15 / Dicembre / 2019
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Shopping consapevole al temporary store di VIC

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Oggi eco-à-porter devia ma solo un poco dai post con taglio giornalistico per regalarvi un pezzo che ha il sapore del romanzo, scritto dalla nostra Novella di Paolo, che ogni tanto fa capolino con la sua prosa poetica.

Novella è andata a trovare Sara Francesca Lisot, che è stata una delle protagoniste della nostra ‘Intervista del mese‘, fondatrice di VIC – Very Important Choice, piattaforma online di moda etica che consiste nel noleggio di abiti e accessori sostenibili.

Sara si trova a Torino fino al 15 dicembre con il temporary store di VIC e Novella ci ha fatto due chiacchiere. Ecco a voi il resoconto (poetico).

Sara Francesca Lisot nel suo VIC

Edifici ordinati in stile liberty e angoli di mattoni scuri disegnano sfondi come quelli delle foto nelle riviste di moda. Un tappeto di foglie dorate come lanterne cinesi indica la via verso un luogo o meglio uno spazio. Un posto che non è un atelier e nemmeno un negozio, ma uno store, temporaneo che pare stia lì lì per traslocare e invece se ci entri è come una radura di bonaccia.    

A pochi passi dal cimitero monumentale, ai margini ovvero sempre al centro di uno di quei quartieri di Torino che come tentacoli di un polipo spruzzano la città all’infinito ficcando tutti sotto lo stesso tetto, qui rasoterra all’incrocio dei pali, un mese fa ha aperto la porta VIC. E tra poco, il 15 per l’esattezza, chiuderà, lasciando immagini e portandosi impressioni. Spegnerà la luce di quel paio di vetrine come finestre che, in una mattina che sembra sera di questo tardo pungente autunno, vengono illuminate dagli occhi, celesti come il maglioncino di Sara, la donna col viso di ragazza che sta dietro, ma anche davanti all’intero progetto.

Un’infanzia ai confini erbosi della metropoli milanese, nella natura dove viveva sua nonna, studi sociali tra i grattacieli, formazione nelle terre del nord, fino a perdersi per ritrovarsi in una personale via della seta fra sud e oriente. Tutto per giungere a una consapevolezza: “Certo, potevo andare in Africa a pulire i pozzi inquinati, ma non era quello che volevo veramente. Sono occidentale e voglio vivere i miei valori tra i miei simili. Bisogna esserci immersi nel mondo che si vuole migliorare, altrimenti non si fa rivoluzione ma colonizzazione”.

“Offrire un’occasione, è questa in fondo la mia idea. Lasciare sperimentare un’alternativa senza sentirsi esclusi, diversi o incompresi. Vivere sostenibile non vuol dire essere chic o ribelli significa solo non rinunciare ai propri ideali cercando la soluzione migliore per se senza danneggiare il pianeta.

VIC, ve ne abbiamo già parlato, è una startup innovativa a responsabilità sociale e ambientale che seleziona e commercializza marchi di moda e accessori che seguono una politica di sostenibilità.

Nell’atelier temporaneo di via Catania si lasciano guardare, in ordine sparso e azzeccati accostamenti, una gran varietà di pezzi unici. Gioielli artigianali, oggetti di design all’uncinetto, pochette coloratissime, sciarpe indiane, ma anche capi unici di fattura sartoriale realizzati a mano con tessuti di qualità dalle detenute di una cooperativa e stole di seta, di quelle che puoi farle passare attraverso un anello come fosse acqua.

Entri, scegli, porti a casa, indossi e appendi nell’armadio; almeno fino a quando ti decidi. O li tieni e li acquisti oppure li restituisci. È questa l’opportunità che VIC dà ai suoi clienti. Esperimenti e consapevolezza nella scelta. Sta qui la vera sostenibilità secondo Sara. “Non è quanto spendi a fare la differenza, ma cosa acquisti. Scegli un oggetto” mi dice. Afferro una collana che avevo preso di mira appena entrata. Non faccio in tempo a passargliela che mi ha già elencato tutte le componenti di prezzo. “Mi piacerebbe che la gente sapesse cosa c’è dietro una cifra prima di giudicarla. Tutto ha un costo” sottolinea Sara. “La rivoluzione è la capacità di decidere per cosa si è disposti a pagare. Si possono spendere cento euro per uno slip firmato o per una sciarpa di seta lavorata in Italia, dipinta a mano con colori naturali. L’importante è esserne consapevoli.”

Insomma uno shopping mindfulness, che parte dal presupposto che non ci sono scelte giuste o sbagliate, ma solo decisioni consapevoli.

Lo store di Torino inaugurato il primo novembre con l’esibizione di Giuseppe La Spada, artista appassionato di sostenibilità, è il primo esperimento di presenza territoriale fatto da VIC, la cui sede amministrativa è a Vittorio Veneto, in provincia di Treviso. “Abbiamo realizzato altri eventi, precisa Sara, a novembre abbiamo organizzato a Milano una sfilata ‘Modelle per una notte’ con capi dei nostri brand. Sono occasioni importanti per farci conoscere ma anche per creare rapporti umani con chi come noi crede in un consumo che sia uso”. Occasioni per guardare negli occhi i clienti, ascoltare le loro esigenze e regolare il tiro.

