione: ci sono i brand del lusso (italiani) che, pur con fatturati milionari, continuano a delocalizzare, sfruttare spesso la manodopera e a non sperimentare materiali meno impattanti. E poi ci sono marchi come Solari che, con “una visione oculata”, 100% made in Italy, rappresentano i valori di una produzione etica, secondo gli standard della calzatura e nel rispetto delle persone.

Tutte le immagini sono courtesy Alessandro Paci

‘Alare di Luana Cotena’, libertà de/dalle forme

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Noi di eco-à-porter l’abbiamo sempre sostenuto, che un altro aspetto fondamentale della moda etica è l’inclusione, non solo sociale ma anche corporea ovvero quella libertà da forme prestabilite, di abiti adatti a tutte le taglie, a più corpi e conformazioni.

La designer Luana Cotena

A questo proposito, ci è sembrato perfettamente in linea il progetto della designer Luana Cotena, che con la sua startup ‘Alare‘ (dalla combinazione di ‘Alma’ – Anima – e ‘Disfare’, legato al concetto di ‘Anime disfatte che ambiscono alla libertà’), si propone come agenzia di comunicazione e laboratorio creativo che, attraverso l’arte manifatturiera, le nuove tecnologie e la comunicazione di valore, si prefigge di diventare un manifesto sociale e ambientale attraverso abiti/messaggio nati da storie personali.

Sono le vite degli altri, quindi, che aiutano a modellare gli abiti, ispirandoli e rendendoli un simbolo con cui si sottolinea l’importanza dell’unione, della fluidità, dell’inclusione, delle pari opportunità, del riciclo, dell’integrazione sociale, della rigenerazione dei capi. Il tutto discostandosi dal concetto di etichette e taglie al fine di valorizzare l’Essere, l’Essenza e l’Unicità corporea e spirituale.

Una moda umana, insomma, che rispecchia i corpi reali valorizzandoli.

Il primo abito/messaggio si chiama ‘Alare’ e si propone come una voce che affronta la tematica sociale del body shaming e non solo: tutta la sua struttura è nata seguendo lo studio della muscolatura umana e per contrastare i costrutti sociali oppressivi e non inclusivi in cui la bellezza viene distorta e industrializzata.

Andare oltre, quindi, valicare i confini della propria comfort zone, affrontare le proprie paure ed esplorare nuove realtà, per trovare comprensione e tolleranza.

Non è un caso, infatti, che il progetto di Luana Cotena abbia vinto il premio ‘Pari Opportunità’ della Regione Campania, in quanto si impegna a creare un impatto sociale positivo, promuovendo lo sviluppo della comunità, la crescita personale e professionale dei clienti e supporter.

” ‘Alare’, dice Luana, è di tutt* noi e celebra i valori di libertà, corpo e anima proponendosi non solo come brand di moda ma come una voce e una visione in cui è possibile riconoscersi, valorizzarsi e non sentirsi sol*”.

Tutte le immagini sono courtesy @Alare

+mino, eco-giacche contemporanee

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A ogni stagione i suoi capi, anche se è da un po’ che ‘le stagioni non sono più quelle di una volta’. Ma prima o poi il freddo arriva, e intenso anche, come in questi giorni e per chi è alla ricerca di una soluzione un po’ più sostenibile o, piuttosto, ‘per tutti gli audaci frequentatori di sogni’, ci sono Sergio, Lorenzo, Giacomo, Carlo, le cui iniziali dei rispettivi nomi vanno a comporre la società Selogica.

È da questa società che è nato +mino, marchio di capospalla sostenibili, creato da Michele Tarolli e Stefano Bonaventura, che di Sergio, Lorenzo, Giacomo e Carlo sono i relativi papà. Capite perché Selogica, e il progetto ‘+mino’ a esso legato, hanno per il duo creativo un enorme valore simbolico, rappresentando, non solo i figli che ‘sono pezzi di cuore’ ma, in senso più ampio, gli adulti di domani, che dovranno inevitabilmente confrontarsi per risolvere i torti che le generazioni precedenti hanno inflitto al pianeta e al suo ecosistema.

