4 / Aprile / 2020
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Le sfilate parlano sempre più sostenibile

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In questi giorni sospesi, pieni di sgomento e di attesa infinita, non è semplice mettersi a scrivere due righe su cose che sembrano così poco rilevanti paragonate a ciò che stiamo vivendo. Ma a maggior ragione, perché questo blog è stato concepito ed è nato per offrire e diffondere un’alternativa sostenibile a un sistema che è pesantemente responsabile della distruzione del nostro Pianeta, è giusto andare avanti. Per me che continuo a crederci e per i miei lettori che spero possano trovare in questi post un motivo di interesse e distrazione in giornate così lunghe passate dentro casa.

Così, ecco, siccome la stagione di sfilate autunno/inverno 2020/2021 si è conclusa poco prima che scoppiasse la vera emergenza Coronavirus (e ricordo che già a Milano a fine febbraio alcuni eventi si sono svolti a porte chiuse o addirittura sono stati cancellati), ho pensato di fare un piccolo excursus di alcuni marchi che tra New York, Milano e Parigi hanno puntato molto sulla sostenibilità, pur rientrando nella moda mainstream e quindi non dichiaratamente etici.

Partendo dalla Grande Mela, Gabriela Hearst, designer uruguaiana di ready-to-wear di stanza a New York (anche se gestisce pure il ranch di famiglia in Uruguay) ha affrontato il tema ‘sostenibilità’ prima di molti altri colleghi e nel tempo ha dimostrato una vera passione per l’argomento, dal fissare obiettivi per eliminare la plastica alla misurazione dell’impronta di carbonio delle sue sfilate. La sua idea è che appena entrati in un nuovo decennio degli anni 2000, bisogna utilizzare il più possibile le risorse a portata di mano, non continuare a crearne di nuove. E la sua collezione, così come la passerella, allestita con gigantesche balle di carta tagliuzzate, sono state una metafora della sua visione.

Riguardo agli abiti, c’erano ad esempio un trench, una giacca e un paio di borse realizzati con delle rimanenze di Kilim turchi e un paio di cappotti color block ricavati da capospalla che ha decostruito e rimontato, mentre i coat blu navy e cammello erano sostanzialmente delle coperte assemblate e cucite con del filo bordeaux a contrasto. Le sciarpe a maglia grossa sono state invece realizzate a mano dal collettivo uruguaiano Manos usando più filato di cashmere riciclato rispetto alle stagioni precedenti.

Un altro designer che non è nuovo a pratiche responsabili è Phillip Lim che con la sua linea 3.1 Phillip Lim si impegna a utilizzare tessuti sostenibili, sia da riuso che da produzione certificata, tanto che è arrivato a utilizzarne il 50% per ogni collezione. Oltre ad aver rinunciato da qualche stagione a pelliccia naturale e a pelli esotiche, il suo guardaroba essenziale e sportivo, pensato per tutti i giorni, è fatto spesso di materiali patchwork e riciclati che si sono visti anche nella sua ultima collezione invernale.

Hillary Taymour è la fondatrice del marchio Collina Strada, nome originale come originale è l’approccio della designer che, soprattutto negli ultimi anni, ha abituato il suo pubblico a sfilate estrose e a una comunicazione molto incentrata sulla sostenibilità, fuori e dentro la passerella, tipo: ‘coltiva più cibo, fai acquisti localmente, fai attenzione agli imballaggi dannosi’ e così via. Più della metà della sua ultima collezione, ‘Garden Ho’, tappeto erboso calpestato dalle modelle, è stata realizzata con la seta-rosa, un materiale simile alla seta ottenuto dai petali di rosa e con tessuti di scarto.

A Milano le palme in plastica riciclata troneggiano sul set della sfilata di Francesco Risso per Marni che affronta tanti temi attuali, dalle foreste che si incendiano per interessi commerciali alla plastica che invade gli oceani e al cartone che, trasformato in packaging, soffoca case e città sotto forma di rifiuto. Gli abiti sono un collage dall’inizio alla fine, ottenuti da ritagli e rimanenze di pelle e di calicò (stoffa leggera di cotone greggio), così anche le borse, a loro volta ottenute dagli scarti degli scarti.

Solitamente non ci occupiamo della moda uomo ma se Ermenegildo Zegna avesse una linea femminile, applicherebbe sicuramente lo stesso principio che il suo direttore creativo Alessandro Sartori sceglie da qualche stagione per il menswear ovvero ricorrere almeno al 20% di tessuti di recupero, che per questa collezione è arrivato a toccare il 50%. “Arrivare a zero rifiuti potrebbe essere impossibile, ma dobbiamo mirare a questo” ha affermato Sartori.

Felpa grafica UP-CYCLING 55DSL (courtesy of Diesel)

Diesel ha invece lanciato DIESEL UP-CYCLING FOR 55DSL con la linea 55DSL creata nel 1994 come spin-off sperimentale di Diesel, poi rivista negli anni e oggi trasformata in una serie di collezioni di cui la prima realizzata con materiali di scarto del marchio. I capi sono patchwork colorati ispirati allo streetwear e ogni pezzo ha anche un proprio codice QR che consente al cliente di risalire alla realizzazione del capo, diciamo una sorta di #whomademyclothes.

A Parigi, oltre alla pioniera della sostenibilità Stella McCartney che, oltre ai suoi materiali cruelty-free e certificati, ha arricchito la passerella di simpatici animali-mascotte per sottolineare maggiormente il proprio impegno a favore di una moda rispettosa della natura, c’è stata l’allegra sfilata di John Galliano per Maison Margiela, entusiasta di aver spinto sull’acceleratore del riciclo e del vintage. I suoi esperimenti di upcycling confluiranno presto in un’etichetta denominata appunto Recicla e così i capi della collezione in passerella ne sono un assaggio, tra coat, trench e abiti con forme recuperate da guardaroba che vanno dagli anni ’20 ai ’70 del secolo scorso.

