22 / Maggio / 2022
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Dai Sari riciclati, abiti ‘delhiziosi’

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Quando ho contattato Paolo A. Giordano per parlare del suo brand Delhicious, l’ho trovato piacevolmente sorpreso: “E’ la prima volta che mi pubblicano”.

Uno dei modelli Delhicious

Beh, per me è solo positivo poter parlare di questa piccola realtà sospesa tra Scoglitti, borgo marinaro del comune di Vittoria, Ragusa, con affaccio sul golfo di Gela, e l’India, vastissima e diversificata, da cui Paolo, imprenditore 29nne, ha avviato, nel 2019, la propria attività.

Piccolo passo indietro: Paolo è impiegato in un negozio etnico del Nord Italia e per lavoro si reca a Delhi; successivamente al suo licenziamento, conoscendo il territorio e avendo già stabilito dei contatti, decide di mettersi in proprio e fonda Delhicious, crasi di ‘Delhi’ e ‘delicious’ (delizioso in inglese), marchio che realizza capi ricavati da Sari indiani riciclati.

Il Sari è l’abito tradizionale che portano le donne indiane e ha delle origini antichissime, tanto da essere uno dei pochissimi indumenti tramandato per così tanti secoli fino ai giorni nostri.

Dai Sari originali che, come mi racconta Paolo, sono reperiti in depositi localizzati a Mumbai e nel Nord dell’India, si ricavano i tessuti per uno, al massimo due capi, dato che la grandezza di ognuno è di circa 5,5 metri quadrati, per cui già questa è una caratteristica che conferisce al prodotto finale unicità.

Poi c’è un altro valore aggiunto che è quello della datazione dei Sari, che risalgono spesso agli anni ’70/’80/’90, quindi stoffa e stampe vintage che finiscono in un abito nuovo. Questa è la cosa che mi affascina di più.

Modelli e tagli sono giovani e contemporanei, con taglie che arrivano fino alla 52, per una moda che Paolo vuole inclusiva e adatta a ogni tipo di forma, quindi le linee restano fluide e morbide, anche per assecondare il tessuto originale, concepito comunque per un abito comodo, non costrittivo.

Completo con top incrociato

Ma la produzione a chi è affidata e, soprattutto, in quali condizioni lavorano gli operai? Il laboratorio si trova nello stato del Rajasthan e vi lavorano sia uomini sia donne che si dividono i compiti in base a esigenze e capacità; Paolo lo ha visitato nel 2019, prima del Covid e spera di tornare presto ma nel frattempo mette le mani sul fuoco sul proprio fornitore e sul fatto che coloro che si occupano di cucire e confezionare gli abiti ‘delhiziosi’ hanno paghe e condizioni di lavoro dignitose.

Delhicious tratta anche capi in cotone e i bottoni che li compongono sono in legno di cocco ma il must resta l’abito ricavato dal Sari, e se è vintage è pure meglio.

Tutte le immagini sono courtesy Delhiciuos


Proudly re-made in Mediterraneo

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Abbiamo parlato spesso dei progetti legati al recupero e al riciclo delle reti da pesca abbandonate in mare, tra l’altro citando più volte Econyl, il filato rigenerato proprio dalle reti da pesca e altri scarti pre e post consumo.

I tre fondatori di Risacca

Un’altra bella iniziativa nasce dalla collaborazione tra la piattaforma di vendita online per la moda di lusso GIGLIO.COM e Risacca, progetto di economia circolare fondato da Carlo Roccafiorita, Federica Ditta e Cristiano Pesca, tre professionisti under 35 con background in design, rigenerazione e impatto che, a Mazara del Vallo, provincia di Trapani, hanno la missione di salvaguardare l’ambiente marino promuovendo soluzioni innovative sul riuso degli scarti dell’industria ittica, dalle reti da pesca alla plastica recuperata nel mar Mediterraneo.

Si chiama ‘Proudly re-made in Mediterraneo’ ed è una collezione di eco-borse unisex realizzate appunto grazie al riutilizzo delle reti da pesca abbandonate in mare.

Le borse, accattivanti nella loro semplicità, sono acquistabili su GIGLIO.COM e l’intero ricavato sarà devoluto al progetto Risacca Lab per la realizzazione di un laboratorio artigianale proprio a Mazara, città storicamente legata all’industria ittica, da diversi anni in piena crisi tra disoccupazione, calo dell’indotto e mancato ricambio generazionale. 

Un progetto, quindi, che oltre a creare occupazione, aiuterebbe a recuperare tonnellate di reti da pesca annualmente scartate a Mazara, i cui oneri di smaltimento gravano sulle economie dei pescatori, a volte spinti a ricorrere a metodi di illegali.