Michele Tarolli e Stefano Bonaventura, amici e soci

Con tali premesse Michele e Stefano, amici da molti anni, hanno fondato Selogica nel 2023, quest’anno quindi, e se andate a vedere il bel video di presentazione del progetto sul loro sito, vi saranno ulteriormente chiare motivazioni, princìpi e scopi. Io, comunque, me li sono fatti riassumere direttamente da loro:

  • Michele: “Si dice che se scegli un lavoro che ami non lavorerai neanche un giorno della tua vita, e per me +mino nasce come risposta al mio desiderio di costruire bellezza, di partecipare attivamente alla costruzione di un futuro più etico e pulito. Sono molto orgoglioso di proporre alternative sostenibili e cruelty-free in un settore inquinante ed eticamente spregiudicato, dominato dal profitto e che impone obsolescenza dei prodotti per generare acquisti continui e ripetuti. +mino ha intrapreso tutt’altra strada, per questo amo il mio lavoro e mi sento un privilegiato, anche perché mi consente di promuovere uno stile di vita in armonia con l’ecosistema e con gli animali, la cui tutela è sempre stata una delle mie priorità” (NdA Michele infatti è ingegnere ambientale).
  • Stefano: “Sono nato in una famiglia davvero sensibile alle tematiche ambientali e animaliste, un imprinting che ha condizionato moltissimo il mio percorso professionale. Dal 2008 mi dedico esclusivamente alla ricerca e progettazione di capi di abbigliamento sostenibili, con l’impulso, o meglio, l’urgenza, di contribuire a uno sviluppo a misura d’uomo per il bene collettivo e che sappia gestire al meglio le risorse disponibili sul territorio. +mino per me è il contenitore che raccoglie e valorizza al massimo le mie esperienze precedenti, e il mio sogno è costruire una realtà economicamente sostenibile che diventi emblema di eco-compatibilità, giustizia sociale, etica ed efficienza produttiva. Dal prossimo anno +mino sarà a ‘impatto zero’, da quelli successivi saremo l’unica azienda del settore ad avere impatto positivo: le nostre produzioni lasceranno l’ambiente, grazie a massicce compensazioni di CO2, migliore di come l’hanno trovato” (NdA Nel 2018 Stefano ha contribuito alla fondazione di una Società Agricola a Bolzano, con l’obiettivo di riaffermare sul territorio nazionale la canapa tessile, in alternativa ai materiali di sintesi, in un progetto premiato e supportato dalla Provincia Autonoma).
+mino pensa anche alle mamme, con modelli dotati di maxi-tasca zippata centrale

Insomma Michele e Stefano ci stanno provando e, in realtà, Stefano ci aveva già provato con Quagga, il marchio di outerwear sostenibile di cui anche noi avevamo parlato (uno dei nostri primi pezzi, agli albori del blog!). Così ecco che l’esperienza ha aiutato il duo ad approcciarsi a +piumino con: uso di fibre riciclate a ridotto impatto ambientale, totalmente cruelty-free, produzione e confezione made in Italy a km quasi zero, collaborazione a progetti di sviluppo e attenzione al territorio.

Proprio in questo senso ho chiesto a entrambi di approfondire l’aspetto sociale della produzione ma anche, successivamente, la questione ‘fibre riciclate’, in particolare quella del poliestere riciclato, che resta una fibra sintetica che rilascia micro-plastiche e che non è facilmente riciclabile :