Meravigliosa e raffinatissima operazione di recupero da Alexander McQueen, altro marchio non nuovo al riuso e all’attenzione per materiali a ‘km zero’ o realizzati artigianalmente. La direttrice creativa Sarah Burton ha preso spunto dalla trapunta patchwork di Wrexham, esposta al St. Fagans National Museum of History di Cardiff, coperta realizzata da un sarto che dal 1842 per ben 10 anni, tutte le notti, la cucì utilizzando gli scarti riciclati dai panni di lana che di giorno usava per fabbricare le uniformi. Quindi abiti, cappotti e completi sono tutti un patchwork di flanelle recuperate da passate collezioni, mentre altri capi sono composti da ritagli di tessuti tradizionali maschili.

Spero di avervi fatto sognare un po’ con queste creazioni che uniscono responsabilità e bellezza. E’ positivo constatare come sempre più designer della cosiddetta moda mainstream prendano convinti la strada della sostenibilità, che non significa solo scegliere materiali certificati o riciclati ma anche favorire l’artigianato locale, il fatto a mano, le tradizioni e il lavoro di cooperative e associazioni che sostengono i diritti femminili e di popolazioni svantaggiate, come fa ad esempio il designer austriaco-nigeriano Kenneth Ize, che collabora con artigiani viennesi che lavorano il pizzo e con tessitrici nigeriane.

Con l’augurio che questa situazione generale passi presto, mando a tutti un caldo abbraccio virtuale e, mi raccomando, #restateacasa!

La moda trasformabile di Nicoletta Fasani

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Il post di oggi è la prosecuzione ideale dell’ultimo sulle cose belle viste a Milano ed è dedicato al lavoro di Nicoletta Fasani, designer fondatrice del marchio omonimo, che sono andata a trovare nel suo showroom inaugurato da poco in via Mantegazza a Villapizzone, Milano.

Lo showroom di Nicoletta Fasani

Come potete vedere dall’immagine qui sopra, si tratta di un bello spazio accogliente, arredato con gusto e abitato dalle sue creazioni e dal suo laboratorio, in cui produce parte dei suoi abiti, li vende, accoglie i clienti e organizza laboratori speciali di cui parlerò più avanti. Su una parete, la foto del nonno calzolaio conferma che l’amore per la creatività e la manualità sono con molta probabilità ereditate.

Il nonno calzolaio

Il suo marchio Nicoletta l’ha fondato nel 2010 partendo da un rettangolo, o meglio, dalla forma rettangolare e dalla scoperta di come, applicandola a diversi modelli, permettesse di creare più outfit ovvero più capi in uno. Nasceva così la sua moda trasformabile e componibile basata sullo studio di forme geometriche semplici.

Il primo prototipo è stato il Bi-niki, abito in taglia unica fatto da due rettangoli da indossare in due modi diversi, composto da una metà in tinta unita e l’altra in fantasia, in sostanza un tubino diviso in due. L’abito funzionava e Nicoletta l’ha così depositato. Dopo il Bi-niki sono arrivati il Mono-niki, il Tri-niki e via via anche maglie e abiti meno modulari ma comunque sempre basati su linearità e funzionalità.

Nel percorso stilistico ed evolutivo di Nicoletta Fasani c’è stato anche un diverso approccio all’uso dei materiali: da stoffe più economiche a tessuti sostenibili e certificati. Tra i suoi fornitori c’è ad esempio un vecchio setificio comasco, la designer ammette che costa il triplo di quello che costerebbe in Cina ma garantisce qualità e attenzione. Così anche per canapa, cotone biologico, fibra di bambù, oltre a tessuti di fine pezza provenienti dalla grande distribuzione tessile.

I bellissimi abiti ‘Regina’, chiamati così perché hanno davvero qualcosa di regale …

Quindi abiti trasformabili, fornitori certificati, filiera corta e made in Italy sono tutte parole chiave che compongono lo stile di Nicoletta. Insieme, naturalmente, alla creatività unita all’immagazzinare esperienze, a continue ricerche, a bozzetti che si trasformano in cartamodello, alla campionatura e così via.

Anche l’ultima collezione autunno/inverno 19/20 è nata così; ispirata a un abito ‘casa’, è fatta di pezzi che ben traducono l’idea di abitare il proprio corpo tramite della calda lana tricot intrecciata in un piccolo maglificio a conduzione famigliare in Basilicata. E poi con la seta tradizionale di Como, morbida ma con una grafica spigolosa, il lurex glitter e il pied-de-poule che ricordano tanto l’urbanità milanese, dove Nicoletta pensa, crea e produce i suoi abiti.

Ma i progetti di Nicoletta non si fermano qui, ultimo nell’ordine ‘Scartoria’, che ha l’obiettivo di diffondere il concetto di non-spreco attraverso dei laboratori per adulti e bambini in cui gli scarti tessili vengono rimessi in circolazione attraverso piccoli lavori manuali da cui nascono collane e portachiavi per esempio.

Un esempio di ‘Scartoria’ tratto dal libro ‘Sarto Subito!’
di Alberto Saccavini

La sostenibilità è quindi un aspetto centrale del lavoro di Nicoletta Fasani e proprio in questo senso scelgo di concludere il post con un suo pensiero riportato nell’intervista pubblicata su ‘Sarto Subito!’, manuale di Alberto Saccavini edito da Altreconomia: “Secondo me al consumatore va spiegato che la moda etica comprende tanti fattori. Non c’è solo la moda sociale, con l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. E la moda sostenibile non è solo il materiale: c’è un modo di produrre, c’è un luogo e soprattutto una filiera trasparente”.

Grazie Nicoletta.

