19 / Aprile / 2021

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Arrivano i collant che salvano gli oceani

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Abbiamo mai parlato qui di collant? Mi pare proprio di no … di calze sì, ad esempio quelle in bambù che salvano i gorilla, quindi aggiungiamo un altro pezzo al puzzle, anche perché, estate a parte, il collant è un pezzo che si usa praticamente tutto l’anno (e si può trasformare in legging tagliandogli i piedi, se siamo stufi o le dita sono bucate, piccolo ‘reuse tip’).

“Resistente come l’acciaio, delicata come la ragnatela”, viene definita così la resina sintetica ovvero il nylon al momento della sua invenzione, nel 1935; di lì a poco diventerà il materiale per eccellenza dei collant, soppiantando la più costosa seta.

Ma si sa, il nylon viene dalla famiglia delle poliammidi sintetiche e da solo rappresenta il 10% dell’inquinamento degli oceani, quindi ben venga trovare delle alternative meno impattanti anche per la produzione di accessori così amati ed essenziali come appunto i collant.

Ci hanno provato, insieme, RadiciGroup, azienda italiana leader nella produzione di poliammidi, fibre sintetiche e tecno-polimeri destinati ad applicazioni in diversi ambiti, principalmente nel settore tessile/moda e Oroblù, marchio di calze di alta gamma, a collaborare per realizzare il primo collant con filati ottenuti dal riciclo del PET delle bottiglie.

Il riciclo del PET per usi tessili è una realtà ormai consolidata e i brand che ne fanno uso sono sempre di più, soprattutto per l’abbigliamento e le borse; il filato ottenuto da processo di riciclo post-consumer delle bottiglie di plastica nei laboratori di RadiciGroup è stato battezzato Repetable, da cui è nato ‘Oroblù Save the Oceans’, collant nero, 50 denari, che nel nome stesso porta l’intento del progetto, cioè salvare gli oceani.

Il processo di produzione di Repetable

Abbiamo lavorato fianco a fianco con Oroblù per mettere sul mercato un collant di qualità, bello e sostenibile che potesse soddisfare le esigenze anche delle consumatrici più attente e sensibili a queste tematiche, dice Angelo Radici dell’omonimo gruppo, ed è per noi motivo di orgoglio poter lavorare con realtà di eccellenza del nostro territorio.”

Sarà possibile acquistare i collant ‘Oroblù Save the Oceans presso le boutique di intimo e i grandi magazzini premium selezionati a partire da agosto 2021, con l’arrivo nei punti vendita della collezione autunno-inverno 2021.

‘I vestiti raccontano’ in onda su Netflix

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Non è da ieri che la moda fa spettacolo, in tutti i sensi. Da sempre il cinema e la televisione si interessano a questo mondo che ha, diciamolo, il suo fascino, anche perché offre infiniti punti di vista da cui guardarlo e raccontarlo.

Documentari su designer, film e serie tv, talent show che, con l’avvento delle piattaforme di streaming, sono diventati sempre più numerosi e diversificati.

Il 1° aprile scorso è uscito su Netflix ‘I vestiti raccontano’ (titolo originale ‘Worn Stories’), docu-mini-serie di otto episodi realizzata dalla piattaforma stessa e tratta dai best seller di Emily Spivack, l’artista e scrittrice americana che dal 2014 raccoglie storie che parlano e celebrano il significato che i vestiti hanno nelle nostre vite.

Spivack ha raccolto in un libro oltre 60 storie, sia di gente famosa, sia di persone comuni che raccontano i propri legami con determinati abiti, dall’ex carcerato che dopo 40 anni di prigione va a comprarsi una camicia a quadri e dice “Vestito così sono un uomo libero” all’adolescente non-binary alla ricerca della mise perfetta per il proprio B’Nai Mitzvah.

La serie di Netflix si concentra solo sulle storie di gente comune e su come in un abito o in un accessorio trovino la propria identità; si tratta di storie e persone diametralmente opposte ma tutte accomunate dal valore che attribuiscono a ciò che indossano, quindi non da un punto di vista di trend o status symbol, non a un capo perché di lusso o di fast fashion ma per l’importanza che riveste per il suo proprietario e che viene perciò conservato per sempre nell’armadio.

E’ un po’ il concetto di ‘I vestiti amati durano a lungo‘, il libro di Orsola de Castro di cui ho parlato recentemente e in generale l’idea dell’abito come casa, in cui decidiamo di vivere, rivelandoci e insieme nascondendoci agli sguardi altrui. Non è un caso che la prima storia della serie riguardi una coppia di nudisti che ammettono di essere a proprio agio senza indumenti addosso … fa pensare a come, ognuno di noi, abbia i suoi parametri e come sia tutto relativo, soggettivo in base a carattere, personalità, esperienza ma anche, sì, cultura e background.