  • “Riguardo al primo aspetto, +mino è un marchio italiano che produce e produrrà sempre sul territorio nazionale, lo dichiariamo nel nostro codice etico; valorizzare le eccellenze produttive italiane ci rassicura circa la qualità e il controllo agile dei capi confezionati, inoltre ci garantisce la salubrità dei luoghi di lavoro che devono aderire ai protocolli europei in termini di giustizia sociale, tutela sindacale, assenza di discriminazioni per provenienza, sesso, religione. La produzione dei nostri capi avviene in provincia di Novara, stiamo anche valutando altri laboratori di confezione in Trentino, Lombardia, Toscana e Puglia per differenziare le linee produttive, prediligendo realtà artigianali a conduzione famigliare ove sia più facile gestire relazioni professionali in modo informale, con una maggiore partecipazione delle maestranze. Sartorie e altre realtà cooperative sono senz’altro coinvolte negli studi preliminari dei modelli, soprattutto nella parte post-produzione per la parte di recupero degli scarti tessili che, opportunamente lavorati, danno vita ad accessori e altri manufatti in pieno accordo coi principi di riuso e riutilizzo”.
  • “Il poliestere riciclato al momento appare come l’unica scelta sostenibile per la produzione di capi ‘complessi’ come giacche e giubbotti. In Italia disponiamo di enormi quantità di plastica post-consumo conferite in discarica (ci vogliono fino a otto secoli per degradare una semplice bottiglia PET) ma non disponiamo di fibre vegetali di origine nazionale, dunque la nostra preferenza si è rivolta a ciò che è presente sul territorio, contribuendo a ridurre i volumi di materiali ancora preziosi che altrimenti andrebbero perduti. Cotone, lino, canapa e bambù sarebbero alternative più sostenibili per la biodegradabilità dei lavorati, purtroppo nel nostro Paese si è persa da decenni la filiera di queste fibre, i supporti tessili vegetali hanno provenienza extra UE e per quanto possano essere biologici alla fonte e decomponibili a fine vita, sono meno performanti a livello ambientale a causa delle emissioni di CO2 generate dal trasporto dei volumi da una parte all’altra del globo. Consapevoli di ciò stiamo dedicando molte risorse alla realizzazione di un progetto pilota molto virtuoso, volto alla re-introduzione delle fibre tessili sul territorio nazionale, con l’obiettivo di integrare l’attuale collezione in poliestere riciclato e Econyl (nylon rigenerato partendo dalle reti da pesca dismesse) ad altre collezioni in fibre vegetali a filiera corta, totalmente Made in Italy”.
Il messaggio di benvenuto all’interno della giacca

Il discorso fila, non c’è che dire, l’impegno e la volontà ci sono e intanto c’è la produzione attuale, curata nei minimi dettagli, incluso il saluto ricamato all’interno dei capi, un augurio per la giornata da affrontare: ‘Welcome back, insieme possiamo fare grandi cose’.

Tutte le immagini sono courtesy +mino Ecolab

Cosetex, la seta che non ti aspetti. Una storia.

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Settembre, per molti mese di nuovi inizi, in un certo senso anche per noi che ultimamente abbiamo rallentato un po’.

E ricominciamo davvero parlandovi di seta, un termine che al solo pronunciarlo evoca, oltre a esotismi vari, qualità sopraffine come lucentezza e leggerezza, una fibra preziosa che esiste e resiste da millenni, da sempre esclusiva e che anche l’Italia ha prodotto, con una tradizione che si è tramandata per secoli (un solo dato: nel 1924 si contavano 57.000 tonnellate di produzione italiana di bozzoli) fino quasi a scomparire, purtroppo, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Nella seconda metà dell’800, in una zona della Brianza compresa tra le attuali province di Como, Lecco, Bergamo e Monza-Brianza, ricca di coltivazioni di gelso e di allevamenti di bachi da seta, il viticoltore e commerciante di vino Silvio Mandelli decide di affiancare, alla propria attività, l’allevamento di bozzoli. Visti i buoni risultati e i contatti con alcune filande della zona, Mandelli inizia anche a ritirare, dalle stesse filande, quell’insieme di sottoprodotti da produzione che prendono il nome di cascami di seta, per poi rivenderli sul mercato milanese di via Moscova.

L’attività, non senza fatiche, si è mantenuta fino a oggi, grazie a un passaggio generazionale e di conoscenze sempre più approfondite; l’azienda ha preso il nome di Cosetex, ha sede a Medolago nel bergamasco e della specializzazione sulla fibra di seta e sul comparto dei cascami di seta naturale ha fatto la sua mission.

Silvio Mandelli, CEO Cosetex

Parlo con Silvio Mandelli, CEO e nipote del fondatore, con il fratello alla terza generazione di un modo/mondo diverso di pensare la seta, spingendosi verso processi, lavorazioni e ideazioni di ‘riciclo’ o di ‘rivalorizzazione’ (#ReValue, come dalla foto di copertina), come preferisce denominarla Mandelli.

La fibra di seta su cui scommette da sempre Cosetex è quella discontinua, ricavata appunto dai cascami di seta di filanda o di lavorazioni successive, ossia da tutte quelle fibre di seta vergine e/o sottoprodotti che non si prestano, per ragioni di tecnologia produttiva, a essere lavorate come la seta continua, che invece deriva direttamente dal bozzolo e che dà origine al filo continuo, avvolta in coni e matasse di filamenti paralleli.