Tiziano Guardini e Francesca Marchisio: una conferma e una scoperta

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Non posso cominciare questo post senza fare una riflessione che mi viene spontanea; due settimane fa in questi giorni ero a Milano a seguire alcune presentazioni che m’interessavano. Tutto scorreva ancora normale, si stringevano mani, si davano baci e abbracci, i mezzi pubblici erano pieni di gente, così come le vie della città. Poi quel primo caso a Codogno ci ha fatto precipitare tutti nel più completo sgomento e pian piano il Paese si è completamente fermato, così come si sono ridotti i nostri contatti umani e sociali.

E’ con maggiore piacere e impegno quindi che inauguro questo mese di marzo parlando di due presentazioni che ho visto proprio in quei giorni, non solo perché questo è uno degli scopi del blog ma per ricordare a tutti che c’è sempre un prima e un dopo nelle nostre vite e che non dobbiamo permettere alla paura e alla diffidenza di rinchiuderci in noi stessi, isolandoci dal mondo. Prendere sì tutte le dovute precauzioni è giustissimo ma continuiamo a dire sì alla vita e alle cose belle, perché tutto questo passerà e la’ fuori ci sarà sempre un motivo per essere fieri del mondo in cui viviamo.

Cose belle come ad esempio le due presentazioni che sono state, da un lato una conferma e dall’altra una scoperta. La prima è venuta dalla nuova collezione di Tiziano Guardini, uno dei nostri eco-designer preferiti, che seguiamo dall’apertura del blog e che apprezziamo da sempre per il suo impegno totale in una moda cruelty-free e il più possibile rispettosa della Natura.

La vetrina dello store della Kartell con la collezione di Tiziano Guardini

La vetrina dello store della Kartell in via Turati era allestita con le creazioni di Tiziano che, per la nuova stagione autunno/inverno 2020/2021, si è ispirato all’artista Kiki Smith, che negli ultimi 30 anni ha indagato, smembrato e ri-assemblato il tema della natura, con il suo lato magico e femminile. Così come Kiki narra le storie più intime del mondo femminile e di quello animale trasponendole su arazzi, sculture e illustrazioni, Tiziano racconta la parte più primordiale di una donna che viaggia nella propria storia, indossando capi realizzati in tessuti che vivono una seconda vita. Come i jacquard e i check del Lanificio Cerruti, che compongono gonne, pants e blazer, assemblati ai materiali rigenerati di Texmoda, presenti anche nella scorsa collezione del designer.

Coat e abiti realizzati con tessuti di recupero

Torna anche la collaborazione con il nylon rigenerato Econyl di Aquafil che ricordiamo recuperato dalle reti da pesca e altri materiali di riciclo, per i piumini, mentre la maglieria riprende lo slogan ‘Heart needs Earth’, già presente sulle t-shirt realizzate nelle passate collezioni. E ancora, con Vegea, l’azienda che realizza tessuti spalmati provenienti dagli scarti della produzione vinicola italiana, dagli oli vegetali e dal poliestere riciclato, ecco alcuni capospalla.

Il simbolo per eccellenza dello stile di Guardini, il colibrì

Il viaggio di questa donna è poi protetto da animali totem, rappresentati sotto forma di gioielli realizzati in upcycled crystal, cioè cristalli Swarovski da riuso; ci sono volpi, pesci, colibrì, mentre altri gioielli a forma di gargolla, ornamenti applicati a ridosso delle guglie delle cattedrali gotiche per proteggere la natura sacra dell’edificio, sono creati dal designer salentino Gianni De Benedittis.

Ogni capo sarà consegnato con un’etichetta esplicativa inserendo il nome della persona che lo ha realizzato, rispondendo così alla domanda #WhoMadeMyClothes; inoltre, trattandosi collezione fatta con tessuti d’archivio, ogni capo sarà numerato. Bravo Tiziano, complimenti anche stavolta!

Se Tiziano Guardini è stata una conferma, Francesca Marchisio è stata una piacevole scoperta; pur conoscendo già il suo stile e il suo lavoro, non mi era ancora capitato di vedere dal vivo i suoi capi, oltretutto assistendo a una performance all’interno della galleria Marcorossi artecontemporanea.

Alcuni dei capi della nuova collezione di Francesca Marchisio

Francesca Marchisio ha fondato il marchio omonimo nel 2018 con l’obiettivo di combinare pret-à-porter e design industriale in modo da creare abiti che semplificano la vita; per questo al centro c’è il concetto di trasformazione e reversibilità, oltre che di sostenibilità, legata alla collaborazione con fornitori di tessuti selezionati per l’attenzione all’ambiente nei processi di produzione e stampa.

Sullo sfondo delle suggestive lastre di pietra dell’artista catalano Sergi Barnils, le modelle si inter-cambiavano una con l’altra indossando e togliendosi i capi della collezione autunno/inverno 2020/2021 ‘simultaneous contrast’ ovvero contrasti per trovare un equilibrio razionale tra funzionalità ed estetica.

La presentazione/performance all’interno della galleria Marcorossi artecontemporanea

Concetto portante dello stile della Marchisio, questa incessante ricerca di equilibrio incoraggia la combinazione di colori, forme e tessuti, che ben si esprime ad esempio con il trench reversibile SHIFTING che, da un lato esalta le proprietà della lana per una termoregolazione naturale, mentre dall’altro, grazie alla mischia della stessa lana con dettagli in cotone organico tono su tono, conferisce al capo un effetto leggero. Oppure con la giacca da biker BODILY, da una parte lana e dall’altra tessuto tecnico trapuntato.

E ancora, i coat reversibili dalla doppia anima per essere usati in più stagioni, i piumini con l’imbottitura Thermore ricavata dalle bottiglie di plastica riciclate, le gonne in cotone organico o ‘wrap’ in acetato Naia eco-sostenibile e seta organica o realizzate con ritagli di tessuto poi ri-assemblati in un accattivante patchwork.

Allora ecco, Francesca Marchisio e Tiziano Guardini, due eco-designer che combinano etica e couture con creazioni che sono belle da guardare e da indossare. Noi continueremo a seguirli, fatelo anche voi.