Un’immagine tratta dall’evento ‘Modelle per una notte’

“Abbiamo scelto Torino perché ci è sembrata una città aperta e culturalmente attiva. L’esperienza è stata sicuramente positiva. Come prima prova non ci aspettavamo niente in particolare ma ci portiamo a casa tanti appunti e nuove idee per migliorare la nostra offerta”.

Mentre il grigio che preannuncia l’inverno cerca di intrufolarsi tra i pochi riflessi di luce, passanti si fermano e sbirciano le vetrine, unico richiamo dello store che, oltre a un piccolo cartello sulla porta di ingresso non ha insegne. Bastano i colori a colpire l’occhio curioso e in questi giorni più che mai alla ricerca di doni e pensieri. Ebbene se capitate in via Catania aprite quella porta al civico 29. E se non ci capitate, andateci apposta. Magari non troverete ciò che fa al caso vostro, ma avrete vissuto un’esperienza e scoperto un’alternativa.

Grazie Novi 🙏🏻❤️

teeshare, t-shirt da condividere

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Credo che quasi tutti noi ormai pensiamo alla t-shirt come a un capo passe-partout che non conosce stagionalità; resta nel nostro armadio tutto l’anno, ci serve in più occasioni e fa la sua figura anche nell’accezione più basic, magari sotto un blazer, un cardigan o un look stratificato.

Iconica e intergenerazionale, alla t-shirt si può certamente intitolare, non solo un tema, un concept, una collezione ma un marchio in toto e mettercela anche nel nome, come ha fatto Francesca Mitolo con il suo teeshare.

Mi sono imbattuta in teeshare quando ho visto ‘Atlantis’, l’ultima collezione di Tiziano Guardini; l’impegno di Tiziano in una moda il più possibile etica e responsabile si è esteso anche alla scelta delle t-shirt in 100% cotone organico, su cui campeggiavano slogan a tema come ‘Listen to the EarthBeat’ e ‘Love Me Again’, co-create appunto con il brand teeshare.

Ma teeshare esiste già dal 2013, quando Francesca Mitolo, alle spalle anni in studi di consulenza, principalmente per collezioni donna sportswear e denim in Italia e Spagna, ha deciso di mettersi in proprio autofinanziandosi, con il desiderio di “accendere una luce per far vedere anche agli altri i meccanismi sempre più distorti del fast fashion”, che lei stessa aveva vissuto in prima persona assistendo alle migrazioni delle produzioni dall’Italia alla Cina, India e Turchia, “un gioco al ribasso che teneva conto solo e unicamente del profitto finale”.

Così ecco nascere il progetto teeshare, un connubio tra arte e moda sostenibile che re-interpreta la “prima compagna d’avventura”, così definisce la t-shirt Francesca, lavorando con laboratori italiani, cooperative, comunità, persone, pensionati, artigiani e amici. Collaborando con artisti e designer. Mescolando fili, cucendo colori, unendo idee e condividendole, appunto, per mezzo di una ‘teeshare’.

Teeshare si tiene lontano dall’idea di serialità e infatti uno dei principali obiettivi del brand è di produrre in Italia valorizzando il lavoro artigianale; cucire, ricamare, dipingere a mano, sono tutte attività realizzate da mani esperte e raffinate, come quelle di Rosa Beltramo, “vera e propria enciclopedia del ricamo” o della pittura a mano del laboratorio Manieranera.

Anche per la stampa spesso si ricorre a quella serigrafica artigianale, soprattutto per disegni monocromatici o dalle poche tonalità, realizzata con colori ad acqua, extra soft, mentre per disegni più complessi dalle molteplici sfumature la scelta cade sulla stampa digitale, che permette di avere un controllo cromatico estremamente accurato e una definizione molto alta.

Perfino le etichette esterne sono realizzate artigianalmente e in diversi materiali, per esempio in ceramica o porcellana, così che possano diventare oggetti da collezionare e/o riutilizzare.

Diverse le collaborazioni avviate da teeshare; quella che dicevamo con Tiziano Guardini, nata dopo che Francesca ha accettato un lavoro di consulenza per la gestione della produzione e del nuovo campionario del designer. Lavorando gomito a gomito è nata spontaneamente l’idea
di creare in co-branding delle teeshare per la sua nuova collezione ‘Atlantis’. O quella con l’artista polacco che vive a Berlino Sebastian Bieniek, per una collezione in edizione limitata.

Una delle teeshare realizzate da Sebastian Bieniek – credits Silvia Pastore

Teeshare è comunque un progetto in continuo divenire; attualmente Francesca lavora molto
sulla ricerca dei materiali e del packaging per rendere il prodotto sempre più sostenibile e in un abbastanza prossimo futuro spera di lavorare sempre di più sul recupero dei materiali.  