Risacca Lab è pensato come una vera e propria sartoria sociale dove artigiani e operatori locali si occupano di curare ogni fase di rigenerazione del prodotto, trasformando gli scarti in oggetti di arredo e di design.

“Le soluzioni generano impatto solo se condivise, dicono i tre fondatori di Risacca. A un anno dalla nascita del progetto Risacca, siamo entusiasti di presentare insieme a GIGLIO.COM questa capsule collection fatta in rete recuperata, rigenerata e lavorata artigianalmente, frutto della ricerca svolta insieme a pescatori e artigiani della comunità di Mazara del Vallo per la salvaguardia del mare. Questi prodotti sono sintesi della nostra missione nel mondo, dove l’economia circolare esercitata con un approccio inclusivo può generare impatto ambientale, sociale e culturale”.

Jean Gritsdfeldt, una collezione per la pace

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BERLIN, GERMANY - MARCH 16: Models walk the runway at the Jean Gritsfeldt show during the Mercedes-Benz Fashion Week Berlin March 2022 at Kraftwerk Mitte on March 16, 2022 in Berlin, Germany. (Photo by Sebastian Reuter/Getty Images for Nowadays )

“Oggi non è tempo di parlare di moda ma tramite la moda. Oggi non presenteremo la nuova stagione, oggi non presenteremo nuovi look, perché quando sei seduto in un rifugio antiaereo o in un bunker o in un seminterrato, a nessuno importa cosa indossi. La cosa più importante è stare caldi, comodi e protetti. Oggi mettiamo in scena sentimenti e sensazioni.”

Il video-messaggio di Jean Gritsfeldt prima del suo show alla Mercedes Fashion Week di Berlino (courtesy Sebastian Reuter/Getty Images for Nowadays )

Sono le parole toccanti del designer ucraino Jean Gritsfeldt, proiettate in un video-messaggio all’ultima edizione della Mercedes Fashion Week di Berlino, tenutasi a marzo scorso; lui non era presente perché a Kiev, accanto alla madre in un appartamento alla periferia della città ma la sua collezione ha sfilato lo stesso o meglio, non quella che il designer aveva in mente prima dello scoppio della guerra ma una sorta di manifesto per la pace ideato dopo l’invasione russa del suo Paese.

Perché decido di aprire la settimana della Fashion Revolution Week, di cui ci occupiamo ogni anno in questo periodo, proprio con Jean Gritsfeldt e la sua collezione?

Non solo perché è uno stilista ucraino che ha riversato nel proprio lavoro tutto il dolore e l’impotenza legati a questo atroce conflitto, non solo perché ha voluto restare sotto le bombe invece di mettersi in salvo, magari a Berlino, per essere presente al suo show, non solo perché ha ideato questa collezione insieme al suo team in fretta e furia, tra rifugi antiaereo e seminterrati, con le luci che andavano e venivano.

Ma anche perché questa collezione si è resa possibile grazie all’intervento di Fashion Revolution Germania e Sustainable Fashion Matterz, che in pochi giorni hanno messo insieme 30 volontari che, a Berlino, da scarti tessili, hanno cucito la collezione di Gritsfeldt.

“E’ stato un miracolo” dice il designer, che adesso si chiede come abbiano potuto realizzare tutto questo.

La sfilata, molto potente e suggestiva, ha visto in passerella abiti molto semplici, lineari e monocromatici, per rendere più visibili e d’impatto gli slogan stampati in ucraino e russo: amore, indipendenza, libertà e, naturalmente, pace.

Le modelle hanno gli occhi cerchiati di rosso o il viso lucido di lacrime o, l’immagine più forte di tutte: la vernice rossa che copre quasi per intero un top cropped e una gonna lunga con spacco laterale, con la scritta a contrasto ‘pace’.

Grazie a questa sfilata e al suo impatto mediatico, Jean Gritsfeldt ha trovato dei produttori in Europa per poter realizzare la collezione autunno/inverno 2022 e tutte le vendite andranno a una fondazione culturale in Ucraina per la ricostruzione post-bellica.

La collaborazione tra Fashion Revolution Germania, Sustainable Fashion Matterz con i volontari e il team di Gritsfeldt è un messaggio di pace e speranza e la conferma che ‘sostenibilità’, come scrivevo all’inizio della pandemia, quindi in un altro momento di difficoltà per tutti noi, “è un concetto davvero molto ampio, che si presta a tante interpretazioni e, almeno per quanto mi riguarda, ci rientrano in pieno termini come ‘gentilezza’, ‘altruismo’, ‘coerenza’, un senso di ‘fare bene e fare del bene’ che va di pari passo con l’essere umani, con l’umanità nella sua accezione compassionevole”.

