14 / Luglio / 2020
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Rén Collective, un approccio multidisciplinare alla moda etica

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teeshare, t-shirt da condividere, è un post che ho scritto a fine novembre dell’anno scorso; pensando a tutto ciò che è seguito nei mesi successivi, a come si è aperto l’anno, sembra una vita fa, la vita pre-Covid, in cui eravamo liberi di partecipare a eventi, corsi, fiere, presentazioni e sfilate.

teeshare è il marchio di t-shirt che ho conosciuto tramite Tiziano Guardini e la sua collezione p/e 2020 ‘Atlantis’; fondato da Francesca Mitolo nel 2013, è un progetto che vuole reinterpretare l’iconica maglietta in collaborazione con laboratori italiani, cooperative, comunità, persone, pensionati, artigiani e amici.

Ma Francesca Mitolo è anche la fondatrice, insieme ad altre ragazze, di rén collective, un’associazione di promozione sociale che si occupa di informare su moda etica e vivere sostenibile ed è di questo che voglio parlare oggi, che già in quel post mi ero ripromessa che gli avrei dedicato uno spazio a parte.

rén è l’acronimo di reinvent – educate – network:

  • reinvent ovvero esplorare i confini di ciò che la moda etica potrebbe potenzialmente essere cercando di colmare le lacune, proporre scenari sostenibili, basandosi su un’analisi costante del mercato e di quanto accade nel mondo, degli input forniti dagli stakeholder e dagli esperti.del settore. E poi interpretare i feedback proponendo iniziative stimolanti tese a educare, ispirare e promuovere le migliori pratiche consapevoli, favorendo processi di cambiamento concreti.
  • educate ovvero sostenere il tempo per l’ascolto e l’interazione con le persone per farne tesoro, sia quelle che conoscono e scelgono già prodotti sostenibili, sia quelle che, al contrario, non li conoscono e, magari proprio per questo, non sono ancora entrati in contatto con essi. Diffondere un’informazione corretta riguardante l’eticità e la sostenibilità nell’ambito moda, favorire una costante formazione, per noi e per la community. L’impegno è quello di mantenere, consolidare e fare chiarezza sulle informazioni distorte e interessate che ancora velano la moda etica.
  • infine network ovvero nutrire rispetto e solidarietà per chi sa produrre etico e lo porta nella propria quotidianità e in quella altrui; che sia da sempre o inizi da poco, purché concepisca di fare il proprio mestiere, con competenza, qualità, trasparenza e integrità. Creare e mantenere vivi, con artigiani e maker, legami di fiducia, condivisione e teamwork reciproci e continuativi, favorire l’incontro di idee e persone, professionisti e consumatori, offrendo percorsi ed eventi (online e offline) di networking di settore o interdisciplinari fondati su valori condivisi.

Insomma, rén è tante cose e non è un caso che il termine, in diverse lingue orientali, significhi sia persona che popolo, un solo ideogramma che definisce contemporaneamente il singolo essere umano e il suo insieme nel senso più ampio, suggellando il legame tra individuo e società ed esortando il primo ad agire con rispetto e umanità per il bene collettivo. rén ben si applica quindi al concetto di moda etica perché sono proprio le azioni del singolo e la sua responsabilità e consapevolezza individuali a portare un miglioramento, non solo nella vita altrui ma anche in quella del Pianeta.

Nel periodo del lockdown rén ha organizzato diversi webinar cui ho partecipato, iniziative davvero interessanti come quella sulle fibre, i filati e i tessuti innovativi, utili anche per chi comincia a muovere i primi passi nella direzione della sostenibilità; i webinar continuano tuttora e a questo link si possono trovare quelli passati.

Altra iniziativa dell’associazione zéeero, format per soddisfare le esigenze di un pubblico, che magari parte proprio da zero!, sempre più consapevole e desideroso di scoprire le numerose potenzialità ed espressioni legate alla sostenibilità. Si tratta di una serie di eventi che propongono, attraverso percorsi dedicati, l’esplorazione e lo svelamento di luci e ombre legate all’innovazione sostenibile, mostrando, lettera dopo lettera, i grandi temi richiamati dalle 3 ‘E’ del suo nome, dall’economia circolare (Economics, Economia), passando per l’impatto ambientale (Environment, Ecologia) e sociale (Equity, Equità sociale).  

Proprio perché rén vuole essere aperta, inclusiva, partecipativa e ogni contributo individuale, d’impresa, di enti o non-profit rappresenta la base per un effettivo cambiamento, ci si può iscrivere con una tessera annuale che permette di usufruire di sconti, agevolazioni e consulenze personalizzate.

Last but not the least, le ragazze di rén mi anticipano che rén collective diventerà un progetto sempre più completo e globale, alle radici di ciò che ha sempre voluto essere; sempre animato dalla partecipazione attiva di collaboratori volontari e da una fedele community di condivisione, ha tra gli obiettivi più ambiziosi quello di offrire nuovi percorsi e nuove offerte e consulenze ancora più allineate alle esigenze di un settore che non può più sottrarsi alle sfide di una sempre maggiore richiesta di sostenibilità.

E’estate con i cappelli in denim rigenerato di Rifò

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Il caldo è scoppiato deciso anche in questa strana estate 2020 e per fortuna direi, altrimenti sarebbe stata anomala proprio in tutto, con il Covid che ancora influenza pesantemente le nostre vite.

Estate, quindi sole, quindi caldo, quindi cappelli, come quelli di Rifò, altro marchio a cui noi di eco-à-porter siamo affezionati, dato che abbiamo avuto ospite Niccolò Cipriani, il fondatore, in una delle nostre interviste del mese e apprezziamo la loro filosofia basata sulla rigenerazione dei tessuti, tecnica che è fiore all’occhiello del distretto pratese in cui ha sede la stessa azienda.

Come con gli accessori e l’abbigliamento invernale, anche con l’estivo Rifò mette le novità in pre-vendita sul proprio sito: l’ha fatto con polo, maglioncini leggeri, camicie e, adesso, con i cappelli.