Da eco-à-porter, in questo momento difficile non solo per il nostro Paese ma per il mondo intero, un augurio che tutto possa risolversi il prima possibile per poter tornare a godere di tanta bellezza.

I maglioni parlanti di ‘Almeno nevicasse’

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‘Almeno nevicasse’, quante volte l’abbiamo pensato o detto, durante quei lunghi inverni in cui c’è di tutto, dalla pioggia al vento al caldo anomalo da cambiamento climatico come in questi giorni, ma non la neve. ‘Almeno nevicasse’, come un mantra propiziatorio, che quasi diventa anche un po’ il simbolo delle nostre vite, quel senso di attesa e insieme di angoscia e insofferenza che si esprime così, apparentemente legato al tempo ma invece rivolto ai nostri stati d’animo più intimi.

“Almeno nevicasse” se lo è chiesto anche Francesca Sarteanesi, attrice, drammaturga e artista toscana che, in una giornata di ottobre del 2018, nonostante ci fosse il sole, fuori in giardino, sentiva l’uggia dentro, un vuoto che solo chi l’ha provato, sa cos’è e come ti fa stare. Così ha preso uno dei suoi maglioni dall’armadio e con un filo colorato ci ha ricamato sopra ‘Almeno nevicasse’.

Quel filo sulla maglia, insieme a quel mantra, hanno cominciato a tracciare una direzione nella vita di Francesca, lei che in quel momento, di direzioni o obiettivi da raggiungere non ne aveva; le frasi, i motti, spesso ironici, divertenti ma anche dissacranti, hanno cominciato a colorare sfacciatamente il davanti o, più discretamente, il dietro di altri maglioni provenienti da rimanenze di vecchie collezioni o da recupero e così, quasi per gioco, è nata la linea ‘Almeno nevicasse‘.

“Tante parole che ho ricamato facevano ridere” mi scrive Francesca quando le chiedo di raccontarsi e raccontarmi com’è nato il progetto “‘sono troppo simpatici i maglioni che fai’, mi dicevano, ma solo io ovviamente posso sapere quelle parole da dove sono passate e in che vuoti erano state fino a quel momento. E’ un piccolo grido, è un ‘speriamo che ora in questo momento preciso accada qualcosa, qualsiasi cosa’”.

E così i maglioni di Francesca, realizzati con l’aiuto dell’amica Rebecca Ihle, scenografa e costumista con cui condivide la pratica del teatro, continuano a parlare e a piacere, tanto che sono passati dalla cerchia di famigliari, amici e conoscenti ai mercatini alle pagine di Elle fino a essere contesi da alcuni rivenditori di nicchia di Milano, del Belgio e del Giappone. Non solo; Francesca ha anche collaborato con il marchio pratese Rifò, che ormai conosciamo bene, in occasione e contro il Black Friday, ricamando lo statement della foto qui sotto sul maglione di cachemire rigenerato:

Il maglione realizzato in collaborazione con Rifò

‘Prendo quello dopo’, ‘Per il rotto della cuffia’, ‘Di niente’, Puoi dirlo forte’ ‘Sussiste eccome se sussiste’, sono solo alcune delle frasi o delle parole che decorano petto e schiena di questi maglioni che hanno sempre qualcosa da dire e che, come precisa Francesca, “se non dicono sottolineano. Precisano. Evidenziano. Isolano parole”.

Bella quindi l’idea che, scegliendo un maglione, si scelga anche ciò che rappresenta, che sia uno stato d’animo, un’intenzione, un desiderio e/o anche un malessere, come se fosse un po’ terapeutico. Probabilmente per Francesca lo è stato. Perciò mi piace concludere questo pezzo con un estratto dallo scritto che mi ha mandato, che esprime meravigliosamente bene l’anima di ‘Almeno nevicasse’.

“Io scrivo e recito. Il teatro è il mio lavoro. Mi piace guardare le parole, spostarle altrove e alle parole dare nuove collocazioni. Come molti processi creativi, la natura del lavoro parte da dentro, scava nel cervello, attraversa il cuore, sfiora  quelle zone del non detto. Penso e non dico. Perché non posso dire, perché non è il momento, perché non sta bene, perché è meglio usare questa parola invece di quest’altra. Dopo due anni adesso vorrei poter credere e sperare che non siano solo l’ansia e la sofferenza e il vuoto e i buchi neri a fare da motore alle cose. Credo che sia possibile farle nascere anche in un terreno più bello fatto di altre sensazioni e altri sentimenti. Lo spero, ci sto provando. E allora indosso quello che penso o che ho pensato e non ho mai detto … Non inseguire le cose. Falle e lasciale andare. E cosi faccio. ‘Almeno nevicasse’ mi ha dato soddisfazione perché non mi aspettavo niente. Io ho solo iniziato a ricamare. Non sapevo che direzione poteva prendere, non aveva direzioni o obiettivi da raggiungere. Questa è una cosa che ho imparato. Non aspettarsi niente. Fare. Fare e basta”.

Grazie Francesca (e Rebecca) 🙏🏻

Fast fashion non ti voglio più: la sfida di Lauren Bravo alla moda low cost

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“Non ricordo un inizio d’anno in cui non abbia fatto buoni propositi. Dormi di più, bevi più acqua, bevi meno alcol, mangia più frutta, impara lo spagnolo. Ma c’è stata solo una promessa cui sono riuscita a tenere fede per più di qualche settimana, e forse l’unica che mi ha abbia davvero fatta sentire meglio con me stessa anziché peggio: rompere con la moda low cost”.

Inizia così l’articolo su ‘The Guardian’ di Lauren Bravo, giornalista e scrittrice inglese che ha testimoniato la sua astinenza da acquisti compulsivi nel libro ‘How To Break Up With Fast Fashion: A guilt-free guide to changing the way you shop – for good’ (‘Come rompere con il fast fashion: una guida senza sensi di colpa per cambiare il modo in cui acquisti – per sempre’).