Di cui, ora più che mai, abbiamo disperatamente bisogno.

L’immagine di copertina courtesy Sebastian Reuter/Getty Images for Nowadays

L’Up-Fashion di Francesca Marchisio, l’abito nell’abito

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Francesca Marchisio è un’altra eco-designer che seguiamo da un po’, ci piace la sua idea di abito trasformabile e reversibile, che racchiude più capi in uno, con un occhio al design industriale.

Il suo ultimo lavoro, la collezione autunno-inverno 2022 che ha sfilato ad Altaroma, ha inaugurato un nuovo progetto, Up-Fashion, nato per aggiungere nuove funzionalità al valore di un capo già esistente, con il concetto base che gli abiti sono espressione della nostra personalità e accompagnano la nostra evoluzione, quindi necessitano di cambiare e trasformarsi insieme a noi.

Up-Fashion, cui è stata appena dedicata una pagina nel sito della designer, è promosso e co-creato da Francesca Marchisio insieme ad altre donne di talenti, età e personalità diversi e si traduce in workshop pratici durante i quali i capi di ognuna vengono ridisegnati dopo un processo di empatia, una collaborazione creativa che segue la linea stilistica di Francesca ma al contempo estremamente personalizzata e unica.

Il risultato finale è la creazione di un nuovo modello, unito a tessuti e forme altrettanto nuovi ma che mantiene la sua essenza, conservando ricordi e storie.

Il primo workshop di Up-Fashion si è tenuto il mese scorso a Reggio Emilia presso l’atelier della designer, il secondo sarà a Torino a maggio, con data ancora da definirsi e anche in quest’occasione i partecipanti, attraverso una sessione teorica sul concetto di equilibrio tra forme e materiali, prenderanno consapevolezza del valore della trasformazione di quanto già esistente e in seguito potranno richiedere una proposta ‘up-fashion’ sul proprio capo.

E l’ultima collezione di Francesca Marchisio, dal titolo ‘Movement Ecocentrique’, è proprio, come dicevamo in apertura, il manifesto del concetto di ‘up-fashion’, di tessuti e abiti di qualità senza fine, trasformabili nel tempo, la messa in pratica dei valori della moda circolare ovvero modelli reversibili progettati per durare oltre le stagioni con fluidità di genere e di taglia, materiali sostenibili e recupero di giacenze.

‘Movement Ecocentrique’ è un invito a cambiare la nostra prospettiva da ‘Ego a Eco’; ci vestiamo per comunicare con gli altri e scegliamo i nostri abiti con un atto di consapevolezza, noi siamo ciò che indossiamo, noi siamo il ‘movimento’ per trovare nuovi equilibri: gonne scintillanti abbinate all’opacità confortevole dei gilet da pesca o dei coat oversize, la pelliccia in pura lana che rende reversibile ogni cappotto e che, se prodotta in modo responsabile e cruelty-free, è una fibra che può sostituire acrilici e poliestere.

E poi ecco la canapa, adatta anche in inverno per le sue proprietà termoregolatrici e il cotone ‘tela olona’, creato in Italia centinaia di anni fa, naturalmente resistente all’acqua e al vento grazie alla sua fitta armatura, mentre i pezzi unici ‘wastecouture’ sono realizzati con paillette di tessuto ritagliate da scarti di produzione.

Ultima cosa ma non meno importante, il progetto Up-Fashion era in realtà già presente nell’ultima collezione estiva di Marchisio e i capi realizzati sono stati poi indossati dai ballerini protagonisti del corto ‘The Movement’, che ha vinto e sta vincendo diversi riconoscimenti e che potete vedere qui sotto:

Scritto e diretto da Inês von Bonhorst e Yuri Pirondi – concetto e fashion design Francesca Marchisio

Tiziano Guardini ci racconta una fiaba

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Di Tiziano Guardini mi sono occupata fin dagli albori di questo blog; scoprirlo e seguire il suo percorso è stato ed è tuttora stimolante, lui eco-designer impegnato seriamente in una moda il più possibile sostenibile, attenta soprattutto all’aspetto cruelty-free.

Così eccoci a un nuovo capitolo della sua storia professionale, la collezione per il prossimo inverno, che già dal titolo, ‘La Fiaba’, ci porta in un mondo magico, in cui tutti noi vorremmo probabilmente vivere in questo terribile momento.

Un momento in cui sarebbe da scrivere una nuova storia, di un presente e un futuro diversi e ‘La Fiaba’ proprio a questo serve, a immaginarli e a poi a renderli concreti, i sogni che facciamo.