“La seta nella visione Cosetex è una fibra da custodire e preservare, spiega Silvio, che, re-immessa all’interno della filiera tessile, risulta riutilizzabile al 100% in una svariata gamma di campi, anche alternativi al tessile, come l’accessoristica, il packaging, l’edilizia, le carte speciali, i pannelli fonoassorbenti, le strutture per l’arredamento. La componente proteica naturale della seta apre inoltre a interessanti scenari nel campo della cosmetica, del medicale e del bio medicale, delle nanotecnologie, del food, dei trattamenti per la sostituzione dei pfc (perfluorocarburi), nell’idrorepellenza, nell’innovazione high tech”.

L’uso innovativo della seta Cosetex

Potenzialità infinite di una fibra che per Silvio Mandelli “è e sarà sempre di più ‘materiale’, perché non più limitata al solo ruolo di fibra, anche se come tale non finirà di manifestare le proprie eccellenze e bellezza. La seta è secondo noi di Cosetex, in modo inequivocabile, il materiale del futuro e in quanto tale, il suo modello necessita di essere divulgato e spiegato. Esso è nella storia, è parte della nostra cultura, sta a noi darne voce e valorizzarla”.

Quindi l’azienda non ha solo interesse a far conoscere la propria attività e i prodotti ma anche ad aiutare il consumatore o il professionista del settore a capire cosa sia realmente la seta, cosa sia realmente sostenibile, realmente naturale, realmente riciclabile, realmente legato alla salute del corpo.

“La produzione della seta discontinua, continua Silvio, deriva da sottoprodotti di lavorazioni e, appunto, non è strettamente legata al filo continuo, all’integrità del bozzolo e quindi del lepidottero ucciso (il Bombyx Mory). Si sono pertanto sviluppate una serie di produzioni che utilizzano i bozzoli cosiddetti sfarfallati (dove la farfalla esce creando un buco nella parte alta del bozzolo), produzioni che partono da bozzoli utilizzati per la riproduzione (tagliati prima di giungere a maturazione per estrarre la larva falena viva), produzioni che utilizzano alcune tipologie di bozzoli selvatici, che per loro caratteristica non completano, volutamente, il bozzolo e non sono utilizzabili per il filo continuo”.

Bozzoli utilizzati da Cosetex

Parlavamo prima di una svariata gamma di applicazioni della seta studiate e ideate da Cosetex, tra cui spicca il progetto, brevettato, Thermoseta/T.Silk, che ha permesso di sviluppare un’innovativa imbottitura in 100% seta per abbigliamento, letto, accessoristica, dotata di eccezionali poteri di mantenimento di calore associati ad elevata traspirazione.

Silvio ci tiene a menzionarmi, nello specifico, T.Silk collection, “una serie di prodotti finiti per il sistema letto altamente innovativi proposti al mercato B2B e B2C tramite uno specifico e innovativo canale web di e-commerce. Setino è il nostro ‘piumone in seta che non ti aspetti’, Setino Topper il coprimaterasso imbottito, Leonardo il guanciale imbottito, Nuvola il set di lenzuola, la federa, la mascherina da notte e la fascia protettiva per i capelli”, tutto, naturalmente, 100% seta.

Guanciali e federe dalla TSilk Collection

È vero, quello della seta è un mondo complesso, e l’incontro con Silvio Mandelli e la sua storica azienda proiettata nel futuro, ce lo hanno dimostrato, come ci hanno dimostrato che il binomio seta/recupero o anche seta/rigenerazione, non solo sono possibili ma anche auspicabili.

La reale sostenibilità è un elemento che contraddistingue ogni fase di questo ‘sistema’, con un pieno utilizzo delle risorse e l’annullamento di ogni tipologia di scarto, a partire ad esempio dalla coltivazione del gelso, le cui foglie nutrono il baco ma che, nei tempi morti produttivi, può essere anche un albero da frutta (more) e le cui fertilizzazione e protezione sono altamente compatibili con un sistema biologico e rigenerativo. Un sistema che, grazie alla sua componente agricola, permette di fissare nel terreno e togliere dall’atmosfera rilevanti quantità di CO2 e gas serra 

La strada delle fibre sintetiche o delle fibre artificiali ‘travestite’ da naturali non è più possibile e giustificabile; percorrere una nuova ‘via della seta’ è la direzione giusta.