Lauren Bravo by Pablo Strong

Niente abiti ne accessori nuovi per un anno. Ammessi acquisti nei negozi vintage e di seconda mano ma con un approccio molto diverso da quello messo in atto nelle vie principali dello shopping, dove entrare in una qualunque catena dà quasi automaticamente per scontato che si uscirà con qualche acquisto, mentre nel negozio dell’usato impari a gestire le tue aspettative e a uscirne anche a mani vuote, perché sai, per esempio, che non troverai tutte le taglie o il modello che ti sta bene o il colore che ti piace. E il senso di sconfitta da mancanza di shopping è molto attenuato.

Ci avevate mai pensato a questa cosa ovvero della pressione psicologica che involontariamente subiamo quando entriamo in questi templi dello shopping multi-piano? Trovare tutto ciò che (non) serve, sentire di averne assolutamente bisogno e nello stesso tempo rendersi conto che se non ce lo porteremo a casa la giornata andrà male.

Lauren Bravo racconta le ragioni della propria scelta in modo molto personale, andando oltre le solite e comunque più che giustificate motivazioni legate al boicottaggio del fast fashion: la sovrapproduzione, l’inquinamento da iper-produzione e anche da smaltimento, i diritti dei lavoratori calpestati, la scarsa qualità dei materiali.

Come quando scrive che ha sempre saputo di odiare i camerini, ma che è stato solo da quando ha smesso di fare shopping che si è resa conto di quanto disprezzo di sé si nascondesse dietro quelle tende. “Il fast fashion mi ha fatto sentire come se non ci riuscissi, ogni volta che la zip non scorreva o i bottoni restavano aperti o il vestito che appariva bello e chic sul manichino sembrasse brutto e strano su di me. Ho dato la colpa a me stessa, al mio corpo, quando in realtà – e sono furiosa, mi ci sono voluti 31 anni per capirlo – sono gli abiti che dovrebbero fare il provino per te. Non viceversa”.

La copertina del libro di Lauren Bravo

Lauren Bravo passa poi a elencare alcuni trucchi adottati per utilizzare più volte e in modo diverso gli abiti già posseduti, tra cui la stratificazione (stile che io adoro e che oltretutto va molto di moda, per chi un occhio alle tendenze ce lo butta sempre): camicie sotto maglioni a maniche corte, felpe sopra abiti sopra jeans e così via.

E poi continua: “come molti guru del settore ti diranno, i vincoli forzano la creatività. E quando limiti le tue opzioni di acquisto, ti ritrovi invece a inventare nuovi strumenti. A volte la super-colla, a volte le forbici. Le mie capacità di cucito sono arrugginite dai tempi d’oro dei GCSE Textiles (corsi scolastici di cucito e affini), ma da quando ho smesso di fare shopping, ho iniziato ad armeggiare di più. Faccio un orlo, cambio uno scollo”.

Un altro consiglio: “ignora chiunque ti dica di sbarazzarti di tutto ciò che non hai indossato in un anno. La moda è ciclica – dai, lo sappiamo – e non appena hai portato una vecchia stanca tendenza al negozio di beneficenza, Vogue la dichiarerà improvvisamente di nuovo cool”. E poi cita Fashion Revolution quando afferma che ‘la cosa più sostenibile è quella che possiedi già’.”

Detto da una giornalista di moda poi! Lauren Bravo va avanti a svelare altri trucchi e alternative al fast fashion, come ripetere gli outfit di successo o fare scambio di abiti con gli amici. Ma certo, di possibilità ce ne sono e danno altrettanta se non maggiore soddisfazione di un acquisto compulsivo. Stimolano la fantasia, creano legami e ci fanno sentire più orgogliosi di noi e delle nostre scelte. Vi sembra poco?

La prima volta di Juan Carlos Gordillo al White Street Market

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Eccoci al primo post 2020; noi di eco-à-porter non vedevamo l’ora di cominciare l’anno con tante nuove storie e protagonisti della moda etica e non è un caso che ripartiamo con un designer che apprezziamo tantissimo, per talento e per simpatia: Juan Carlos Gordillo, stilista guatemalteco che unisce l’uso di tessuti naturali e riciclati a una ricerca costante di modi sostenibili per produrre i propri abiti.

Proprio nei prossimi giorni, precisamente domani e dopo, Juan Carlos presenterà la nuova collezione al White Street Market di Milano ed è la prima volta italiana per il designer, che ha il sostegno di B.E.S.T. Città dell’Arte, officina operativa che dal 2009 si dedica allo sviluppo della sostenibilità bio-etica nell’ambito del settore tessile.

La collezione si compone di due parti: la prima ricorre a elementi che s’ispirano alla combinazione dello stile universitario-sportivo e country americano tradotti in una giustapposizione cui si aggiunge, com’è nel mood di Gordillo, un tocco di influenze spagnole e latine. L’intento è quello di trasmettere l’importanza del riciclo e del riutilizzo di tessuti e abiti usati attraverso la tecnica dell’upcycling, cui si associa il concetto di moda circolare. I materiali utilizzati sono da un lato biodegradabili, come il Tencel, già usato in passato dal designer e dall’altro di riuso, come felpe di cotone, jeans e maglioni alpaca di seconda mano.

Il concept della prima parte della collezione di Gordillo

La seconda parte, sviluppata in collaborazione con Officina +39, laboratorio incentrato sulla fornitura di alternative sostenibili alle industrie tessili e della moda, parte dall’idea dell’acqua contaminata ma trasformandola in effetti meravigliosi e insieme giocosi su una silhouette eclettica. Anche qui, materiali biodegradabili e di riuso, come il denim riciclato.

La seconda parte sviluppata con Officina +39

Due parole anche sulla cornice che ospita la collezione di Juan Carlos Gordillo, il White Street Market, primo evento milanese dedicato interamente al fashion design e all’innovazione sostenibili. Il salone cresce a ogni edizione proponendo numerosi appuntamenti tra happening, eventi, presentazioni, workshop e talk e focalizzandosi, oltre che sulle case di moda già affermate, sui giovani designer, i brand di ricerca e le piccole e medie imprese artigiane.