Ecco allora che le parole di questa ‘fiaba’ prendono forma e diventano abiti, metafora di un tempo che passa senza passare, come quello fiabesco, ma in cui gli insegnamenti del passato diventano tesoro per ciò che si costruisce, per ciò che si crea.

Alcuni dei capi realizzati per ‘La Fiaba’, i materiali e la tecnica per costruirli, come ad esempio i piumini, vengono da altri piumini e giacche a vento non più utilizzabili e ricondizionati, i cappotti sono in lana rigenerata e sulle loro superfici prendono forma nuove trame, paesaggi, connessioni.

La collezione diventa così una raccolta di fiabe illustrate, grazie anche alla mano dell’artista Luigi R. Ciuffreda, non nuovo a collaborazioni con Guardini.

“Creare e concretizzare progetti che mirano alla valorizzazione delle risorse, al preservarne la loro funzione sia nel breve ma soprattutto nel lungo periodo è quello che amo fare. Permette di riallinearmi alla natura in cui ogni cosa che produce ha un valore sempre” dice Tiziano Guardini “in questo caso abbiamo fatto di più del semplice upcycling, li abbiamo trasformati in arte, abbiamo creato dei ‘wearable painting’ che ci portano nel mondo delle fiabe”.

La conferma dell’impegno e dell’amore verso la natura viene anche da un evento cui Tiziano ha partecipato pochi giorni fa, il 21, che non era solo il primo giorno di primavera ma anche la Giornata Internazionale delle Foreste; il designer ha infatti presentato ‘Into the Forest’, capsule collection ispirata alle pulsioni vitali della foresta, rappresentata dalla cellulosa, materia del legno, trasformata in fibra o meglio Refibra.

Si tratta di Tencel by Lenzing, di cui abbiamo parlato più volte, un filato che nasce da foreste certificate e in questo caso prodotto con tecnologia Refibra, che si basa sull’impiego di una percentuale di materia prima rigenerata.

La collezione ‘Into the Forest’ sarà in vendita a partire dal 22 aprile, Giornata Mondiale della Terra, presso la boutique Banner a Milano, la stessa dove è avvenuta la presentazione dell’altro giorno.

Per Tiziano, utilizzare questi tessuti, ottenuti secondo un sistema che rispetta l’ambiente e soprattutto i nostri ‘polmoni verdi’, è un modo per fare pace con questi elementi naturali troppo spesso maltrattati, per dirgli “guardate, c’è chi si impegna per far andare meglio le cose”.

La nuova collezione di +Three°°° ha l’Africa addosso

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Del marchio di borse +Three°°° vi avevo già parlato l’anno scorso, in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, cui tengo particolarmente. Allora il brand toscano aveva prodotto una serie di borse limited edition in Seaqual Yarn, un tipo di poliestere riciclato post consumo che contiene l’Upcycled Marine Plastic di Seaqual Initiative, l’organizzazione che promuove la salvaguardia delle acque mondiali a partire proprio dalla loro pulizia. 

L’ultima collezione di +Three°°°, ‘Afra’, è realizzata con Ethical Fashion Initiative (EFI), il programma di moda etica dell’ONU che sostiene le comunità locali dei Paesi in via di sviluppo; al centro del progetto ‘Afra’ c’è, e il nome la richiama, l’Africa, nello specifico il Burkina Faso, da cui provengono sia il cotone utilizzato che la manualità delle artigiane coinvolte nella realizzazione dei tessuti che compongono gli otto differenti modelli di borse.

Ci sono le classiche tote, poi le baguette, le cross-body, le pochette, tutte a rendere protagonista il tessuto in tela grezza di cotone originario del Burkina Faso, tinteggiato secondo un procedimento antico; ogni creazione si distingue per cromie sempre diverse, disegni unici e personali, rifiniture a mano e per gli assemblamenti materici fatti in Italia da artigiani toscani. La collezione si adatta a ogni stile ed occasione d’uso: casual, elegante, da città, da lavoro.

‘Afra’ contribuisce al rafforzamento del settore tessile in Africa, che a sua volta porta alla creazione di posti di lavoro e a opportunità di sviluppo sostenibile per il Paese e le comunità locali.

E se qualcuno di voi si chiedesse perché il nome ‘+Three°°°’, ecco la risposta: viene da un rapporto dell’United Nation Environment Program (UNEP) che delinea uno scenario in cui entro il 2050 il riscaldamento globale supererà i tre gradi centigradi, innescando alterazioni irreversibili dell’ecosistema globale.

Il marchio esorcizza questa minaccia impegnandosi a realizzare capi artigianali progettati per resistere nel tempo e ridurre l’impatto ambientale, cui si unisce, come abbiamo appena visto, un impegno di inclusività sociale che travalica i confini nazionali.