Tutte le immagini sono courtesy ©Cosetex

 

L’arte upcycled di Gilberto Calzolari

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Seguo Gilberto Calzolari da quando ha vinto, nel 2018, il Green Carpet Fashion Award (GCFA), quindi quasi dall’apertura di questo blog. Si era aggiudicato il premio con un abito upcycled fatto di una combinazione di materiali ‘poveri’ e ‘ricchi’ ma entrambi naturali: la fibra vegetale dei sacchi di iuta provenienti dalle piantagioni brasiliane di caffè e i cristalli Swarovski che non contengono piombo.

L’abito di Gilberto Calzolari vincitore del GCFA

Io quell’abito ce l’ho in mente ancora adesso, aveva una semplicità raffinata straordinaria e trovo che questa sia una delle caratteristiche della moda di Gilberto Calzolari, evidente anche nella sua ultima collezione ‘The Art of Upcycling’, di cui vi ho accennato qualche mese fa, in occasione della Cracovia Fashion Week, dove Calzolari era ospite.

Mi ero ripromessa di approfondire, perché la tecnica dell’upcycling e del riuso in generale sono, in questa collezione, applicate in modo geniale e il risultato sono outfit sorprendenti.

‘The Art of Upcycling’ è una rielaborazione degli abiti upcycled già realizzati dal designer, che conferma quanto questa pratica sia diventata il proprio marchio di fabbrica, una pratica che, oltre a essere sostenibile, è anche immaginifica, capace com’è di ‘giocare’ con i materiali più insoliti.

Ci sono oggetti e materiali nati per ambiti totalmente differenti dalla moda, cui Gilberto ricorre per creare il suo glamour colorato e giocoso ma pienamente dotato di senso, che fa riflettere su quanto si possa risparmiare in termini di materia vergine, usando ciò che già esiste, salvandolo dall’essere un rifiuto.

Prendiamo i materassini, sì, proprio quelli che si buttano a fine estate, soprattutto se bucati; immagino che molti di voi abbiano in mente il fenicottero gonfiabile, io stessa ci ho fatto diversi giri in piscina l’estate scorsa. Ecco, nella collezione è diventato l’abito ‘Flamingo’, lungo, asimmetrico, i cui dettagli coincidono con la struttura originale del gonfiabile.

Altri tipi di materassi, o meglio, il lino cupro organico proveniente dall’upcycling di tessuti utilizzati per rivestire e foderare i materassi, è stato usato per il completo rigato, giacca crop e pantalone palazzo portato con la borsa ricavata dallo zaino da paracadutista della Seconda Guerra Mondiale.

Lo stesso zaino da paracadutista è diventato anche una gonna tubino molto sensuale, rendendo il mood militare inedito e sensuale, mentre il top abbinato è in quella iuta con cui Calzolari ha realizzato l’abito vincitore del GCFA di cui sopra.

Che dire? Gli outfit upcycled sono tanti, praticamente tutti, e io andrei avanti all’infinito ma preferisco lasciarveli scoprire tutti sul sito del designer alla pagina dedicata.

Comunque, oltre ai materiali e agli oggetti già nominati, in ‘The Art of Upcycling’ ci sono anche: reti da imballaggio per arance e limoni ricamate con materiali di scarto, fogli di prova di stampa, i cosiddetti Atlanti, creati dagli stampatori per settare il colore delle macchine, airbag esplosi e cinture di sicurezza scartate, tende da doccia e ombrelli rotti.

E poi tanti tessuti sostenibili, dal poliestere certificato Seaqual (riciclato da plastica recuperata dal mare) al nylon EVO ricavato dai semi della pianta di ricino al sughero e al cotone biologico.

Insomma, questa collezione e in generale il lavoro tutto di Gilberto Calzolari dimostrano come sia possibile e fattibile una moda fatta quasi esclusivamente di ‘scarti’, scarti reperibili in ogni dove, basta l’inventiva e il saper guardare oltre.

E se, in teoria, al designer l’inventiva non dovrebbe mancare, e gli scarti neanche, cosa aspettano i tanti creativi della moda mainstream a seguire l’esempio, ad aprirsi con più coraggio alla sperimentazione?

La moda mare che non cerca consensi ma fa stare bene

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di Mariangela Bonesso

L’estate somiglia a un gigantesco manuale di istruzioni. Dai piedi a prova di sandalo ai consigli per
affrontare l’ansia da bikini, è una continua ‘to do list’, che rischia di togliere la semplice voglia di
stare bene con se stessi, alla ricerca forzata di consensi. Senza alcuna pretesa di elenco
esaustivo, vi raccontiamo 4 brand italiani di moda mare sostenibile che metteremmo volentieri in valigia
canticchiando entusiaste: “I feel good!.