E Juan Carlos è uno di questi designer, che porta avanti un’idea tutta personale di moda etica, affrancata da tendenze stagionali e basata il più possibile su upcycling e materiali sostenibili. Per questo ci piace e gli facciamo i nostri migliori auguri per il debutto italiano della nuova collezione.




Shopping consapevole al temporary store di VIC

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Oggi eco-à-porter devia ma solo un poco dai post con taglio giornalistico per regalarvi un pezzo che ha il sapore del romanzo, scritto dalla nostra Novella di Paolo, che ogni tanto fa capolino con la sua prosa poetica.

Novella è andata a trovare Sara Francesca Lisot, che è stata una delle protagoniste della nostra ‘Intervista del mese‘, fondatrice di VIC – Very Important Choice, piattaforma online di moda etica che consiste nel noleggio di abiti e accessori sostenibili.

Sara si trova a Torino fino al 15 dicembre con il temporary store di VIC e Novella ci ha fatto due chiacchiere. Ecco a voi il resoconto (poetico).

Sara Francesca Lisot nel suo VIC

Edifici ordinati in stile liberty e angoli di mattoni scuri disegnano sfondi come quelli delle foto nelle riviste di moda. Un tappeto di foglie dorate come lanterne cinesi indica la via verso un luogo o meglio uno spazio. Un posto che non è un atelier e nemmeno un negozio, ma uno store, temporaneo che pare stia lì lì per traslocare e invece se ci entri è come una radura di bonaccia.    

A pochi passi dal cimitero monumentale, ai margini ovvero sempre al centro di uno di quei quartieri di Torino che come tentacoli di un polipo spruzzano la città all’infinito ficcando tutti sotto lo stesso tetto, qui rasoterra all’incrocio dei pali, un mese fa ha aperto la porta VIC. E tra poco, il 15 per l’esattezza, chiuderà, lasciando immagini e portandosi impressioni. Spegnerà la luce di quel paio di vetrine come finestre che, in una mattina che sembra sera di questo tardo pungente autunno, vengono illuminate dagli occhi, celesti come il maglioncino di Sara, la donna col viso di ragazza che sta dietro, ma anche davanti all’intero progetto.

Un’infanzia ai confini erbosi della metropoli milanese, nella natura dove viveva sua nonna, studi sociali tra i grattacieli, formazione nelle terre del nord, fino a perdersi per ritrovarsi in una personale via della seta fra sud e oriente. Tutto per giungere a una consapevolezza: “Certo, potevo andare in Africa a pulire i pozzi inquinati, ma non era quello che volevo veramente. Sono occidentale e voglio vivere i miei valori tra i miei simili. Bisogna esserci immersi nel mondo che si vuole migliorare, altrimenti non si fa rivoluzione ma colonizzazione”.

“Offrire un’occasione, è questa in fondo la mia idea. Lasciare sperimentare un’alternativa senza sentirsi esclusi, diversi o incompresi. Vivere sostenibile non vuol dire essere chic o ribelli significa solo non rinunciare ai propri ideali cercando la soluzione migliore per se senza danneggiare il pianeta.

VIC, ve ne abbiamo già parlato, è una startup innovativa a responsabilità sociale e ambientale che seleziona e commercializza marchi di moda e accessori che seguono una politica di sostenibilità.

Nell’atelier temporaneo di via Catania si lasciano guardare, in ordine sparso e azzeccati accostamenti, una gran varietà di pezzi unici. Gioielli artigianali, oggetti di design all’uncinetto, pochette coloratissime, sciarpe indiane, ma anche capi unici di fattura sartoriale realizzati a mano con tessuti di qualità dalle detenute di una cooperativa e stole di seta, di quelle che puoi farle passare attraverso un anello come fosse acqua.

Entri, scegli, porti a casa, indossi e appendi nell’armadio; almeno fino a quando ti decidi. O li tieni e li acquisti oppure li restituisci. È questa l’opportunità che VIC dà ai suoi clienti. Esperimenti e consapevolezza nella scelta. Sta qui la vera sostenibilità secondo Sara. “Non è quanto spendi a fare la differenza, ma cosa acquisti. Scegli un oggetto” mi dice. Afferro una collana che avevo preso di mira appena entrata. Non faccio in tempo a passargliela che mi ha già elencato tutte le componenti di prezzo. “Mi piacerebbe che la gente sapesse cosa c’è dietro una cifra prima di giudicarla. Tutto ha un costo” sottolinea Sara. “La rivoluzione è la capacità di decidere per cosa si è disposti a pagare. Si possono spendere cento euro per uno slip firmato o per una sciarpa di seta lavorata in Italia, dipinta a mano con colori naturali. L’importante è esserne consapevoli.”

Insomma uno shopping mindfulness, che parte dal presupposto che non ci sono scelte giuste o sbagliate, ma solo decisioni consapevoli.

Lo store di Torino inaugurato il primo novembre con l’esibizione di Giuseppe La Spada, artista appassionato di sostenibilità, è il primo esperimento di presenza territoriale fatto da VIC, la cui sede amministrativa è a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso. “Abbiamo realizzato altri eventi, precisa Sara, a novembre abbiamo organizzato a Milano una sfilata ‘Modelle per una notte’ con capi dei nostri brand. Sono occasioni importanti per farci conoscere ma anche per creare rapporti umani con chi come noi crede in un consumo che sia uso”. Occasioni per guardare negli occhi i clienti, ascoltare le loro esigenze e regolare il tiro.

Un’immagine tratta dall’evento ‘Modelle per una notte’

“Abbiamo scelto Torino perché ci è sembrata una città aperta e culturalmente attiva. L’esperienza è stata sicuramente positiva. Come prima prova non ci aspettavamo niente in particolare ma ci portiamo a casa tanti appunti e nuove idee per migliorare la nostra offerta”.