Cappelli realizzati con una tela ricavata da vecchi jeans rigenerati e le cui rifiniture sono tutte a base di materiali di riciclo: il nastrino sempre in jeans e la fodera in jersey fatta con cotone e poliestere rigenerati.

Tre i modelli, il newsboy Alex, la cloche Caroline e la coppola Mimmo, unisex, in tre taglie e ispirati alle atmosfere retro di pellicole come ‘C’era una volta l’America’, ‘Jules e Jim’ e ‘Nuovo Cinema Paradiso’; il newsboy e la cloche sono realizzati dalle mani esperte di artigiani locali toscani, mentre la coppola Mimmo è obbligatoriamente made in Napoli.

Fa tanto estate e tanto retro anche il top Lia, sempre ricavato da vecchi jeans rigenerati; scollo a v e una costina alta che valorizza le forme del corpo fermandosi appena sopra al fianco, il top ha una vestibilità leggermente aderente ma elastica, quindi molto adattabile.

Il top Lia

Per Lia sono state riprese le sfumature del mare: un blu intenso come il Mar Baltico e una tonalità più tenue come l’Oceano Atlantico, mentre la trama a doppio chicco di riso è ispirata proprio alle onde e rievoca le scie che il mare lascia sul bagnasciuga. Una poesia di top, diciamo.

Il top è in pre-vendita a un prezzo speciale fino al 7 luglio, mentre per la pre-vendita dei cappelli c’è tempo fino al 15 luglio.

Io, fossi in voi, non perderei tempo! 😉

Aperitivo con VIC, sostenibilità al mare

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Quando ho aperto il blog, due anni e mezzo fa, c’era tra il resto il desiderio di tessere una trama di relazioni con persone che avessero come obiettivo la diffusione della moda sostenibile, per condividere e diffondere le rispettive esperienze e conoscenze. Desiderio quanto mai esaudito, perché da eco-à-porter sono passati davvero tanti ospiti, da creativi e designer ad attivisti e giornalisti e con alcuni di questi si è creato un bel rapporto, anche di sostegno reciproco nelle rispettive attività.

Per esempio, con Sara Francesca Lisot di VIC – Very Important Choice: Sara mi era stata ‘nominata’ da Matteo Ward di Wrad ed è stata così mia ospite nell’Intervista del Mese di giugno 2018 (che coincidenza, praticamente due anni fa quasi precisi!) in cui ha parlato del suo progetto, VIC appunto, che da allora ha fatto tanta strada.

VIC – Very Important Choice, lo ricordo, è una piattaforma di sharing e vendita di abiti e accessori sostenibili, prodotti eticamente con materiali a basso impatto ambientale e caratterizzati da una filiera tracciabile. Ogni capo è lavato accuratamente a basso impatto ambientale con detersivi biodegradabili, biologici e ipo-anallergici (certificati per neonati) e sanificato con ozono, un processo 100% naturale che consuma bassissime quantità di energia.

Ora VIC, con l’estate ormai iniziata, promuove un aperitivo digitale, AperiVIC – Sostenibilità al mare, evento a partecipazione gratuita che si terrà mercoledì prossimo, primo luglio, alle 18.30, sulla piattaforma Zoom, con successiva vendita online esclusiva dal 2 al 5 luglio degli outfit da mare selezionati durante appunto l’AperiVIC.

All’aperitivo digitale parteciperanno gli esperti di greenlance, network di professionisti specializzati in innovazione al servizio della green economy e dell’economia circolare, mentre co-host sarà Elena Maria Viezzoli, Value Ambassador di VIC. Oltre che di moda etica si parlerà anche di eco-turismo, di come funziona in Italia e di come scegliere le mete sostenibili.

Per partecipare all’evento basta registrarsi a questo link, che vi permetterà non solo di partecipare all’aperitivo ma anche di ricevere speciali coupon sconto per la vendita esclusiva di prodotti etici e sostenibili.

Dunque, che aspettate?!

Voglia di mare anche quest’anno …

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E’ vero, non raccontiamoci favole, l’estate 2020 sarà diversa; leggevo prima che gli ingressi saranno a numero chiuso anche nelle spiagge libere, forse si dovrà prenotare il posto come al ristorante, che le piscine resteranno probabilmente chiuse e via così, in un regime di controllo che a molti farà passare sicuramente la voglia, di andarci al mare.

Ma noi no, non ci vogliamo arrendere perché il mare lo amiamo troppo, almeno io, nata tra le montagne ma a cui ho sempre preferito gli spazi aperti e le distese infinite, quindi, anche con i limiti che ci imporranno, sì alla spiaggia e di conseguenza al beachwear.

Con l’arrivo della bella stagione segnaliamo sempre marchi sostenibili di costumi da bagno e quest’anno cominciamo con Mermazing, brand italiano di swimwear nato dall’estro creativo di due cugine, Alessia e Vanessa, accomunate dalla passione per la moda e il mare.

Alessia e Vanessa di Mermazing

Le due cugine raccontano che l’essere cresciute tra Latina e Sabaudia, con un amore profondo “per il nostro fratello blu” e la provenienza da una famiglia di imprenditori che pur non lavorando nel ramo tessile, ha fornito loro un’impostazione del lavoro ben delineata, le ha portate a immaginare una linea di costumi nel pieno rispetto della Natura. Partite tre stagioni fa da una meticolosa ricerca di tessuti rigorosamente made in Italy, Alessia e Vanessa sono arrivate ad Aquafil, che da poco produceva ECONYL, il filato rigenerato che conosciamo già molto bene.

La scelta materica non era molto ampia, anche perché finora le due designer non hanno utilizzato filati stampati, optando per il monocromo proprio per far risaltare la bellezza del tessuto stesso, ma andava bene così, il percorso era ormai tracciato, perché rispecchiava appieno il loro pensiero, legato soprattutto alla salvaguardia delle acque attraverso il riciclo della plastica recuperata. Un impegno, quello ambientale, che si applica anche nella vita di tutti i giorni, fuori dal lavoro, scegliendo materiali riciclati e/o riciclabili.