Last but not the least, Francesca, circa due anni fa, ha fondato insieme ad altre ragazze rén, un’associazione di promozione sociale che si occupa di informare su moda e vivere sostenibile. Rén è l’acronimo di ‘reinvent – educate – network’ e in diverse lingue orientali significa sia persona che popolo. Il termine suggella quindi lo stretto legame tra individuo e società, esortando il singolo ad agire con rispetto ed umanità per il bene collettivo. Direi che potremo dedicare a rén un post a parte prossimamente perché tante sono le cose da dire.

Un momento dell’ultimo evento organizzato da rén – credits Beatrice Colombano

Riciclo no limits: la sneaker diventa scarpone da sci

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In principio era una scarpa, una sneaker per l’esattezza; Salomon Sports, marchio francese di trail running e attrezzature per gli sport invernali, ha pensato bene di prendere quella sneaker e riciclarla. Beh, direte voi, non è il primo brand sportivo che ricicla scarpe da ginnastica. Appunto. Riciclarla per poi trasformarla in uno scafo di scarpone da sci.

Frutto di oltre 18 mesi di ricerca e sviluppo, questa nuova sneaker è stata presentata al recente opening dell’Experience Store di Salomon a Monaco di Baviera, 300 metri quadrati che sono insieme negozio e luogo d’incontro per le community dell’outdoor con seminari e corsi specifici, oltre a strumenti per la scansione dei piedi, tapis roulant e analisi dell’andatura, nonché un’area per il montaggio di scarponi da sci.

La sneaker con il concept riciclabile è stata sviluppata presso l’Annecy Design Center dell’azienda, che si trova sulle Alpi francesi. È realizzata completamente in materiale termoplastico poliuretano (TPU), che può essere ridotto in piccoli pezzi alla fine del suo utilizzo, quindi combinato con materiale originale e utilizzato per costruire lo scafo di uno scarpone da sci alpino.

courtesy Salomon Sports

Si tratta ancora di un progetto ma il team calzaturiero della società sta lavorando per implementare questo concept nelle calzature da corsa che saranno disponibili nel 2021, quindi proprio a breve.

La sneaker riciclabile in scarpone fa parte del ‘Play Minded Program‘ di Salomon, programma che affronta un impegno immediato e a lungo termine per gestire l’attività dell’azienda in modalità più sostenibile. Questo programma comprende quattro aree chiave, tutte con obiettivi specifici:

  • Tutela dell’ambiente: i luoghi in cui gli amanti delle attività outdoor praticano sport
  • Produzione di articoli più sostenibili: i prodotti Salomon si utilizzano per praticare attività outdoor
  • Educazione degli sportivi, le persone che fanno parte delle community degli sport outdoor
  • Mantenimento del livello di soddisfazione elevato dell’organico dell’azienda
Logo del ‘Play Minded Program’ courtesy Salomon Sports

Per diminuire il suo impatto sull’ambiente, la società si è impegnata a ridurre le emissioni complessive di carbonio (CO2) del 30% entro il 2030; Salomon eliminerà inoltre i composti perfluorurati (PFC) in tutte le categorie di articoli entro il 2023. (I PFC saranno completamente assenti nelle calzature Salomon entro l’autunno del 2020, nell’abbigliamento entro il 2022 e nelle attrezzature per sport invernali entro il 2023).

Entro il 2025, poi, il 70% dei rifiuti creato dai cicli di produzione di Salomon verrà riciclato o riutilizzato e le performance ambientali di ogni prodotto saranno visibili al consumatore. Infine, entro il 2025 il 100% dei fornitori di materiali dovrà aver firmato o dimostrato l’adesione ai programmi di conformità dei materiali a livello di categoria e agli elenchi delle sostanze limitate.

Il Salomon Play Minded Program si basa sulla semplice convinzione che più le persone comprendono e apprezzano l’ambiente circostante e il loro impatto su di esso, più se ne prenderanno cura. Il marchio assegna anche sovvenzioni a varie organizzazioni in cui gli atleti Salomon sono coinvolti e continua a finanziare la Fondazione Salomon che ha lo scopo di migliorare le condizioni di vita quotidiana di atleti e professionisti della montagna con disabilità fisiche dovute a incidenti o malattie e per facilitare il loro reinserimento sociale e professionale.

Intrecci etici – Un documentario sul made in Italy sostenibile

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Gli unici risvolti positivi delle grandi tragedie è che, dopo, purtroppo sempre dopo, viene spontaneo muoversi per far sì che non accadano più. Così è successo con il disastro di Rana Plaza, di cui abbiamo parlato spesso nel blog; dovevano morire migliaia di operai tessili sotto le macerie di un edificio commerciale in Bangladesh, per scuotere le coscienze dell’industria della moda sulle responsabilità di una produzione scellerata e a basso costo, legata soprattutto alla fast fashion e allo sfrenato consumismo di massa.

Da allora sono passati più di sei anni e grazie al movimento della Fashion Revolution tanti passi sono stati fatti, soprattutto per denunciare le pessime condizioni della manodopera nei Paesi del Terzo Mondo e l’alto tasso di inquinamento provocato dalla produzione e dai materiali, sintetici e/o di bassa qualità utilizzati. Film, documentari, tavole rotonde, manifestazioni, eventi, insomma c’è un bel movimento intorno a una problematica direttamente responsabile degli attuali disastri ambientali e dei cambiamenti climatici.