Mentre il grigio che preannuncia l’inverno cerca di intrufolarsi tra i pochi riflessi di luce, passanti si fermano e sbirciano le vetrine, unico richiamo dello store che, oltre a un piccolo cartello sulla porta di ingresso non ha insegne. Bastano i colori a colpire l’occhio curioso e in questi giorni più che mai alla ricerca di doni e pensieri. Ebbene se capitate in via Catania aprite quella porta al civico 29. E se non ci capitate, andateci apposta. Magari non troverete ciò che fa al caso vostro, ma avrete vissuto un’esperienza e scoperto un’alternativa.

Grazie Novi 🙏🏻❤️

teeshare, t-shirt da condividere

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Credo che quasi tutti noi ormai pensiamo alla t-shirt come a un capo passe-partout che non conosce stagionalità; resta nel nostro armadio tutto l’anno, ci serve in più occasioni e fa la sua figura anche nell’accezione più basic, magari sotto un blazer, un cardigan o un look stratificato.

Iconica e intergenerazionale, alla t-shirt si può certamente intitolare, non solo un tema, un concept, una collezione ma un marchio in toto e mettercela anche nel nome, come ha fatto Francesca Mitolo con il suo teeshare.

Mi sono imbattuta in teeshare quando ho visto ‘Atlantis’, l’ultima collezione di Tiziano Guardini; l’impegno di Tiziano in una moda il più possibile etica e responsabile si è esteso anche alla scelta delle t-shirt in 100% cotone organico, su cui campeggiavano slogan a tema come ‘Listen to the EarthBeat’ e ‘Love Me Again’, co-create appunto con il brand teeshare.

Ma teeshare esiste già dal 2013, quando Francesca Mitolo, alle spalle anni in studi di consulenza, principalmente per collezioni donna sportswear e denim in Italia e Spagna, ha deciso di mettersi in proprio autofinanziandosi, con il desiderio di “accendere una luce per far vedere anche agli altri i meccanismi sempre più distorti del fast fashion”, che lei stessa aveva vissuto in prima persona assistendo alle migrazioni delle produzioni dall’Italia alla Cina, India e Turchia, “un gioco al ribasso che teneva conto solo e unicamente del profitto finale”.

Così ecco nascere il progetto teeshare, un connubio tra arte e moda sostenibile che re-interpreta la “prima compagna d’avventura”, così definisce la t-shirt Francesca, lavorando con laboratori italiani, cooperative, comunità, persone, pensionati, artigiani e amici. Collaborando con artisti e designer. Mescolando fili, cucendo colori, unendo idee e condividendole, appunto, per mezzo di una ‘teeshare’.

Teeshare si tiene lontano dall’idea di serialità e infatti uno dei principali obiettivi del brand è di produrre in Italia valorizzando il lavoro artigianale; cucire, ricamare, dipingere a mano, sono tutte attività realizzate da mani esperte e raffinate, come quelle di Rosa Beltramo, “vera e propria enciclopedia del ricamo” o della pittura a mano del laboratorio Manieranera.

Anche per la stampa spesso si ricorre a quella serigrafica artigianale, soprattutto per disegni monocromatici o dalle poche tonalità, realizzata con colori ad acqua, extra soft, mentre per disegni più complessi dalle molteplici sfumature la scelta cade sulla stampa digitale, che permette di avere un controllo cromatico estremamente accurato e una definizione molto alta.

Perfino le etichette esterne sono realizzate artigianalmente e in diversi materiali, per esempio in ceramica o porcellana, così che possano diventare oggetti da collezionare e/o riutilizzare.

Diverse le collaborazioni avviate da teeshare; quella che dicevamo con Tiziano Guardini, nata dopo che Francesca ha accettato un lavoro di consulenza per la gestione della produzione e del nuovo campionario del designer. Lavorando gomito a gomito è nata spontaneamente l’idea
di creare in co-branding delle teeshare per la sua nuova collezione ‘Atlantis’. O quella con l’artista polacco che vive a Berlino Sebastian Bieniek, per una collezione in edizione limitata.

Una delle teeshare realizzate da Sebastian Bieniek – credits Silvia Pastore

Teeshare è comunque un progetto in continuo divenire; attualmente Francesca lavora molto
sulla ricerca dei materiali e del packaging per rendere il prodotto sempre più sostenibile e in un abbastanza prossimo futuro spera di lavorare sempre di più sul recupero dei materiali.  

Last but not the least, Francesca, circa due anni fa, ha fondato insieme ad altre ragazze rén, un’associazione di promozione sociale che si occupa di informare su moda e vivere sostenibile. Rén è l’acronimo di ‘reinvent – educate – network’ e in diverse lingue orientali significa sia persona che popolo. Il termine suggella quindi lo stretto legame tra individuo e società, esortando il singolo ad agire con rispetto ed umanità per il bene collettivo. Direi che potremo dedicare a rén un post a parte prossimamente perché tante sono le cose da dire.

Un momento dell’ultimo evento organizzato da rén – credits Beatrice Colombano

Riciclo no limits: la sneaker diventa scarpone da sci

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In principio era una scarpa, una sneaker per l’esattezza; Salomon Sports, marchio francese di trail running e attrezzature per gli sport invernali, ha pensato bene di prendere quella sneaker e riciclarla. Beh, direte voi, non è il primo brand sportivo che ricicla scarpe da ginnastica. Appunto. Riciclarla per poi trasformarla in uno scafo di scarpone da sci.

Frutto di oltre 18 mesi di ricerca e sviluppo, questa nuova sneaker è stata presentata al recente opening dell’Experience Store di Salomon a Monaco di Baviera, 300 metri quadrati che sono insieme negozio e luogo d’incontro per le community dell’outdoor con seminari e corsi specifici, oltre a strumenti per la scansione dei piedi, tapis roulant e analisi dell’andatura, nonché un’area per il montaggio di scarponi da sci.