Il filo conduttore dei capi Mermazing è la purezza; purezza nelle forme, purezza nelle linee, purezza come mood ispiratore, in altre parole essenzialità, anche nella scelta cromatica che si rifà alle tonalità del mare e a quelle della terra.

Due interi Mermazing – courtesy Mermazing swimwear

Le collezioni della primavera/estate 2020 propongono un tuffo negli anni ‘90 con silhouette d’ispirazione sportiva e rimandi a icone della moda del tempo come Lady Diana e Pamela Anderson. Novità di stagione è la linea profilata che comprende i modelli Elisea, Diana e Luana, tutti disponibili in bianco/nero, fucsia/arancio e rosa/bordeaux.

Must del brand le creazioni in velluto nei modelli Vany, Giuly e Mia, mentre per la linea in Lycra, che punta sulla brillantezza del tessuto, ci sono Martina, Malisa, Pamela, Nadia e Lina. Pamela è un’altra novità 2020: un costume intero ispirato alla bagnina sexy di Baywatch, caratterizzato dal logo del brand impresso in modo olografico.

Anche la linea beachwear, ovvero il ‘fuori acqua’, propone un must anni ’90: il pareo, realizzato in poliammide riciclata con un 22% di elastan che conferisce al tessuto un’eccezionale plasmabilità. E’ in lino 100% naturale la camicia Marina, over, dal taglio maschile, in bianco ottico con bottoni e logo a contrasto nei colori della collezione.

Le camicie in lino – courtesy Mermazing

E concludo con una considerazione di Vanessa e Alessia, imprescindibile anche dal momento che stiamo vivendo: “crediamo che nessuno, ora come ora, possa rimanere impassibile davanti all’impatto che la moda ha sull’ambiente. Dopo l’emergenza Covid poi, con le immagini della Natura che si è ripresa i suoi spazi e i suoi ritmi, nessuno può rimanere sordo al grido d’aiuto che il Pianeta ci ha lanciato. Il tempo della riflessione è finito, dobbiamo tutti passare all’azione, partendo dalle piccole cose”.

Se deve essere mascherina, che sia etica!

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A pochi giorni dalla fine di questo interminabile lockdown, con tutte le incertezze del caso, qualcosa di davvero certo c’è ed è che la mascherina protettiva diventerà la nostra compagna quotidiana, talmente presente e indispensabile da assumere il ruolo che, almeno per noi donne, ha la borsa e, per gli uomini, il portafoglio nella tasca dei pantaloni.

Chi l’avrebbe detto? Fino a qualche tempo fa, vedere in giro gente con la mascherina, faceva strano, soprattutto alla nostra cultura occidentale, aperta a smog e batteri come fossero ormai parte dell’aria che respiravamo; oggi e nei prossimi mesi, che ahimè saranno anche i più caldi, non potremo esimerci dal portarla, per proteggere noi e gli altri.

E così la mascherina diventa senza ombra di dubbio il nuovo accessorio forzatamente trendy, che il mondo della moda, formidabile percettore di quel che verrà, aveva già anticipato stagioni fa in diverse collezioni, da Palm Angels ad Aganovich, da Off-White a Collina Strada e solo per citarne alcuni.

E allora, se la mascherina deve diventare un accessorio alla stregua di borsa, occhiali, cappello, cinta e così via, via libera alla fantasia, a colori, stampe e soprattutto, nel nostro caso, alla sostenibilità: ho selezionato per voi alcuni modelli realizzati da creative e laboratori artigiani italiani oppure legati a progetti sociali e solidali, così che anche per questo accessorio ormai indispensabile si possano fare scelte responsabili ed eco-friendly. E prediligo il Made in Italy perché è giusto che, ora più che mai, si scelgano prodotti realizzati nel nostro Paese, anche per aiutare, seppur nel piccolo, la nostra povera economia e i piccoli artigiani.

Le mascherine di Lavgon – courtesy LaboratorioLavgon

Lavgon è un laboratorio tutto al femminile di moda etica e artigianale; con sede in provincia di Pavia, a Zinasco, collabora con manifatture tessili made in Italy, utilizzando fibre naturali quali lana, seta, canapa, lino e cotone biologico. E le mascherine che hanno realizzato, in vendita in kit nello shop del loro sito, sono appunto in doppio strato di cotone con tasca per inserire eventuale filtro, in tinte sobrie e/o stampe fantasia, con lacci elastici, lavabili e riutilizzabili.

Capre di Neve, piccola realtà artigianale scoperta in Instagram, nasce dalla voglia di Valentina Ascione di condividere non solo una passione personale, ovvero cucire, ma anche idee legate profondamente al rispetto di ciò che ci circonda, quindi persone e ambiente. Valentina realizza le proprie mascherine in cotone con tasca interna per filtro e gancetto in ferro per assicurarla al naso e compresi nella confezione ci sono 12 filtri in TNT lavabili e una spiegazione dettagliata su come lavare e utilizzare la mascherina. Per maggiori info la potete contattare tramite il suo profilo Instagram.

Le mascherine di Capre di Neve – courtesy Capre di Neve

TCBL Textile & Clothing Business Labs è un progetto di ricerca e innovazione finanziato dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea; il suo scopo è quello di costruire un ecosistema commerciale poliedrico di imprese, laboratori di innovazione, fornitori di servizi e consulenti che lavorano insieme per trasformare l’industria tessile e dell’abbigliamento. L’obiettivo comune è quello di trovare percorsi alternativi, circolari e sostenibili per l’eccessiva produzione e la diminuzione del valore. Tra le imprese che aderiscono al progetto c’è anche la TCBL Lab Sartoria Sociale che, a Palermo, lavora in uno spazio confiscato alla mafia. Nel laboratorio si recuperano vecchi abiti ritrasformandoli e, contemporaneamente, si fanno lavorare persone emarginate che ritrovano una nuova vita. Anche loro stanno producendo mascherine in cotone a tre strati lavabili in molti colori e motivi recuperate da scarti tessili sanificati. Per ogni maschera venduta, la cooperativa ne dona una a persone bisognose.