Ziza (Style Habits) che visse due volte

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In un momento così cupo e disperato per noi tutti, in cui siamo passati dalla guerra contro il Covid (che comunque non è stato ancora debellato) a una guerra reale, fatta di bombe e carri armati, alle porte di casa, cerchiamo di fare il possibile per continuare a coltivare e diffondere bellezza. Oggi lo facciamo parlando di un marchio artigianale italiano che, lo vedrete, oltre alla sostenibilità a tutto tondo, ha anche la caratteristica più che mai attuale della resilienza, come ci insegna il nostro PNRR.

Giusy Leo Imperiale al lavoro con Piñatex

Si tratta di Ziza Style Habits, conosciuto e apprezzato grazie al tramite diretto con la sua fondatrice, Giusy Leo Imperiale, ex promotrice finanziaria pugliese che, dopo la nascita della seconda figlia, ha deciso di lasciare il lavoro per dedicarsi a un’attività in proprio incentrata sulla manualità, cosa da sempre nelle sue corde. Appassionata di vintage, Giusy comincia a lavorare a casa affiancata da una sarta, producendo maglieria stampata e altri articoli fatti a mano e battezza il marchio ‘Ricomincio’, proprio per sancire l’inizio della sua seconda vita professionale.

Tra i prodotti realizzati ci sono anche delle borse d’ispirazione vintage ma al momento di creare il lookbook della collezione, Giusy si rende conto che ‘Ricomincio’ stona e decide di cambiare il nome in ‘Ziza’, che è poi il nomignolo con cui la chiamano i nipoti, essendo la zia più giovane.

Il primo logo/marchio di Ziza, ‘Ricomincio’

Ziza Style Habits nasce così, tutto in famiglia, nel 2015, in un momento in cui fare moda sostenibile e usare materiali alternativi è ancora considerato roba da pionieri, almeno qui in Italia, quindi appare azzardatissima e soprattutto coraggiosa la scelta di Giusy di realizzare le sue borse, su cui la produzione si è concentrata, con Piñatex, la simil-pelle ricavata dalle foglie di ananas, di cui abbiamo parlato per altri brand che ultimamente ne fanno uso.

Allora, utilizzare un materiale del genere, appare una scelta davvero innovativa, considerando oltretutto che Ziza non è un big brand ma una piccola realtà artigianale tutta made in Italy; Giusy però non sbaglia, anzi, la sua lungimirante intraprendenza la premia con una repentina attenzione da parte di Ecocentrica di Tessa Gelisio, Snap Italy, Sportswear International e di punti vendita in corner prestigiosi come Coin Excelsior Roma/Venezia e finisce anche a New York in un temporary store.

Le borse, di ispirazione vintage, hanno un design lineare ma, oltre al valore aggiunto della simil-pelle di ananas, si trasformano grazie ai cordoni in dotazione: si possono portare a mano o a tracolla o, da pochette, diventare uno zainetto, il tutto realizzato da artigiani pugliesi.

Ziza Style Habits, come dicevamo, prende il volo, anche oltreoceano, e si colloca in una fascia medio-alta, ma comunque accessibile; i problemi sorgono quando, per rispondere alle richieste degli store che vendono Ziza, Giusy si trova a dover ‘fare magazzino’ e ad acquistare molta Piñatex, che ha il suo costo. Varie vicissitudini, tra cui un furto nello store newyorchese, spingono Giusy a soprassedere e accantonare a malincuore il proprio brand e questo poco prima dello scoppio della pandemia.

E qui, durante gli ultimi due difficili anni, che comincia la seconda vita di Ziza Style Habits; Giusy si trova con una gran quantità di materiale inutilizzato ma ancora bello e prezioso e decide di rimettersi in gioco senza più delegare la produzione; diventa l’artigiana di se stessa, rallenta i ritmi e cuce con le sue mani i suoi prodotti sempre made in Puglia, realizzando anche splendidi patchwork proprio con le rimanenze, di varie metrature e colori, che ha a disposizione in magazzino e abbinandoli anche ad altri tessuti, sempre di giacenza.

Tra i nuovi modelli di Ziza Style Habits le borse con gli skyline delle città del mondo – courtesy Ziza Style Habits

Oggi Giusy ha ripreso fiducia in se stessa e nel suo marchio, che ha acquistato un ulteriore valore aggiunto: l’utilizzo delle rimanenze per nuove creazioni. Un po’ come l’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri, Ziza Style Habits si ripresenta sul mercato ancora più sostenibile di prima, resiliente e al contempo sofisticata come la clientela cui è rivolta.