Contemporaneamente alla denuncia, c’è il risvolto positivo, che è quello che eco-à-porter ama raccontare: il popolo della moda etica, che cresce sempre di più e lavora per far emergere un’idea di fashion responsabile, cui sono legate parole come ‘qualità’, ‘handmade’, ‘riuso’, ‘upcycicling’, ‘autoproduzione’ e così via.

Ci rientrano in pieno Lorenzo Malavolta e Lucia Mauri, registi di LUMA video , piccolo studio di produzione che realizza documentari su persone, aziende e artigiani, mostrandone il lavoro e valorizzando la cura, i valori e la forte etica che li caratterizza. Il prossimo documentario di Lorenzo e Lucia, dal titolo ‘Intrecci etici’, vuole raccontare e far emergere quei modelli positivi che in Italia hanno scelto una via di produzione e di consumo sostenibile, coinvolgendo produttori tessili, tintori naturali, designer fino ad arrivare ai consumatori, con le loro scelte e azioni mirate a diffondere la cultura dello slow fashion.

Lorenzo e Lucia di LUMA video

‘Intrecci etici’ ha il sostegno di Fashion Revolution Italia nella persona della coordinatrice Marina Spadafora (ospite tra l’altro di una nostra ‘Intervista del mese), che ha creduto nel progetto ma per far sì che il documentario venga realizzato, Lorenzo e Lucia hanno avviato una campagna di crowdfunding per raccogliere i fondi necessari a sostenere i principali costi di produzione (organizzazione, riprese, montaggio e post-produzione).

Al raggiungimento di almeno il 50% del budget fissato, Infinity tv co-produrrà il documentario e ne permetterà la distribuzione sulla sua piattaforma, diffondendo così la cultura dello slow fashion in Italia e nel mondo.

Siccome è una tematica a me molto cara e anche noi di eco-à-porter abbiamo cominciato con un piccolo crowdfunding!, ho deciso di pubblicizzare il progetto, sperando che i miei lettori decidano di sostenerlo.

In fondo è come una sorta di eco-à-porter ma in video!

In bocca al lupo ragazzi e sempre w il lupo!

Fortunale, il vento che cambia la moda

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‘Fortunale’, secondo la definizione Treccani, è una “perturbazione atmosferica di eccezionale intensità, caratterizzata da vento fortissimo, con velocità intorno ai 100 km orari, che produce devastazioni gravi a terra ed è causa di notevolissime difficoltà alla navigazione”. Diciamo che non è proprio una manna dal cielo, soprattutto per chi si trova in mare, tanto che per affrontarlo i marinai si affidano, si affidavano, alla fortuna. Da qui il nome.

Per Ivan Aloisio, ‘Fortunale’ ha acquistato una valenza assolutamente positiva, dato che l’ha scelto per il suo marchio di maglieria in pura lana biologica italiana, colorata esclusivamente con tinture vegetali prive di prodotti chimici, disegnata e prodotta in Italia da artigiani specializzati.

L’etichetta di Fortunale, tessuta in cotone e stampata con colori ad acqua

La dirompenza e la forza del vento per esprimere quindi la volontà di cambiamento, con un prodotto che lega la sua storia a quella del maglificio Majra Moda Maglierie, proprietà della famiglia di Ivan Aloisio a San Chirico Raparo, un piccolo paese arroccato sulle montagne in provincia di Potenza.

Ivan cresce “tra le rocche di filato e gli scampoli di tessuto”, il maglificio è la sua casa e con gli anni diventa anche la sua passione, tanto che, una volta adulto, ne prende le redini, espandendolo, trasferendolo nel distretto manifatturiero pugliese di Cassano delle Murge e migliorandone con il tempo le collezioni. Contemporaneamente Ivan ha modo di venire a contatto con l’aspetto negativo del mondo della moda, con i materiali tossici usati nelle tintorie, gli sversamenti di coloranti nelle acque dei fiumi, le migliaia di tonnellate di tessuti sintetici e di plastiche prodotte e buttate quotidianamente.

Così, insieme alla nascita del primo figlio Jacopo, arriva anche Fortunale, progetto di “maglieria differente” basato sulla produzione di capi in pura lana ricavata da allevamenti in cui le pecore sono rispettate e lasciate pascolare, senza pericolosi antiparassitari, in prati privi di sostanze inquinanti. I maglioni realizzati sono tinti con coloranti naturali provenienti da più di 200 tra fiori, foglie, bacche e radici provenienti da antiche ricette di coloritura e, una volta a fine vita, possono essere rigenerati (il reso del vecchio maglione Fortunale dà diritto a uno sconto del 30% su un capo della nuova collezione). Anche il packaging è riutilizzabile: una scatola di cartone riciclato che può essere riutilizzata ad altri scopi.