Le mascherine realizzate dalla Sartoria Sociale di Palermo – courtesy TCBL
courtesy Made in Carcere

Un altro progetto solidale è quello di Made in Carcere, cooperativa sociale non a scopo di lucro in cui si producono manufatti ‘diversa(mente) utili’: borse, accessori e, adesso, anche mascherine. I prodotti sono confezionati da donne al margine della società, cioè detenute cui viene offerto un percorso formativo, con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile. Le mascherine sono realizzate in cotone o lycra di qualità, monocromo o in fantasia, sono lavabili e riutilizzabili e vendute con tre filtri i TNT estraibile, quindi sostituibile.

Anche Sara Cordovana, fondatrice e designer della bella linea di beachwear e activewear handmade Mikini, ha dedicato una parte della propria attività alla creazione di mascherine molto fashion, con asola per l’inserimento del filtro, lacci elastici, lavabile e quindi riutilizzabile. La stoffa esterna è in poliammide ed elastane certificati OEKO-TEXT, quella interna stessi materiali ma con una percentuale maggiore di poliammide e minore di elastane.

Le mascherine by Mikini – courtesy Mikini

E poi c’è la mascherina couture, perché no, come quella di Francesca Marchisio, che applica il suo stile sartoriale a modelli in 100% cotone uso trench idrorepellente e anti-vento con aggiunta di tessuto anti-batterico. La mascherina, è lavabile, regolabile tramite elastico, cucita a mano con impunture sartoriali e con dettagli personalizzati ricamati a mano. Wow!

Naturalmente sono molti altri i marchi e in generale le realtà piccole e grandi del settore ad aver riconvertito parte della produzione in mascherine, ne avevo anche già parlato qui recentemente. Ho voluto fare giusto un piccolo excursus, nominando brand e creative che seguo con interesse e che stimo per il loro lavoro. Auguro soprattutto a loro, che non hanno le possibilità dei grandi marchi, di potersi riprendere da questa botta e di trovare nella propria creatività un motivo per andare avanti.

Last but not the least, è importante ricordare che tutte le mascherine citate sono a uso civile, non costituisco cioè dispositivo medico e in generale sanitario.

Foto di copertina: courtesy The Canvas by Querencia

Le sfilate parlano sempre più sostenibile

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In questi giorni sospesi, pieni di sgomento e di attesa infinita, non è semplice mettersi a scrivere due righe su cose che sembrano così poco rilevanti paragonate a ciò che stiamo vivendo. Ma a maggior ragione, perché questo blog è stato concepito ed è nato per offrire e diffondere un’alternativa sostenibile a un sistema che è pesantemente responsabile della distruzione del nostro Pianeta, è giusto andare avanti. Per me che continuo a crederci e per i miei lettori che spero possano trovare in questi post un motivo di interesse e distrazione in giornate così lunghe passate dentro casa.

Così, ecco, siccome la stagione di sfilate autunno/inverno 2020/2021 si è conclusa poco prima che scoppiasse la vera emergenza Coronavirus (e ricordo che già a Milano a fine febbraio alcuni eventi si sono svolti a porte chiuse o addirittura sono stati cancellati), ho pensato di fare un piccolo excursus di alcuni marchi che tra New York, Milano e Parigi hanno puntato molto sulla sostenibilità, pur rientrando nella moda mainstream e quindi non dichiaratamente etici.

Partendo dalla Grande Mela, Gabriela Hearst, designer uruguaiana di ready-to-wear di stanza a New York (anche se gestisce pure il ranch di famiglia in Uruguay) ha affrontato il tema ‘sostenibilità’ prima di molti altri colleghi e nel tempo ha dimostrato una vera passione per l’argomento, dal fissare obiettivi per eliminare la plastica alla misurazione dell’impronta di carbonio delle sue sfilate. La sua idea è che appena entrati in un nuovo decennio degli anni 2000, bisogna utilizzare il più possibile le risorse a portata di mano, non continuare a crearne di nuove. E la sua collezione, così come la passerella, allestita con gigantesche balle di carta tagliuzzate, sono state una metafora della sua visione.

Riguardo agli abiti, c’erano ad esempio un trench, una giacca e un paio di borse realizzati con delle rimanenze di Kilim turchi e un paio di cappotti color block ricavati da capospalla che ha decostruito e rimontato, mentre i coat blu navy e cammello erano sostanzialmente delle coperte assemblate e cucite con del filo bordeaux a contrasto. Le sciarpe a maglia grossa sono state invece realizzate a mano dal collettivo uruguaiano Manos usando più filato di cashmere riciclato rispetto alle stagioni precedenti.

Un altro designer che non è nuovo a pratiche responsabili è Phillip Lim che con la sua linea 3.1 Phillip Lim si impegna a utilizzare tessuti sostenibili, sia da riuso che da produzione certificata, tanto che è arrivato a utilizzarne il 50% per ogni collezione. Oltre ad aver rinunciato da qualche stagione a pelliccia naturale e a pelli esotiche, il suo guardaroba essenziale e sportivo, pensato per tutti i giorni, è fatto spesso di materiali patchwork e riciclati che si sono visti anche nella sua ultima collezione invernale.

Hillary Taymour è la fondatrice del marchio Collina Strada, nome originale come originale è l’approccio della designer che, soprattutto negli ultimi anni, ha abituato il suo pubblico a sfilate estrose e a una comunicazione molto incentrata sulla sostenibilità, fuori e dentro la passerella, tipo: ‘coltiva più cibo, fai acquisti localmente, fai attenzione agli imballaggi dannosi’ e così via. Più della metà della sua ultima collezione, ‘Garden Ho’, tappeto erboso calpestato dalle modelle, è stata realizzata con la seta-rosa, un materiale simile alla seta ottenuto dai petali di rosa e con tessuti di scarto.