Trovate Ziza Style Habits su Instagram @ziza_style_habits e su Etsy www.zizastylehabitsstore.etsy.com

Bethany Williams, tributo ai maker

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Bethany Williams, eco-maker designer inglese, la tengo d’occhio da un bel po’, mi piace il suo lavoro, mi piace il suo coniugare moda e sociale con un approccio tutto suo, fatto di colori, patchwork e forme che ben si adattano a donne e uomini per lo stile gender fluid, anche se lei sfila abitualmente per il menswear ed è anche per questo che sta cercando di rendere più minute le silhouette, perché ben si adattino anche alle donne.

La sua è una moda inclusiva che, come raccontava in una recente intervista a Vogue, si lega per ogni collezione a un diverso progetto sociale e/o a un’organizzazione di beneficenza e questo a Bethany è venuto dal suo background in Belle Arti e allo studio dei vecchi filosofi che vedevano l’arte e il processo creativo come mezzi di forte impatto sociale.

Per esempio, tra le sue collaborazioni fisse c’è quella con Making for Change, programma di formazione e produzione di moda all’interno del carcere femminile HMP Downview, che mira ad aumentare il benessere e ridurre i tassi di recidiva tra le partecipanti dotandole di competenze e qualifiche professionali. E poi c’è il network di cooperative sociali italiane che fanno capo a Mending for Good, il cui lavoro è presente anche nell’ultima collezione della designer, ‘The Hands that Heals Us’, presentata l’altro ieri al London Design Museum.

Mending for Good, che ha un approccio originale nell’affrontare la sfida degli scarti e collabora con produttori tessili, designer e brand del lusso per trovare soluzioni circolari creative, è intervenuta per la ricerca e lo sviluppo della sezione maglieria, caposaldo nelle collezioni della Williams, coordinata dalla fondatrice e designer Barbara Guarducci e realizzata a mano da Manusa, una delle cooperative del network, con l’unione di varie tecniche: uncinetto, patchwork e intarsio.

La maglieria, caposaldo del lavoro di Bethany Williams – courtesy Bethany Williams

‘The Hands that Heals Us’ celebra la comunità dei ‘Maker’, ovvero dell’artigianato, della creatività e delle piccole comunità di produzione sul cui lavoro la Williams costruisce da sempre le proprie collezioni: “L’obiettivo principale di questa collezione, spiega la designer, sono le molte mani che toccano i nostri vestiti durante tutto il processo di realizzazione, attraverso l’integrazione di elementi artigianali e fatti a mano, sotto forma di tessitura, maglieria, stampa, patchwork e ricamo. La vita di ogni capo passa con delicatezza per le mani della nostra intricata catena di approvvigionamento e per questo proviamo un’immensa gratitudine per i nostri artigiani, i nostri strumenti e il nostro team”.

La collezione vede inoltre il debutto della linea denim, in questo caso fornito da ISKO, con una base principale di cotone e canapa organici e riciclati; compresi anche bottoni svitabili in metallo, in modo che siano facilmente rimovibili per continuare il ciclo di vita del capo, poiché i bottoni fanno parte di quelle minuterie che possono spesso rappresentare un ostacolo nel processo di riciclo.

Sempre grazie alla partnership con Mending for Good, la collezione si avvale anche dell’apporto del laboratorio artigianale di San Patrignano, che ha collaborato per una delle due borse della collezione con il proprio caratteristico tessuto intrecciato effetto simil-pelliccia.

La borsa realizzata in collaborazione con il laboratorio di San Patrignano

L’organizzazione di beneficenza scelta da Bethany Williams per questa stagione è il British Crafts Council, con cui la designer svilupperà una serie di workshop e programmi che puntano, tra il resto, a generare e ispirare una nuova generazione di maker.

Come diventare ‘Fashionisti consapevoli’

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Di libri dedicati alla moda etica, negli ultimi anni, ne sono usciti parecchi; con approcci diversi, gli autori cercano di fare chiarezza e dare informazioni su un tema che per molti aspetti ancora chiaro non è e questo perché il termine ‘sostenibilità’, che fa un po’ capo a tutto, non solo è molto generico ma è diventato ormai così inflazionato, nella bocca di tutti, che si è perso di vista il suo vero significato, in particolare se applicato al complesso sistema della moda.

Qui a eco-à-porter abbiamo parlato ad esempio di ‘La rivoluzione comincia dal tuo armadio’ di Marina Spadafora e di ‘I vestiti che ami vivono a lungo’ di Orsola de Castro, consapevoli che ognuno di essi potesse dare un apporto alla conoscenza del mondo della moda e del suo rapporto con le sfide legate alla sostenibilità.