All’ultima edizione della start up competition Heroes Meet 2019, tenutasi a Maratea dal 19 al 21 settembre scorsi, Fortunale ha conquistato il secondo posto su 300 start up partecipanti, dopo essere stata esaminata da 4 giurie differenti. Il progetto piace anche perché si sviluppa grazie al confronto con il territorio, come la collaborazione con Legambiente Puglia, con il progetto Plauto-Progetto Lane AUTOctone condotto dall’Università di Bari per sensibilizzare e fornire informazioni circa la possibilità di valorizzare la lana come risorsa dal valore aggiunto in termini culturali, economici e sociali, e con l’azienda Pigmento per nuove sperimentazioni sui coloranti naturali.

Proprio ieri, poi, il team di Fortunale è stato ricevuto a Montecitorio per illustrare il progetto, in seguito alla visita dell’onorevole Nunzio Angiola presso la sede dell’azienda per conoscerne le attività.

E ora Fortunale lancia anche la linea donna con una campagna di crowdfunding su Kickstarter che partirà il prossimo 22 ottobre. Per chi volesse sostenere la nuova produzione, c’è la possibilità di iscriversi a questo link per un ‘reminder’ di partenza della campagna.

Last but not the least, per ogni capo acquistato, Fortunale si impegna a piantare un albero il cui numero identificativo sarà stampato sul maglione stesso.

La sostenibilità in passerella con gli Agritessuti

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Qualcuno di voi ricorderà il post dedicato al volume ‘Filare, tessere, colorare, creare. Storie di sostenibilità, passione ed eccellenza’, redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) insieme a Donne in Campo-Cia, l’associazione italiana di imprenditrici e donne dell’agricoltura, che ha tra l’altro appena lanciato il marchio registrato Agritessuti. Presentato a Roma la scorsa primavera, il volume era il frutto di un’indagine sulla produzione eco-compatibile di fibra da fonti naturali e/o di recupero, di filati da tessitura artigianale, tintura e confezioni naturali presenti sul territorio nazionale.

Per dimostrare che un’altra moda è possibile, il 24 settembre scorso, sempre a Roma, l’associazione femminile di Cia è tornata con un’altra iniziativa chiamata ‘Paesaggi da indossare – Le Donne in Campo coltivano la moda’, dedicata al connubio tra agricoltura e abbigliamento sostenibile realizzato appunto con prodotti e scarti agricoli.

credits Donne in Campo – Cia

Mettere insieme agricoltura, ambiente e abbigliamento; le testimonianze portate dalle imprenditrici Luisa Bezzi e Francesca Cosentino, impegnate rispettivamente nella coltivazione della canapa e in quella della seta e poi l’intervento della ricercatrice Silvia Cappellozza del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) sui ‘Tentativi per il riavvio di una filiera della seta: il laboratorio veneto’ hanno fatto il punto su una filiera che oggi coinvolge circa 2.000 aziende agricole italiane per un fatturato di quasi 30 milioni di euro con le attività connesse.

E la sfilata etica di abiti da sera e prêt-à-porter realizzati in stoffe bio e colorati con ortaggi, frutta, radici, foglie e fiori, che ha chiuso l’evento, è stata una dimostrazione pratica e tangibile delle potenzialità degli Agritessuti e delle tinture provenienti dagli scarti agricoli come le foglie del carciofo, le scorze del melograno, le bucce della cipolla, i residui di potatura di olivi e ciliegi, i ricci del castagno.

“E’ una filiera tutta da costruire, ma di cui abbiamo il know-how, considerata la vicinanza tra le donne e la tradizione tessile, nella storia e ancora oggi” sottolinea la presidente nazionale di ‘Donne in Campo-Cia’ Pina Terenzi. “Per questo ribadiamo la necessità di dare vita a tavoli di filiera dedicati, al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, a sostegno della produzione di fibre naturali, a cui andrà affiancata la creazione di impianti di trasformazione, diffusi sul territorio e in particolare nelle aree interne, per mettere a disposizione dell’industria e dell’artigianato un prodotto di qualità, certificato, tracciato e sostenibile”.

D’altra parte, è l’ONU per primo, con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, a sollecitare la costruzione di nuovi sistemi di produzione a minore impatto ambientale e che anzi possano avere un ruolo positivo nei processi di riduzione dell’inquinamento, nel riciclo delle risorse e nella mitigazione dei cambiamenti climatici.

“Oggi invece – sottolineano ancora le ‘Donne in Campo di Cia’ – l’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo, responsabile del 20% dello spreco globale di acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica. Una maglietta richiede, in media, 2.700 litri d’acqua per essere prodotta, un jeans fino a 10.000 litri, utilizzando soprattutto fibre e coloranti di sintesi. Considerato che il consumo mondiale di indumenti è destinato a crescere di oltre il 60% entro il 2030, è evidente quanto siano enormi le potenzialità di una filiera del tessile ecologicamente orientata, fino a rappresentare il 15-20% del fatturato del settore in Italia (4,2 miliardi)”.

E allora sarebbe importante dare linfa vitale e sostenere l’agricoltura tessile e chi la produce, per contribuire al processo di cambiamento, con le donne promotrici di un nuovo modo di vivere la moda nel rispetto del pianeta.