A Milano le palme in plastica riciclata troneggiano sul set della sfilata di Francesco Risso per Marni che affronta tanti temi attuali, dalle foreste che si incendiano per interessi commerciali alla plastica che invade gli oceani e al cartone che, trasformato in packaging, soffoca case e città sotto forma di rifiuto. Gli abiti sono un collage dall’inizio alla fine, ottenuti da ritagli e rimanenze di pelle e di calicò (stoffa leggera di cotone greggio), così anche le borse, a loro volta ottenute dagli scarti degli scarti.

Solitamente non ci occupiamo della moda uomo ma se Ermenegildo Zegna avesse una linea femminile, applicherebbe sicuramente lo stesso principio che il suo direttore creativo Alessandro Sartori sceglie da qualche stagione per il menswear ovvero ricorrere almeno al 20% di tessuti di recupero, che per questa collezione è arrivato a toccare il 50%. “Arrivare a zero rifiuti potrebbe essere impossibile, ma dobbiamo mirare a questo” ha affermato Sartori.

Felpa grafica UP-CYCLING 55DSL (courtesy of Diesel)

Diesel ha invece lanciato DIESEL UP-CYCLING FOR 55DSL con la linea 55DSL creata nel 1994 come spin-off sperimentale di Diesel, poi rivista negli anni e oggi trasformata in una serie di collezioni di cui la prima realizzata con materiali di scarto del marchio. I capi sono patchwork colorati ispirati allo streetwear e ogni pezzo ha anche un proprio codice QR che consente al cliente di risalire alla realizzazione del capo, diciamo una sorta di #whomademyclothes.

A Parigi, oltre alla pioniera della sostenibilità Stella McCartney che, oltre ai suoi materiali cruelty-free e certificati, ha arricchito la passerella di simpatici animali-mascotte per sottolineare maggiormente il proprio impegno a favore di una moda rispettosa della natura, c’è stata l’allegra sfilata di John Galliano per Maison Margiela, entusiasta di aver spinto sull’acceleratore del riciclo e del vintage. I suoi esperimenti di upcycling confluiranno presto in un’etichetta denominata appunto Recicla e così i capi della collezione in passerella ne sono un assaggio, tra coat, trench e abiti con forme recuperate da guardaroba che vanno dagli anni ’20 ai ’70 del secolo scorso.

Meravigliosa e raffinatissima operazione di recupero da Alexander McQueen, altro marchio non nuovo al riuso e all’attenzione per materiali a ‘km zero’ o realizzati artigianalmente. La direttrice creativa Sarah Burton ha preso spunto dalla trapunta patchwork di Wrexham, esposta al St. Fagans National Museum of History di Cardiff, coperta realizzata da un sarto che dal 1842 per ben 10 anni, tutte le notti, la cucì utilizzando gli scarti riciclati dai panni di lana che di giorno usava per fabbricare le uniformi. Quindi abiti, cappotti e completi sono tutti un patchwork di flanelle recuperate da passate collezioni, mentre altri capi sono composti da ritagli di tessuti tradizionali maschili.

Spero di avervi fatto sognare un po’ con queste creazioni che uniscono responsabilità e bellezza. E’ positivo constatare come sempre più designer della cosiddetta moda mainstream prendano convinti la strada della sostenibilità, che non significa solo scegliere materiali certificati o riciclati ma anche favorire l’artigianato locale, il fatto a mano, le tradizioni e il lavoro di cooperative e associazioni che sostengono i diritti femminili e di popolazioni svantaggiate, come fa ad esempio il designer austriaco-nigeriano Kenneth Ize, che collabora con artigiani viennesi che lavorano il pizzo e con tessitrici nigeriane.

Con l’augurio che questa situazione generale passi presto, mando a tutti un caldo abbraccio virtuale e, mi raccomando, #restateacasa!

La moda trasformabile di Nicoletta Fasani

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Il post di oggi è la prosecuzione ideale dell’ultimo sulle cose belle viste a Milano ed è dedicato al lavoro di Nicoletta Fasani, designer fondatrice del marchio omonimo, che sono andata a trovare nel suo showroom inaugurato da poco in via Mantegazza a Villapizzone, Milano.

Lo showroom di Nicoletta Fasani

Come potete vedere dall’immagine qui sopra, si tratta di un bello spazio accogliente, arredato con gusto e abitato dalle sue creazioni e dal suo laboratorio, in cui produce parte dei suoi abiti, li vende, accoglie i clienti e organizza laboratori speciali di cui parlerò più avanti. Su una parete, la foto del nonno calzolaio conferma che l’amore per la creatività e la manualità sono con molta probabilità ereditate.

Il nonno calzolaio

Il suo marchio Nicoletta l’ha fondato nel 2010 partendo da un rettangolo, o meglio, dalla forma rettangolare e dalla scoperta di come, applicandola a diversi modelli, permettesse di creare più outfit ovvero più capi in uno. Nasceva così la sua moda trasformabile e componibile basata sullo studio di forme geometriche semplici.

Il primo prototipo è stato il Bi-niki, abito in taglia unica fatto da due rettangoli da indossare in due modi diversi, composto da una metà in tinta unita e l’altra in fantasia, in sostanza un tubino diviso in due. L’abito funzionava e Nicoletta l’ha così depositato. Dopo il Bi-niki sono arrivati il Mono-niki, il Tri-niki e via via anche maglie e abiti meno modulari ma comunque sempre basati su linearità e funzionalità.

Nel percorso stilistico ed evolutivo di Nicoletta Fasani c’è stato anche un diverso approccio all’uso dei materiali: da stoffe più economiche a tessuti sostenibili e certificati. Tra i suoi fornitori c’è ad esempio un vecchio setificio comasco, la designer ammette che costa il triplo di quello che costerebbe in Cina ma garantisce qualità e attenzione. Così anche per canapa, cotone biologico, fibra di bambù, oltre a tessuti di fine pezza provenienti dalla grande distribuzione tessile.