La sneaker con il concept riciclabile è stata sviluppata presso l’Annecy Design Center dell’azienda, che si trova sulle Alpi francesi. È realizzata completamente in materiale termoplastico poliuretano (TPU), che può essere ridotto in piccoli pezzi alla fine del suo utilizzo, quindi combinato con materiale originale e utilizzato per costruire lo scafo di uno scarpone da sci alpino.

courtesy Salomon Sports

Si tratta ancora di un progetto ma il team calzaturiero della società sta lavorando per implementare questo concept nelle calzature da corsa che saranno disponibili nel 2021, quindi proprio a breve.

La sneaker riciclabile in scarpone fa parte del ‘Play Minded Program‘ di Salomon, programma che affronta un impegno immediato e a lungo termine per gestire l’attività dell’azienda in modalità più sostenibile. Questo programma comprende quattro aree chiave, tutte con obiettivi specifici:

  • Tutela dell’ambiente: i luoghi in cui gli amanti delle attività outdoor praticano sport
  • Produzione di articoli più sostenibili: i prodotti Salomon si utilizzano per praticare attività outdoor
  • Educazione degli sportivi, le persone che fanno parte delle community degli sport outdoor
  • Mantenimento del livello di soddisfazione elevato dell’organico dell’azienda
Logo del ‘Play Minded Program’ courtesy Salomon Sports

Per diminuire il suo impatto sull’ambiente, la società si è impegnata a ridurre le emissioni complessive di carbonio (CO2) del 30% entro il 2030; Salomon eliminerà inoltre i composti perfluorurati (PFC) in tutte le categorie di articoli entro il 2023. (I PFC saranno completamente assenti nelle calzature Salomon entro l’autunno del 2020, nell’abbigliamento entro il 2022 e nelle attrezzature per sport invernali entro il 2023).

Entro il 2025, poi, il 70% dei rifiuti creato dai cicli di produzione di Salomon verrà riciclato o riutilizzato e le performance ambientali di ogni prodotto saranno visibili al consumatore. Infine, entro il 2025 il 100% dei fornitori di materiali dovrà aver firmato o dimostrato l’adesione ai programmi di conformità dei materiali a livello di categoria e agli elenchi delle sostanze limitate.

Il Salomon Play Minded Program si basa sulla semplice convinzione che più le persone comprendono e apprezzano l’ambiente circostante e il loro impatto su di esso, più se ne prenderanno cura. Il marchio assegna anche sovvenzioni a varie organizzazioni in cui gli atleti Salomon sono coinvolti e continua a finanziare la Fondazione Salomon che ha lo scopo di migliorare le condizioni di vita quotidiana di atleti e professionisti della montagna con disabilità fisiche dovute a incidenti o malattie e per facilitare il loro reinserimento sociale e professionale.

Intrecci etici – Un documentario sul made in Italy sostenibile

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Gli unici risvolti positivi delle grandi tragedie è che, dopo, purtroppo sempre dopo, viene spontaneo muoversi per far sì che non accadano più. Così è successo con il disastro di Rana Plaza, di cui abbiamo parlato spesso nel blog; dovevano morire migliaia di operai tessili sotto le macerie di un edificio commerciale in Bangladesh, per scuotere le coscienze dell’industria della moda sulle responsabilità di una produzione scellerata e a basso costo, legata soprattutto alla fast fashion e allo sfrenato consumismo di massa.

Da allora sono passati più di sei anni e grazie al movimento della Fashion Revolution tanti passi sono stati fatti, soprattutto per denunciare le pessime condizioni della manodopera nei Paesi del Terzo Mondo e l’alto tasso di inquinamento provocato dalla produzione e dai materiali, sintetici e/o di bassa qualità utilizzati. Film, documentari, tavole rotonde, manifestazioni, eventi, insomma c’è un bel movimento intorno a una problematica direttamente responsabile degli attuali disastri ambientali e dei cambiamenti climatici.

Contemporaneamente alla denuncia, c’è il risvolto positivo, che è quello che eco-à-porter ama raccontare: il popolo della moda etica, che cresce sempre di più e lavora per far emergere un’idea di fashion responsabile, cui sono legate parole come ‘qualità’, ‘handmade’, ‘riuso’, ‘upcycicling’, ‘autoproduzione’ e così via.

Ci rientrano in pieno Lorenzo Malavolta e Lucia Mauri, registi di LUMA video , piccolo studio di produzione che realizza documentari su persone, aziende e artigiani, mostrandone il lavoro e valorizzando la cura, i valori e la forte etica che li caratterizza. Il prossimo documentario di Lorenzo e Lucia, dal titolo ‘Intrecci etici’, vuole raccontare e far emergere quei modelli positivi che in Italia hanno scelto una via di produzione e di consumo sostenibile, coinvolgendo produttori tessili, tintori naturali, designer fino ad arrivare ai consumatori, con le loro scelte e azioni mirate a diffondere la cultura dello slow fashion.

Lorenzo e Lucia di LUMA video

‘Intrecci etici’ ha il sostegno di Fashion Revolution Italia nella persona della coordinatrice Marina Spadafora (ospite tra l’altro di una nostra ‘Intervista del mese), che ha creduto nel progetto ma per far sì che il documentario venga realizzato, Lorenzo e Lucia hanno avviato una campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari a sostenere i principali costi di produzione (organizzazione, riprese, montaggio e post-produzione).

Al raggiungimento di almeno il 50% del budget fissato, Infinity tv co-produrrà il documentario e ne permetterà la distribuzione sulla sua piattaforma, diffondendo così la cultura dello slow fashion in Italia e nel mondo.

Siccome è una tematica a me molto cara e anche noi di eco-à-porter abbiamo cominciato con un piccolo crowdfunding!, ho deciso di pubblicizzare il progetto, sperando che i miei lettori decidano di sostenerlo.

In fondo è come una sorta di eco-à-porter ma in video!

In bocca al lupo ragazzi e sempre w il lupo!