Salmastra, marchio ideato da Carlotta Duranti, è un concentrato di buonumore e originalità. La collezione ‘Recycled’ attinge da magazzini, fine stock di grandi aziende e mercato locale, arrivando anche a creare un bikini da un copri poltrona trovato a saldo.

Se la lycra scarseggia, Carlotta rielabora tessuti impiegati per l’abbigliamento ordinario, utilizzandoli in tralice (sbieco), quando non sono bi-elastici o lavorando le stoffe a rovescio. Il risultato sono linee di costumi artigianali a numero limitato, confortevoli e personalizzabili secondo il proprio stile, come nel caso dei bikini
scompagnati.

Di Nimé, brand di intimo e beachwear fondato da Laura Marchesi, ci piace l’idea di fondo: Nimé è una parola inventata per comprendere ‘ogni me’, riferito a ogni donna libera di esprimere la propria personalità e il proprio corpo. Capi versatili in tessuti certificati o ricavati da dead stock, pensati per risultare comodi senza costrizioni inutili, come i ferretti.

Nella collezione ‘Universo’, i costumi sono realizzati in tessuto crinkle smacchinato in tubolare, quindi unito a
cilindro senza cuciture. La particolare goffratura lo rende elastico e soprattutto adattabile, in modo
naturale, alle diverse silhouette. ‘Un Tessuto. Una Taglia. Tutti i Corpi’ riassume l’essenza della collezione.

Ha un nome che non passa inosservato Le Chiappette, marchio di moda mare che coniuga lo stile italiano con la filosofia slow fashion. Per le creatrici, la designer Valentina Ferrara e l’artista Gaia Giugni, la sostenibilità non deriva solo dall’impiego di filati riciclati o fibre naturali ma anche dall’inclusività pensata come valorizzazione di ogni corpo e di ogni età.

Le Chiappette – Costumi per tutte le età

‘Anemoni’ e ‘Posidonie’ sono le linee della collezione 2023: un tributo al mare tra l’eleganza anni ’50, rivista in chiave green e una versione più essenziale, dai colori solidi e lucenti, impreziosita da frange in lurex
eco-sostenibile. Costumi che sembrano cuciti addosso, grazie anche a sgambature e scollature regolabili,
con l’unico obiettivo di far sentire bene chi li indossa.

Le immagini di corpi autentici, fieri nella loro diversità, sono diventate il miglior biglietto da visita per il
brand Festa Foresta, marchio indipendente di costumi e intimo creato da Laura Zura-Puntaroni. “We don’t necessarily want you to feel sexy, we want you to feel good”, è la priorità delle creazioni realizzate interamente con filati sostenibili, riciclati post-consumo, o biodegradabili.

Festa Foresta

La produzione è affidata a piccoli laboratori italiani, a conduzioni familiare, tra Marche e Lombardia. In ogni capo emerge la cura artigianale dei dettagli, come le doppie cuciture, mentre l’estetica non lascia spazio alle suggestioni di mode usa e getta, preferendo l’armonia di uno stile pratico ed essenziale.

5 designer donne, 4 idee di moda mare che invitano a essere un po’ come il kintsugi di noi stesse, dove
l’oro che ripara le crepe rotte di presunti difetti è la forza unica e irripetibile della nostra personalità. La sola
che valga la pena esibire, sempre.

Nella foto di copertina: dall’alto Festa Foresta e sotto da sx Le Chiappette, Nimé e Salmastra

Coloriage, un nuovo modello integrato di formazione e lavoro 

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di Laura Galloppo

Di sartorie sociali ce ne sono tante in Italia (eco-à-porter ve ne ha già fatte conoscere diverse).

Coloriage, nata nel 2019 nei locali dell’ex-mattatoio di Testaccio a Roma, è un’attività che impiega designer, sarti e migranti provenienti da Paesi a basso reddito, per favorirne un inserimento adeguato alle loro capacità. La sua caratteristica principale, l’elemento che la distingue dalle altre esperienze, è aver posto l’accento fin dall’inizio sulla formazione. I sarti migranti di Coloriage, infatti, partecipano a una scuola di moda gratuita che permette loro di arricchire le competenze per evolvere nel proprio sviluppo professionale.