I bellissimi abiti ‘Regina’, chiamati così perché hanno davvero qualcosa di regale …

Quindi abiti trasformabili, fornitori certificati, filiera corta e made in Italy sono tutte parole chiave che compongono lo stile di Nicoletta. Insieme, naturalmente, alla creatività unita all’immagazzinare esperienze, a continue ricerche, a bozzetti che si trasformano in cartamodello, alla campionatura e così via.

Anche l’ultima collezione autunno/inverno 19/20 è nata così; ispirata a un abito ‘casa’, è fatta di pezzi che ben traducono l’idea di abitare il proprio corpo tramite della calda lana tricot intrecciata in un piccolo maglificio a conduzione famigliare in Basilicata. E poi con la seta tradizionale di Como, morbida ma con una grafica spigolosa, il lurex glitter e il pied-de-poule che ricordano tanto l’urbanità milanese, dove Nicoletta pensa, crea e produce i suoi abiti.

Ma i progetti di Nicoletta non si fermano qui, ultimo nell’ordine ‘Scartoria’, che ha l’obiettivo di diffondere il concetto di non-spreco attraverso dei laboratori per adulti e bambini in cui gli scarti tessili vengono rimessi in circolazione attraverso piccoli lavori manuali da cui nascono collane e portachiavi per esempio.

Un esempio di ‘Scartoria’ tratto dal libro ‘Sarto Subito!’
di Alberto Saccavini

La sostenibilità è quindi un aspetto centrale del lavoro di Nicoletta Fasani e proprio in questo senso scelgo di concludere il post con un suo pensiero riportato nell’intervista pubblicata su ‘Sarto Subito!’, manuale di Alberto Saccavini edito da Altreconomia: “Secondo me al consumatore va spiegato che la moda etica comprende tanti fattori. Non c’è solo la moda sociale, con l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. E la moda sostenibile non è solo il materiale: c’è un modo di produrre, c’è un luogo e soprattutto una filiera trasparente”.

Grazie Nicoletta.

Tiziano Guardini e Francesca Marchisio: una conferma e una scoperta

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Non posso cominciare questo post senza fare una riflessione che mi viene spontanea; due settimane fa in questi giorni ero a Milano a seguire alcune presentazioni che m’interessavano. Tutto scorreva ancora normale, si stringevano mani, si davano baci e abbracci, i mezzi pubblici erano pieni di gente, così come le vie della città. Poi quel primo caso a Codogno ci ha fatto precipitare tutti nel più completo sgomento e pian piano il Paese si è completamente fermato, così come si sono ridotti i nostri contatti umani e sociali.

E’ con maggiore piacere e impegno quindi che inauguro questo mese di marzo parlando di due presentazioni che ho visto proprio in quei giorni, non solo perché questo è uno degli scopi del blog ma per ricordare a tutti che c’è sempre un prima e un dopo nelle nostre vite e che non dobbiamo permettere alla paura e alla diffidenza di rinchiuderci in noi stessi, isolandoci dal mondo. Prendere sì tutte le dovute precauzioni è giustissimo ma continuiamo a dire sì alla vita e alle cose belle, perché tutto questo passerà e la’ fuori ci sarà sempre un motivo per essere fieri del mondo in cui viviamo.

Cose belle come ad esempio le due presentazioni che sono state, da un lato una conferma e dall’altra una scoperta. La prima è venuta dalla nuova collezione di Tiziano Guardini, uno dei nostri eco-designer preferiti, che seguiamo dall’apertura del blog e che apprezziamo da sempre per il suo impegno totale in una moda cruelty-free e il più possibile rispettosa della Natura.

La vetrina dello store della Kartell con la collezione di Tiziano Guardini

La vetrina dello store della Kartell in via Turati era allestita con le creazioni di Tiziano che, per la nuova stagione autunno/inverno 2020/2021, si è ispirato all’artista Kiki Smith, che negli ultimi 30 anni ha indagato, smembrato e ri-assemblato il tema della natura, con il suo lato magico e femminile. Così come Kiki narra le storie più intime del mondo femminile e di quello animale trasponendole su arazzi, sculture e illustrazioni, Tiziano racconta la parte più primordiale di una donna che viaggia nella propria storia, indossando capi realizzati in tessuti che vivono una seconda vita. Come i jacquard e i check del Lanificio Cerruti, che compongono gonne, pants e blazer, assemblati ai materiali rigenerati di Texmoda, presenti anche nella scorsa collezione del designer.

Coat e abiti realizzati con tessuti di recupero

Torna anche la collaborazione con il nylon rigenerato Econyl di Aquafil che ricordiamo recuperato dalle reti da pesca e altri materiali di riciclo, per i piumini, mentre la maglieria riprende lo slogan ‘Heart needs Earth’, già presente sulle t-shirt realizzate nelle passate collezioni. E ancora, con Vegea, l’azienda che realizza tessuti spalmati provenienti dagli scarti della produzione vinicola italiana, dagli oli vegetali e dal poliestere riciclato, ecco alcuni capospalla.

Il simbolo per eccellenza dello stile di Guardini, il colibrì

Il viaggio di questa donna è poi protetto da animali totem, rappresentati sotto forma di gioielli realizzati in upcycled crystal, cioè cristalli Swarovski da riuso; ci sono volpi, pesci, colibrì, mentre altri gioielli a forma di gargolla, ornamenti applicati a ridosso delle guglie delle cattedrali gotiche per proteggere la natura sacra dell’edificio, sono creati dal designer salentino Gianni De Benedittis.

Ogni capo sarà consegnato con un’etichetta esplicativa inserendo il nome della persona che lo ha realizzato, rispondendo così alla domanda #WhoMadeMyClothes; inoltre, trattandosi collezione fatta con tessuti d’archivio, ogni capo sarà numerato. Bravo Tiziano, complimenti anche stavolta!