Tiziano Guardini ritorna ad Atlantide

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Mi sarebbe piaciuto esserci ieri mattina allo scalone Arengario di Piazza Duomo a Milano per la sfilata primavera/estate 2020 di Tiziano Guardini e so anche cosa mi sono persa, perché ricordo le emozioni dell’ultima volta, a febbraio, per la presentazione della collezione invernale e il piacere di vedere le sue collezioni dal vivo, oltre che incontrare lui, che è una bellissima persona. Stavolta non mi è stato possibile essere fisicamente presente ma ve la racconto lo stesso, così vi faccio sentire ancora qualche scampolo d’estate, visto il tempo autunnale di questi giorni.

Il nuovo lavoro di Tiziano s’ispira al mito di Atlandide, ‘Atlantis’, che lo affascina e che rappresenta per lui il legame ancestrale tra umanità e natura, oggi molto a rischio. Una visione poetica tradotta in una collezione totalmente sostenibile, colorata e ricca di stampe, in cui il maschile duetta con il femminile, elementi che caratterizzano da sempre le creazioni del designer.

Così, i completi dallo spiccato rigore sartoriale si alternano ai fluidi long dress, le camicie maschili si portano con le iconiche gonne a onde, con l’aggiunta, a volte, di soprabiti lunghi e leggeri, mentre le t-shirt in cotone 100% organico, su cui spiccano slogan come ‘Listen to the EarthBeat’ e ‘Love Me Again’ sono il frutto della co-creazione con il brand teeshare, progetto made in Italy a filiera trasparente lanciato nel 2012 da Francesca Mitolo.

Ritornano poi le collaborazioni con brand e aziende che condividono con Tiziano Guardini l’impegno in una moda etica e responsabile; c’è Aquafil con il suo filato rigenerato Econyl, utilizzato per tutte le proposte di maglieria dal sapore più tecnico, ma anche per le gonne a onde e per le acconciature delle modelle. Immancabile Isko, tra i più importanti produttori di denim a livello mondiale, che ha nuovamente fornito il jeans in 100% cotone organico, poi laserato anziché stampato, su disegni dell’artista Luigi Ciuffreda, per ridurre il consumo di acqua.

Il soprabito in denim Isko laserato e la decorazione sui capelli realizzata con Econyl

La fibra Tencel Lyocell di Lenzing, altra nostra ‘vecchia’ conoscenza, è il tessuto ideale per le righe lucide e multicolor che Albini Donna ha creato in esclusiva per il designer, mentre ritorna anche la ‘seta non violenta’ che, a differenza della seta tradizionale, utilizza i bozzoli abbandonati dalle crisalidi, pronte a spiccare il volo, dopo aver completato il loro ciclo evolutivo. Su questa seta, la storica tessitura comasca Mantero ha sperimentato per la prima volta, su precisa richiesta di Tiziano, una stampa a lavorazione a quadro certificata Global Organic Textile Standard (GOTS) ovvero l’attestazione dell’utilizzo di criteri di natura ecologica e sociale dell’intera filiera di produzione tessile.

L’abito decorato con Swarovski

I riflessi di luce di creature e forme marine sono frutto della collaborazione con Swarovski che ha fornito una selezione di cristalli nell’esclusiva formulazione ‘Advanced Crystals’, conforme ai più rigorosi requisiti di eco-sostenibilità.

Ultima ma non meno importante, la collaborazione di Tiziano Guardini con Adidas che dal 2015 supporta ‘Parley for the Oceans’ nei suoi programmi di comunicazione e sensibilizzazione, sviluppando parallelamente innovazioni ecologiche creative e processi produttivi all’avanguardia volte a proteggere gli oceani dall’inquinamento dei rifiuti plastici. Parley Ocean Plastic è appunto un materiale ottenuto riciclando plastica recuperata prima che raggiunga le spiagge e le comunità costiere.

Un impegno costante e proficuo quello di Tiziano Guardini, doppiamente importante perché non è mai un lavoro individuale ma coinvolge sempre altre realtà nel diffondere consapevolezza e generare aiuto reciproco. Perché è la promozione del contatto tra individui e la collaborazione che portano i maggiori risultati, non solo nella moda.

Grazie Tiziano e complimenti!


La responsabilità della moda negli incendi in Amazzonia

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Cari lettori di eco-à-porter, bentrovati. Scusate l’assenza ma abbiamo approfittato della pausa estiva per apportare delle modifiche tecniche al sito e insieme tirare un po’ le somme di questo anno e mezzo abbondante passato con voi.

Non c’è dubbio, è stato un periodo molto intenso in cui eco-à-porter si è guadagnato un suo piccolo spazio nel mondo della moda etica, tanti brand, designer, aziende e persone scoperti e/o segnalataci che ci hanno fatto capire che la strada è quella giusta e che bisogna andare avanti così.