Oggi è il momento di ‘Fashionisti consapevoli’ di Francesca Rulli, edito da Flaccovio, libro che, se l’educazione alla moda sostenibile diventasse materia di studio, potrebbe essere adottato come manuale, perché fornisce in modo chiaro e snello, senza mai cadere nel didascalico, informazioni preziose ma anche strumenti e dritte per farsi qualche domanda e trovare anche delle risposte valide sulla sostenibilità della filiera della moda.

Il mio intento qui, data la grande quantità di importanti dati contenuti nel libro, è quello, non solo di darvi un’idea di come la Rulli scelga di accompagnare il lettore nei vari passaggi di una filiera lunga e articolata ma anche di invogliarvi a leggerlo, questo volume, perché vi sarà di aiuto, come lo è stato per me, a districarvi in una fitta trama in cui si intersecano leggi, disposizioni, processi, materiali, ecc, che vanno prima di tutto compresi, sia singolarmente sia nel complesso in cui si interfacciano.

Francesca Rulli

Intanto posso dirvi chi è Francesca Rulli, solido background nel campo dell’ingegneria dell’organizzazione e del business process management, CEO della società di consulenza da lei stessa creata Process Factory e fondatrice nel 2013 di 4sustainability, marchio registrato che garantisce le performance di sostenibilità della filiera del fashion & luxury, oltre che consulente di Zero Discharge of Hazardous Chemicals (ZHDC), il più importante sodalizio internazionale di brand e aziende della filiera moda impegnato nella riduzione delle sostanze chimiche dei processi produttivi.

Con queste premesse e competenze in ‘Fashionisti consapevoli’ Francesca butta giù un vademecum per orientarsi nella moda sostenibile, con la necessità di fare innanzitutto chiarezza in un panorama confuso in cui, soprattutto il consumatore, ha bisogno di “analisi veritiere e affidabili” come scrive Matteo Marzotto nella prefazione, di “consapevolezze possibili che creino priorità e quindi cambiamenti”. Non serve e non esiste nemmeno, dice la Rulli, “una lista della spesa che ci dica in maniera inequivocabile cosa è sostenibile e cosa non lo è”, insomma nessuna “soluzione magica” ma piuttosto “condizioni per farsi le domande giuste” e, come dicevamo prima, trovare anche delle risposte.

Quindi aiuta prima di tutto dividere la macro-area della sostenibilità in tre ‘micro’-aeree che sono quella ambientale, sociale ed economica, che il mondo della finanza denomina con la sigla ESG ovvero environmental, social e governance, in cui la governance è il collante di tutte e tre le sfere, è il modello economico che spinge a credere “nella meritocrazia, nell’equa rappresentanza di genere e delle minoranze, nel contrasto a ogni forma di corruzione, nelle retribuzioni eque e dignitose.” Sappiamo che poi in realtà, garantire questo equilibro, quindi una buona governance, è difficile, soprattutto in certe aree del mondo.

Tante sono poi le pagine dedicate agli aspetti legislativi, alla gestione delle sostanze chimiche, all’impegno che gruppi, associazioni, brand hanno preso per affrontare le varie tematiche in modo mirato, come Global Fashion Agenda, nata dal Copenhagen Fashion Summit, che pubblica ogni anno la CEO Agenda, report che passa in rassegna le questioni più urgenti che l’industria della moda deve affrontare.

Imprescindibili le certificazioni, ognuna col proprio logo e definizione in tabella, cui è importante, scrive Francesca, “considerare e valorizzare per quello che sono, cioè un segnale, non certo una panacea” ovvero che se il prodotto di un brand riporta in etichetta un dato standard, non è detto che poi ogni singolo parametro di quello standard sia stato rispettato. Però ci dà un’idea sull’impegno di quel brand.

Hakan Karaosman

Incisivo l’intervento di Hakan Karaosman, ricercatore dell’University College Dublin, esperto di sostenibilità nella supply chain della moda, che parla del problema della sovrapproduzione, dell’importanza del dialogo sociale dando la possibilità ai consumatori di essere parte delle soluzioni ma anche del fatto che “piaccia o no, la filiera della moda è globalizzata e lo rimarrà”, perché sarebbe una catastrofe economica se da un giorno all’altro, per magia, le filiere dei grandi marchi scomparissero da Paesi come Bangladesh e Vietnam. Come si sostenterebbero milioni di famiglie? Il discorso è: siano i brand più responsabili!