Una formazione di eccellenza che ha portato oggi l’omonima cooperativa Coloriage, formatasi per stabilizzare il lavoro dei sarti migranti, a impiegare i primi otto studenti e studentesse del percorso formativo. Dagli inizi il progetto è interamente autofinanziato e la vendita dei capi prodotti dagli allievi sostiene i costi della scuola di moda. 

Un workshop di modellistica – courtesy Coloriage

All’inaugurazione della boutique Coloriage nel cuore di Trastevere, mi guardo intorno. Riconosco tra la folla dei partecipanti i sarti allievi. Indossano camicie in tessuto wax che hanno cucito e che prima ancora hanno disegnato e studiato sul cartamodello. Il metro da 150 cm poggiato sulle spalle, come un accessorio super cool e gli occhialetti colorati. Guardano i capi che sono esposti e che qualcuno indossa con disinvoltura.

I sarti al lavoro – courtesy Coloriage

Sono i sarti migranti il punto fermo dell’identità di Coloriage e lo comunicano in ogni gesto: Khassim, Bamba, Fara, Sayon, Bathie, Tania e Urmi. Queste ultime sono sedute su una poltrona intente a ricamare a mano i pezzi unici di una collezione di upcycling. Si sentono a casa, siamo noi che stiamo sbirciando nel loro angolo.

Valeria Kone con le artigiane rifugiate – courtesy Coloriage

L’avventura di Coloriage è iniziata solo 4 anni fa e già tante persone hanno attraversato gli spazi colorati del Villaggio Globale presso la Città dell’Altra Economia, dove è nata questa realtà. Il Covid poteva arrestare i lavori, ma la forza solidale di realizzare e donare mascherine in tessuto a chi non poteva permetterselo, ha fornito nuova linfa al gruppo di lavoro riaccendendo i motori della produzione. Da allora non si sono più fermati, capitanati da Valeria Kone, che ha abilmente creato una rete di collaborazioni sempre più prestigiose e culturalmente importanti.

Tra gli eventi più blasonati c’è Altaroma dove hanno presentato ‘Appunti per un’Orestiade africana a Testaccio’, una serie di kimono realizzati con garze di cotone di recupero stampate con fotogrammi delle riprese per l’Orestiade di Pasolini, girata in Uganda negli anni ’70, e la fiera internazionale di design Edit Napoli. Intensa è la collaborazione didattica con l’associazione A.I. Artisanal Intelligence creata da Clara Tosi Pamphili e Alessio de’ Navasques. 

All’inaugurazione c’è aria di partecipazione, la stessa che Coloriage coltiva, aprendo le porte della propria boutique-spazio culturale fatta con arredi vintage. I libri sui tessuti wax, che costituiscono la tela su cui si poggia il progetto, sono aperti su un largo tavolo centrale per permettere a tutti di guardare, sfogliare e approfondire. Alessio de’ Navasques, saluta con entusiasmo le persone che conosce e mostra la bellezza delle collezioni, che mettono insieme sartoria e manifattura italiana con influenze e craft dal mondo, pezzi unici e contemporanei, nati dalla combinazione di tessuti wax e deadstock italiani. 

La boutique – courtesy Coloriage
Upcycling e ricamo in collaborazione con Sara Basta – courtesy Coloriage

Manca ancora un tassello. L’artista Sara Basta ha collaborato con Coloriage per creare una collezione di upcycling dal titolo ‘Le parole non mi assomigliano più’, tratto da una poesia di Patrizia Cavalli: “Abbiamo scelto pezzi di poetesse contemporanee che più avessero a che fare con il corpo e abbiamo voluto tradurle in ricamo su indumenti già esistenti”, mi racconta Sara. Pezzi unici e ricamati a mano, con messaggi che evocano il rapporto tra abito e corpo.

Non accennano a fermarsi Urmi e Tania, le due ricamatrici di origine bengalese che fanno parte della squadra di Coloriage, arrivate qui tramite la mediazione di Asinitas Onlus

Fuori si continuano a distribuire samosa, il popolare street food di origine asiatica. Sapori differenti si mescolano per un momento partecipativo e inclusivo, esattamente come Coloriage.

Le immagini sono courtesy Coloriage e Laura Galloppo

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