Quindi si riparte e non è un caso che il post di riapertura sia dedicato ai recenti incendi che hanno devastato e stanno tuttora devastando l’Amazzonia, un disastro ambientale di proporzioni immense che ha distrutto 1.698 chilometri quadrati di vegetazione, un’area del 222% superiore alla deforestazione subita nello stesso mese del 2018, secondo i dati del National Space Research Institute (INPE) del Brasile. Lo stesso INPE dichiara di aver rilevato, nella stessa area, più di 74.000 incendi a partire da gennaio di quest’anno, il numero più alto dal 2010, quindi il 2019 è l’anno peggiore dell’ultimo decennio, anche se tra il 2000 e il 2005 gli incendi sono stati addirittura maggiori.

Incendi in Amazzonia visti dal satellite della Nasa

Statistiche e numeri a parte, l’Amazzonia brucia e questa è una tragica realtà. E noi ne vogliamo parlare perché una delle cause è, ancora e di nuovo, la famigerata industria della moda con la sua produzione di capi e accessori in pelle. Il Brasile è il secondo esportatore di carne bovina mondiale, quindi fornitore anche della pelle utilizzata nel settore del fashion, ciò significa che se un marchio reperisce la pelle dai bovini allevati nella foresta pluviale, sottoposta a deforestazione proprio per far spazio agli allevamenti, è direttamente responsabile di questa devastazione.

L’argomento è stato ben affrontato da Fashion Revolution e vorrei riportare qui alcuni passaggi fondamentali del report che fornisce dati e spiegazioni esaurienti su un legame a molti ancora poco chiaro o addirittura sconosciuto.

Per esempio già nel 2009, il rapporto ‘Slaughtering the Amazon’ (‘Macellando l’Amazzonia nella traduzione letterale) riportava che tanti marchi erano implicati nell’approvvigionamento di pelle dai bovini allevati nella foresta pluviale colpita dalla deforestazione. Molti brand hanno successivamente preso le distanze dal rapporto ma la realtà è che oggi, a distanza di dieci anni, i progressi in termini di trasparenza sull’approvvigionamento di cuoio per scarpe, borse e pelletteria in generale sono stati pochi.

Credits Fashion Revolution

Da un sondaggio molto recente su alcuni marchi del lusso emerge che non si hanno informazioni sul paese di origine della pelle utilizzata: ” ‘pelle italiana’ significa semplicemente che la pelle è stata conciata e lavorata in Italia, ma le sue origini sono oscure e le catene di approvvigionamento opache, e nascondono una vasta gamma di incognite, tra cui il benessere degli animali”.

Solo il 5% dei marchi esaminato nell’ambito del Fashion Transparency Index 2019 (l’indice di trasparenza della moda 2019) ha pubblicato alcuni dei propri fornitori di materie prime e più comunemente si tratta di cotone e lana. Quindi nel prossimo futuro ci vuole un maggiore impegno, sia da parte delle aziende ma anche dei governi, le prime per una maggiore trasparenza nella catena di fornitura e i secondi per una regolamentazione più chiara e decisa.

Che poi, a proposito di deforestazione, non è solo il Brasile a esserne vittima ma anche Madagascar e Indonesia stanno subendo devastazioni irreversibili.

E noi cosa possiamo fare? Intanto cominciare a informarci sui marchi che non condividono le informazioni riguardo all’approvvigionamento della pelle, così da poter essere consapevoli delle nostre scelte di acquisto. E poi tenere a mente ciò che ha scritto Jocelyn Whipple, Content Manager di Fashion Revolution: “Ho pensato alla frenesia dei media e alla reazione dell’industria della moda del lusso all’incendio di Notre Dame. Non sono questi gli stessi identici marchi che traggono profitto dalla pelle prodotta devastando l’Amazzonia? Non c’è niente di lussuoso in tutto questo, è solo devastante”.

Prêt-à-reporter, pochi abiti … ma buoni

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one tip can be: buy second hand!

Il numero perfetto di abiti per far sì che il guardaroba diventi un ‘capsule wardrobe’, un armadio composto da pochi abiti, essenziali e versatili, sarebbe, secondo gli esperti, da 12 a 37; sfido io a trovare una donna che ha soltanto 12/15 abiti nell’armadio, io stessa ammetto di superare abbondantemente la cifra, anche se ultimamente sto provando a ridimensionarmi.

Eppure pare proprio che la nuova tendenza sia quella di ridurre gli spazi nel guardaroba, in nome di qualità, riuso e sostenibilità. Stop quindi ai vestiti dozzinali comprati compulsivamente, sì al concetto del ‘poco ma buono’ e del riutilizzo per arrestare la continua produzione di rifiuti, perché si sa che fine fa la merce invenduta.

La copertina di Overdressed

Secondo il libro ‘Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion’ si calcola che ogni ora in America si gettano circa 20 kg di vestiti, una quantità sufficiente per riempire tre piscine olimpioniche: uno spreco, lo sappiamo bene, alimentato soprattutto dalle catene di fast fashion, che producono collezioni a ritmi incessanti (ci avrete fatto caso, in questo tipo di negozi difficilmente troverete gli stessi abiti della settimana prima).

Scegliere al contrario una moda ‘slow’, che predilige l’acquisto ragionato di capi di qualità prodotti in modo sostenibile, permette non solo di risparmiare sul lungo termine, ma contribuisce a combattere gli sprechi e a valorizzare produzioni artigianali o comunque realizzate con materiali di cui si conosce provenienza e composizione.