E poi consigli su film e documentari tematici, su come riconoscere e difendersi dal fenomeno del greenwashing, su come dare un’informazione sostenibile (coinvolti anche noi giornalisti, ops!) e definizioni di tanti termini che ormai dobbiamo imparare a conoscere: LOHAS, compliance, social washing, Tier (alcuni non li conoscevo nemmeno io, ve lo assicuro).

‘Dal materiale al prodotto’, infine, è un excursus ben articolato sui vari materiali con i loro vantaggi, punti critici e alternative, perché “ogni fibra ha le sue peculiarità e si presta per alcuni usi e non per altri”; fondamentale qui l’apporto di Textile Exchange, organizzazione che svolge un’imponente ricerca sulle materie prime tessili, aggiornando i dati ogni anno e illustrando i progressi delle fibre ‘preferred’, cioè con attributi di sostenibilità.

Concludendo Francesca non disdegna anche qualche dritta per un guardaroba più sostenibile, con domande mirate da porsi al momento dell’acquisto, una tra tutte “quante volte lo userò?” (ponetevela sempre questa domanda, soprattutto quando siete presi da raptus compulsivo!) e ci aiuta a districarci anche sull’interpretazione dell’etichetta, lavaggio compreso.

Ve l’avevo detto che ‘Fashionisti consapevoli’ non è soltanto un libro ma un manuale, solo scritto con un linguaggio semplice, scorrevole, divulgativo senza essere ‘accademico’, un lavoro articolato ma fruibile da tutti e che, alla fine, ci lascia chiaro e ineludibile un messaggio: siamo noi consumatori ad avere un ruolo fondamentale per far si che la moda intraprenda quel percorso verso la sostenibilità in modo sempre più trasparente e credibile. Come? Informandoci, non smettendo di farci e fare domande, pretendendo di trovare le informazioni necessarie per fare scelte consapevoli. Soltanto così “spingeremo l’intero sistema produttivo a correggersi e ad accelerare la corsa verso la riduzione di impatto. Qualsiasi cambiamento può spaventare e questo non fa eccezione. Ma è una sfida per cui vale la pena di lavorare fianco a fianco, tutti insieme”.

Re-love, l’upcycling in abito da sposa

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Giuro che non l’ho fatto apposta, poi manco mi piace giurare, a essere sincera. Però qui ci sta, perché solo adesso che ho scelto il primo argomento del 2022, mi accorgo che anche il primo articolo dell’anno scorso aveva come oggetto Mending for Good, l’agenzia di consulenza fondata dalla designer Barbara Guarducci, che offre soluzioni etiche e creative per la sovrapproduzione e gli scarti dei brand del lusso.

Allora il tema riguardava una open call che Mending for good rivolgeva a cooperative e realtà artigianali italiane operanti nel tessile, stavolta parliamo di una collaborazione che l’agenzia ha sviluppato con Atelier Emé, marchio che crea e produce abiti da sposa e da cerimonia sartoriali.

Non avevamo ancora parlato di abiti da sposa, quindi ben volentieri, soprattutto perché da questa collaborazione è nata Re-Love, una capsule collection di wedding dress provenienti dall’archivio di Atelier Emé rielaborati con Mending for Good con la tecnica dell’upcycling coniugata all’alto artigianato.

Si tratta in tutto di sedici abiti da sposa, dieci sviluppati appunto con l’agenzia e sei creati internamenti dall’ufficio stile dell’Atelier, una “fusione armonica e fatata di passato e presente”, un re-work frutto di un progetto/processo di trasformazione avvenuto seguendo principi di circolarità.

I capi scelti sono stati decostruiti e ricostruiti nei laboratori dell’Atelier Emé, mentre mending for good si è occupata di fornire soluzioni di re-purposing attraverso varie tecniche come la pittura su tessuto eseguita da Karl Joerns dell’Atelier La Serra MK textile di Firenze, i ricami a mano eseguiti da Donatella de Bonis e le decorazioni, sempre a mano. Un upcycling che si può definire ‘fiabesco’, raggiunto attraverso un lavoro sinergico che ha unito competenze altamente specializzate e savoir-faire artigianale, per creazioni da sogno, romantiche, ricche di disegni variopinti, bouquet acquerellati, applicazioni tridimensionali e ricami ton-sur-ton.

La collezione Re-love è la dimostrazione che la creatività circolare può essere applicata anche al settore wedding e non solo; gli abiti da sposa di questa capsule collection sono frutto di un percorso formativo legato a workshop organizzati da Mending for Good, che ha coinvolto i laboratori artigianali di San Patrignano per la pittura su tessuto e la cooperativa sociale Manusa per il ricamo handmade.

Re-love è disponibile in esclusiva dal 14 dicembre scorso nell’atelier Emé di Milano, in Vicolo Giardino 1.

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