E quindi la moda è una cosa seria e anche intima e profonda e ha a che fare con vissuti, ricordi, storie. E’ parte di noi, delle nostre vite e ci accompagna fino all’ultimo giorno e anche oltre, visto che anche da morti, solitamente, dobbiamo essere vestiti e anche di tutto punto (e c’è chi lascia scritto anche con quale abito).


Arriva la certificazione Cradle to Cradle 4.0

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Uno dei tanti aspetti da considerare quando si parla di moda etica, è quello legato alla certificazione; un marchio o un’azienda sono sicuramente più credibili se produzione e/o prodotti sono certificati e c’è davvero tutto un mondo dietro questi standard specifici per ogni step della catena di approvvigionamento, dalla materia prima e le sue origini al prodotto finale.

Non è questo l’ambito per parlare di tutte le certificazioni, anche se ci è capitato di nominarne diverse parlando dei marchi o delle aziende che li usano oppure di approfondire il discorso con Stefano Panconesi, tintore naturale e ispettore GOTS (Global Organic Textile Standard), uno che, ad esempio, alle certificazioni tessili ci crede moltissimo.

E uno degli standard che certifica l’impatto positivo sull’uomo e l’ambiente degli interi processi industriali in un’ottica di economia circolare è il Cradle to Cradle® (C2C, noto anche come ‘dalla culla alla culla’), un approccio che tiene in considerazione gli aspetti economici, industriali e sociali, al fine di creare sistemi che non siano solo efficienti, ma che mirino a ridurre gli scarti al minimo. 

Il 16 marzo scorso, due settimane fa esatte, il Cradle to Cradle Innovation Institute ha rilasciato la versione 4.0 di prodotto Cradle to Cradle Certified®; si tratta dello standard più ambizioso e attuabile mai realizzato prima che definisce un prodotto in termini di sicurezza, circolarità e responsabilità ambientale e sociale.

Questa ultima versione della certificazione permette di:

1. Intervenire con priorità su queste cinque aree chiave della sostenibilità:

  • salute dei materiali ovvero garantire che i materiali siano sicuri per gli esseri umani e l’ambiente;
  • circolarità del prodotto ovvero consentire un’economia circolare attraverso la rigenerazione dei prodotti e la progettazione del processo;
  • aria pulita e protezione del clima ovvero proteggere l’aria pulita, promuovere le energie rinnovabili e ridurre le emissioni nocive;
  • gestione di acqua e suolo con la salvaguardia di acqua pulita e suoli sani.
  • equità sociale ovvero rispetto dei diritti umani e contributo a una società equa.

2. Attuare tabelle di marcia per il cambiamento, dall’innovazione di prodotto alle operazioni.

3. Trasformare i modelli di business, i sistemi e la collaborazione lungo l’intera catena del valore.

4. Verificare le prestazioni di sostenibilità e misurare i progressi.

5. Guidare la trasformazione del settore verso un futuro sicuro, circolare ed equo.

“La certificazione Cradle to Cradle è considerata lo standard più affidabile, avanzato e scientificamente dimostrato cui ricorrere per la progettazione e produzione di prodotti che massimizzino la salute e il benessere delle persone e del nostro pianeta, afferma Peter Templeton, presidente e CEO del Cradle to Cradle Innovation Institute. “La quarta versione di Cradle to Cradle Certified si basa su questa eredità; dotando brand, rivenditori, designer e produttori di linee guida attuabili e best practices, si scelgono materiali più sicuri, si promuovono innovazioni significative e si creano prodotti, sistemi e modelli di business che hanno un impatto positivo sugli esseri umani e sull’ambiente di oggi e del futuro”.

Le nuove richieste di certificazione Cradle to Cradle 4.0 saranno accettate dall’Istituto a partire da luglio 2021. Un altro passo avanti verso una gestione meno impattante dell’intero ciclo produttivo.

A tutto upcycling nelle collezioni di Domus Academy e Humana Vintage

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Di Domus Academy e Humana Vintage avrete sentito di certo parlare; la prima, fondata nel 1982 a Milano, è una delle prime scuole postgraduate di design in Italia, concepita come un progetto aperto e un laboratorio di ricerca e formazione intorno all’esperienza italiana nei campi della moda e del design. Humana Vintage è invece la catena di negozi vintage e second hand che fa capo a Humana People to People Italia, organizzazione umanitaria nata nel 1998 per realizzare progetti di cooperazione internazionale nel Sud del mondo e attività di sensibilizzazione in Italia.