E poi, un abito ben realizzato, ha probabilmente più chance di durare nel tempo, quindi di essere riutilizzato in più occasioni; il prêt-à-reporter è un fenomeno che ha contagiato anche i personaggi famosi, basti pensare a Kate Middleton che in più di 70 occasioni ha scelto mise già indossate in precedenza.

E quali sono invece le regole per avere un guardaroba in pieno stile prêt-à-reporter? Come riportato dal Washington Post, bisogna fare acquisti ponderati, provare sempre ogni capo e scegliere soltanto quegli indumenti che fanno sentire a proprio agio. Attenzioni che permetteranno di avere un ‘capsule wardrobe’, fatto di pochi pezzi che possono essere indossati in qualsiasi occasione con l’aggiunta di qualche complemento.

La filosofia del prêt-à-reporter è anche un po’ quella dei negozi d’abbigliamento di seconda mano, con la differenza che qui si acquistano e indossano abiti appartenuti ad altri; Micolet.it è ad esempio nato nel 2015 per il bisogno della fidanzata di uno dei soci di trovare ai capi d’abbigliamento che non usava più un’alternativa alla discarica. La piattaforma online riceve più di 30.000 capi di abbigliamento al mese, che altrimenti verrebbero dispersi e alimenta così una strategia di ​economia circolare​ che fa ripartire da zero il ciclo di vita dei prodotti, anziché farlo semplicemente terminare dopo il loro utilizzo.

L’home page di Micolet.it

Un futuro sempre più green attende dunque la moda a patto che che questo tipo di approccio parta dal basso, che sia condiviso e volto a elevare il livello di cultura e le informazioni per rendere i clienti più critici sulle tipologie di consumi e più consapevoli sui tanti modi di evitare gli sprechi.

Womsh, sneaker ad alto tasso ecologico

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E’ sempre bello scoprire marchi che già dalla loro fondazione nascono con la volontà di essere sostenibili e se poi sono made in Italy ancora meglio! E’ il caso di Womsh, brand di sneaker creato nel 2014 da Gianni della Mora in quel di Vigonza, Padova, che ha come mission quella di diffondere l’amore e il rispetto per l’ambiente.

Womsh è l’acronimo di ‘Word Of Mouth Shoes’ (tradotto letteralmente sarebbe ‘scarpe passaparola’, quindi la volontà intrinseca di diffusione di buone pratiche) e il suo manifesto è l’affermazione di una possibile convivenza tra moda e sostenibilità: “Crediamo nel cambiamento che porta a una vita più in armonia con la natura. Siamo convinti che insieme si possa arrivare lontano. Un piccolo gesto replicato può portare a risultati inaspettati. Inizia tutto da una scelta”. E infatti l’hashtag associato al marchio è #choosethechange.

Le sneaker Womsh si compongono di cinque linee ma a noi interessa parlare soprattutto della linea vegana, la più innovativa e sostenibile, realizzata con Appleskin, bio-polimero prodotto dall’azienda italiana Frumat Leather con scarti di mele dell’Alto Adige (bucce e torsoli) miscelati per il 50% a poliuretano e accoppiati ai tessuti. Frumat Leather ha vinto il premio ‘Technology and Innovation’ al Green Carpet Fashion Award del 2018, perché il materiale non è solo biodegradabile ma interpreta appieno la filosofia legata all’economia circolare recuperando cellulosa altrimenti destinata alla termo-valorizzazione.

Anche le fodere delle sneaker seguono il principio della sostenibilità con l’utilizzo del cotone riciclato, mentre riguardo alla gomma l’azienda ammette e contemporaneamente assicura che è un aspetto su cui sta lavorando già per la collezione 2020.

Le sneaker, non solo quelle vegane, seguono poi un (ri)ciclo continuo, dato che le vecchie paia possono essere restituite a carico dell’azienda per venire poi trasformate in granulato utilizzato per la realizzazione di pavimentazione per i parchi gioco dei bambini.

Anche il packaging è realizzato con cartone riciclato.

Womsh partecipa, in collaborazione con Lifegate, al progetto ‘Impatto Zero’, che ha come scopo la compensazione delle emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera e a ‘Foreste in piedi’, per la tutela di 560 ettari di foresta amazzonica che il Brasile ha dato in concessione d’uso a 27 famiglie della comunità di San Pedro, con l’obiettivo di prevenire e contrastare la deforestazione, gli incendi dolosi, attività di caccia illegali e altri reati ambientali.

Mentre acquistando un paio di sneaker Womsh della linea vegan, il consumatore compie un piccolo gesto di sostenibilità permettendo di piantare un albero di cacao in Camerun con la collaborazione dei contadini locali.

Qualche numero? In cinque anni Womsh ha provveduto a creare e preservare 12.000 metri quadrati di foresta equatoriale, nel 2018 ha riciclato ben 1500 paia di sneaker, dal 2014 ha compensato 74 tonnellate di emissioni di anidride carbonica, mentre il 90% dell’energia utilizzata in azienda proviene da fonti rinnovabili.

#choosethechange e passateparola!