Se Tiziano Guardini è stata una conferma, Francesca Marchisio è stata una piacevole scoperta; pur conoscendo già il suo stile e il suo lavoro, non mi era ancora capitato di vedere dal vivo i suoi capi, oltretutto assistendo a una performance all’interno della galleria Marcorossi artecontemporanea.

Alcuni dei capi della nuova collezione di Francesca Marchisio

Francesca Marchisio ha fondato il marchio omonimo nel 2018 con l’obiettivo di combinare pret-à-porter e design industriale in modo da creare abiti che semplificano la vita; per questo al centro c’è il concetto di trasformazione e reversibilità, oltre che di sostenibilità, legata alla collaborazione con fornitori di tessuti selezionati per l’attenzione all’ambiente nei processi di produzione e stampa.

Sullo sfondo delle suggestive lastre di pietra dell’artista catalano Sergi Barnils, le modelle si inter-cambiavano una con l’altra indossando e togliendosi i capi della collezione autunno/inverno 2020/2021 ‘simultaneous contrast’ ovvero contrasti per trovare un equilibrio razionale tra funzionalità ed estetica.

La presentazione/performance all’interno della galleria Marcorossi artecontemporanea

Concetto portante dello stile della Marchisio, questa incessante ricerca di equilibrio incoraggia la combinazione di colori, forme e tessuti, che ben si esprime ad esempio con il trench reversibile SHIFTING che, da un lato esalta le proprietà della lana per una termoregolazione naturale, mentre dall’altro, grazie alla mischia della stessa lana con dettagli in cotone organico tono su tono, conferisce al capo un effetto leggero. Oppure con la giacca da biker BODILY, da una parte lana e dall’altra tessuto tecnico trapuntato.

E ancora, i coat reversibili dalla doppia anima per essere usati in più stagioni, i piumini con l’imbottitura Thermore ricavata dalle bottiglie di plastica riciclate, le gonne in cotone organico o ‘wrap’ in acetato Naia eco-sostenibile e seta organica o realizzate con ritagli di tessuto poi ri-assemblati in un accattivante patchwork.

Allora ecco, Francesca Marchisio e Tiziano Guardini, due eco-designer che combinano etica e couture con creazioni che sono belle da guardare e da indossare. Noi continueremo a seguirli, fatelo anche voi.

Da eco-à-porter, in questo momento difficile non solo per il nostro Paese ma per il mondo intero, un augurio che tutto possa risolversi il prima possibile per poter tornare a godere di tanta bellezza.

I maglioni parlanti di ‘Almeno nevicasse’

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‘Almeno nevicasse’, quante volte l’abbiamo pensato o detto, durante quei lunghi inverni in cui c’è di tutto, dalla pioggia al vento al caldo anomalo da cambiamento climatico come in questi giorni, ma non la neve. ‘Almeno nevicasse’, come un mantra propiziatorio, che quasi diventa anche un po’ il simbolo delle nostre vite, quel senso di attesa e insieme di angoscia e insofferenza che si esprime così, apparentemente legato al tempo ma invece rivolto ai nostri stati d’animo più intimi.

“Almeno nevicasse” se lo è chiesto anche Francesca Sarteanesi, attrice, drammaturga e artista toscana che, in una giornata di ottobre del 2018, nonostante ci fosse il sole, fuori in giardino, sentiva l’uggia dentro, un vuoto che solo chi l’ha provato, sa cos’è e come ti fa stare. Così ha preso uno dei suoi maglioni dall’armadio e con un filo colorato ci ha ricamato sopra ‘Almeno nevicasse’.

Quel filo sulla maglia, insieme a quel mantra, hanno cominciato a tracciare una direzione nella vita di Francesca, lei che in quel momento, di direzioni o obiettivi da raggiungere non ne aveva; le frasi, i motti, spesso ironici, divertenti ma anche dissacranti, hanno cominciato a colorare sfacciatamente il davanti o, più discretamente, il dietro di altri maglioni provenienti da rimanenze di vecchie collezioni o da recupero e così, quasi per gioco, è nata la linea ‘Almeno nevicasse‘.

“Tante parole che ho ricamato facevano ridere” mi scrive Francesca quando le chiedo di raccontarsi e raccontarmi com’è nato il progetto “‘sono troppo simpatici i maglioni che fai’, mi dicevano, ma solo io ovviamente posso sapere quelle parole da dove sono passate e in che vuoti erano state fino a quel momento. E’ un piccolo grido, è un ‘speriamo che ora in questo momento preciso accada qualcosa, qualsiasi cosa’”.

E così i maglioni di Francesca, realizzati con l’aiuto dell’amica Rebecca Ihle, scenografa e costumista con cui condivide la pratica del teatro, continuano a parlare e a piacere, tanto che sono passati dalla cerchia di famigliari, amici e conoscenti ai mercatini alle pagine di Elle fino a essere contesi da alcuni rivenditori di nicchia di Milano, del Belgio e del Giappone. Non solo; Francesca ha anche collaborato con il marchio pratese Rifò, che ormai conosciamo bene, in occasione e contro il Black Friday, ricamando lo statement della foto qui sotto sul maglione di cachemire rigenerato:

Il maglione realizzato in collaborazione con Rifò

‘Prendo quello dopo’, ‘Per il rotto della cuffia’, ‘Di niente’, Puoi dirlo forte’ ‘Sussiste eccome se sussiste’, sono solo alcune delle frasi o delle parole che decorano petto e schiena di questi maglioni che hanno sempre qualcosa da dire e che, come precisa Francesca, “se non dicono sottolineano. Precisano. Evidenziano. Isolano parole”.

Bella quindi l’idea che, scegliendo un maglione, si scelga anche ciò che rappresenta, che sia uno stato d’animo, un’intenzione, un desiderio e/o anche un malessere, come se fosse un po’ terapeutico. Probabilmente per Francesca lo è stato. Perciò mi piace concludere questo pezzo con un estratto dallo scritto che mi ha mandato, che esprime meravigliosamente bene l’anima di ‘Almeno nevicasse’.

“Io scrivo e recito. Il teatro è il mio lavoro. Mi piace guardare le parole, spostarle altrove e alle parole dare nuove collocazioni. Come molti processi creativi, la natura del lavoro parte da dentro, scava nel cervello, attraversa il cuore, sfiora  quelle zone del non detto. Penso e non dico. Perché non posso dire, perché non è il momento, perché non sta bene, perché è meglio usare questa parola invece di quest’altra. Dopo due anni adesso vorrei poter credere e sperare che non siano solo l’ansia e la sofferenza e il vuoto e i buchi neri a fare da motore alle cose. Credo che sia possibile farle nascere anche in un terreno più bello fatto di altre sensazioni e altri sentimenti. Lo spero, ci sto provando. E allora indosso quello che penso o che ho pensato e non ho mai detto … Non inseguire le cose. Falle e lasciale andare. E cosi faccio. ‘Almeno nevicasse’ mi ha dato soddisfazione perché non mi aspettavo niente. Io ho solo iniziato a ricamare. Non sapevo che direzione poteva prendere, non aveva direzioni o obiettivi da raggiungere. Questa è una cosa che ho imparato. Non aspettarsi niente. Fare. Fare e basta”.

Grazie Francesca (e Rebecca) 🙏🏻

Fast fashion non ti voglio più: la sfida di Lauren Bravo alla moda low cost

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“Non ricordo un inizio d’anno in cui non abbia fatto buoni propositi. Dormi di più, bevi più acqua, bevi meno alcol, mangia più frutta, impara lo spagnolo. Ma c’è stata solo una promessa cui sono riuscita a tenere fede per più di qualche settimana, e forse l’unica che mi ha abbia davvero fatta sentire meglio con me stessa anziché peggio: rompere con la moda low cost”.

Inizia così l’articolo su ‘The Guardian’ di Lauren Bravo, giornalista e scrittrice inglese che ha testimoniato la sua astinenza da acquisti compulsivi nel libro ‘How To Break Up With Fast Fashion: A guilt-free guide to changing the way you shop – for good’ (‘Come rompere con il fast fashion: una guida senza sensi di colpa per cambiare il modo in cui acquisti – per sempre’).

Lauren Bravo by Pablo Strong

Niente abiti ne accessori nuovi per un anno. Ammessi acquisti nei negozi vintage e di seconda mano ma con un approccio molto diverso da quello messo in atto nelle vie principali dello shopping, dove entrare in una qualunque catena dà quasi automaticamente per scontato che si uscirà con qualche acquisto, mentre nel negozio dell’usato impari a gestire le tue aspettative e a uscirne anche a mani vuote, perché sai, per esempio, che non troverai tutte le taglie o il modello che ti sta bene o il colore che ti piace. E il senso di sconfitta da mancanza di shopping è molto attenuato.

Ci avevate mai pensato a questa cosa ovvero della pressione psicologica che involontariamente subiamo quando entriamo in questi templi dello shopping multi-piano? Trovare tutto ciò che (non) serve, sentire di averne assolutamente bisogno e nello stesso tempo rendersi conto che se non ce lo porteremo a casa la giornata andrà male.

Lauren Bravo racconta le ragioni della propria scelta in modo molto personale, andando oltre le solite e comunque più che giustificate motivazioni legate al boicottaggio del fast fashion: la sovrapproduzione, l’inquinamento da iper-produzione e anche da smaltimento, i diritti dei lavoratori calpestati, la scarsa qualità dei materiali.

Come quando scrive che ha sempre saputo di odiare i camerini, ma che è stato solo da quando ha smesso di fare shopping che si è resa conto di quanto disprezzo di sé si nascondesse dietro quelle tende. “Il fast fashion mi ha fatto sentire come se non ci riuscissi, ogni volta che la zip non scorreva o i bottoni restavano aperti o il vestito che appariva bello e chic sul manichino sembrasse brutto e strano su di me. Ho dato la colpa a me stessa, al mio corpo, quando in realtà – e sono furiosa, mi ci sono voluti 31 anni per capirlo – sono gli abiti che dovrebbero fare il provino per te. Non viceversa”.

La copertina del libro di Lauren Bravo

Lauren Bravo passa poi a elencare alcuni trucchi adottati per utilizzare più volte e in modo diverso gli abiti già posseduti, tra cui la stratificazione (stile che io adoro e che oltretutto va molto di moda, per chi un occhio alle tendenze ce lo butta sempre): camicie sotto maglioni a maniche corte, felpe sopra abiti sopra jeans e così via.

E poi continua: “come molti guru del settore ti diranno, i vincoli forzano la creatività. E quando limiti le tue opzioni di acquisto, ti ritrovi invece a inventare nuovi strumenti. A volte la super-colla, a volte le forbici. Le mie capacità di cucito sono arrugginite dai tempi d’oro dei GCSE Textiles (corsi scolastici di cucito e affini), ma da quando ho smesso di fare shopping, ho iniziato ad armeggiare di più. Faccio un orlo, cambio uno scollo”.

Un altro consiglio: “ignora chiunque ti dica di sbarazzarti di tutto ciò che non hai indossato in un anno. La moda è ciclica – dai, lo sappiamo – e non appena hai portato una vecchia stanca tendenza al negozio di beneficenza, Vogue la dichiarerà improvvisamente di nuovo cool”. E poi cita Fashion Revolution quando afferma che ‘la cosa più sostenibile è quella che possiedi già’.”

Detto da una giornalista di moda poi! Lauren Bravo va avanti a svelare altri trucchi e alternative al fast fashion, come ripetere gli outfit di successo o fare scambio di abiti con gli amici. Ma certo, di possibilità ce ne sono e danno altrettanta se non maggiore soddisfazione di un acquisto compulsivo. Stimolano la fantasia, creano legami e ci fanno sentire più orgogliosi di noi e delle nostre scelte. Vi sembra poco?