All’interno del Master in Fashion Design di Domus Academy si è svolto e da poco concluso, sotto la guida di Marina Spadafora e con la collaborazione di Humana Vintage, il Fashion Identity workshop, un laboratorio mirato a mettere in rilievo la creatività di ogni fashion designer e a svilupparne l’identità, con la sostenibilità, in termini di riciclo di tessuti eco e di tintura e stampa, come tema centrale.

Obiettivo finale del workshop, la creazione di una capsule collection basata sull’idea di upcycling, con la selezione e il riutilizzo di alcuni abiti rimasti invenduti negli shop Humana Vintage.

Secondo, appunto, la tecnica dell’upcycling, che aggiunge valore a un oggetto intervenendo su di esso, si richiedeva che ogni capo diventasse ‘più bello’ e arricchito con dettagli e accessori, secondo la creatività, strategia e valore estetico di ciascun studente.

Ecco i risultati.

Hongvan Pham ha ideato la propria collezione “disordinata in modo organizzato” pensando all’impatto del Covid sulla propria vita, un impatto che ha creato emozioni discordanti legate al desiderio di uscire, viaggiare, stare a contatto con l’aria fresca e la natura. Ed è proprio la natura che ispira ‘Retrieval’, una capsule collection in cui gli scarti tessili e gli abiti di seconda mano di Humana Vintage riprendono vita evocando le crepe sul terreno, le nervature e le pieghe delle foglie e le curve dell’acqua.

Uno dei look della collezione di Hongvan Pham

Il lavoro di Silay Kural è incentrato sui diritti degli animali con alcune parole chiave come ‘animal’, ‘respect’, ‘value’ riprodotte sulle superfici di capi usati e rimanenze tessili; tramite la propria collezione Silay sostiene il diritto alla vita di ogni essere vivente, invitando la propria generazione a consumare meno e meglio e a scegliere prodotti cruelty-free.

Yuehe Chen s’ispira al videogame ‘Assassin’s creed’, ambientato tra passato rinascimentale e presente ma soprattutto all’esperienza di studente fuori sede, che parte dal proprio Paese con un bagaglio limitato e si trova ad affrontare le situazioni più diverse dovendo organizzarsi con pochi abiti. Riproporre abiti di seconda mano in svariate combinazioni risulta così un’opportunità.

Il lavoro di Yuehe Chen

Infine la collezione di Zih-Ling Chen prende spunto dalle ‘visioni’ del padre indovino a Taiwan: il mistero dell’universo, la vita dopo la morte, la possibilità di un mondo parallelo che sfociano nella possibilità di mantenere un equilibrio tra entrambi i mondi, abbracciando tristezza e felicità e diventando più compassionevoli. Ciò che siamo dentro si rispecchia in ciò che siamo fuori, anche negli abiti.

… e quello di Zih-Ling Chen

I capi delle capsule collection qui presentate renderanno così ancora più speciali le vetrine del negozio Humana Vintage di Milano in occasione della nuova collezione che arriverà nello store i primi di giugno.

Industria della moda e Covid un anno dopo …

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L’anno scorso intorno a maggio scrivevo dei pezzi legati al post Covid … che ingenua che ero, che ingenui che eravamo in tanti, troppi, che pensavamo, speravamo che il peggio fosse passato e che dovessimo solo considerare gli effetti della pandemia e leccarci le ferite, come se ci fossimo già lasciati tutto alle spalle.

Non è così, ci siamo ancora dentro ma intanto i cambiamenti continuano a scuotere non solo le nostre vite ma anche tanti settori dell’industria; noi continuiamo a seguire quelli che stanno scombussolando il settore moda e oggi lo facciamo proponendovi il report che Fabio Bolognini ha redatto per Workinvoice, società fintech di servizi a valore aggiunto per le imprese, che mette in contatto diretto risorse finanziarie e settore produttivo.

Lo stesso report ha trovato conferma anche in un recente studio dal titolo ‘The State of Fashion 2021’ realizzato dalla company internazionale McKinsey, secondo cui il primo e più devastante effetto della pandemia sul mondo della moda è stato il crollo della domanda. A settembre 2020, negli USA i fatturati erano ancora stimati in calo del 27-35%, e i margini del settore su base mondiale erano già destinati ad essere azzerati (nell’immagine di copertina il grafico attinente).

Ma gli effetti più significativi sulla domanda non sono quelli legati al volume, bensì ai cambiamenti nella sua composizione; nella moda maschile e femminile, a causa della scomparsa di eventi e cene, le categorie di abbigliamento formale hanno subito un rapido declino, a favore di quelle più sportive come athleisure e activewear.

Nello stesso periodo, a causa del lockdown, e questa è l’informazione che ci interessa di più, i consumatori hanno avuto modo di riflettere sull’eccesso di capi presenti nel guardaroba con un conseguente rigetto verso lo spreco nei modelli di acquisto passati, che ha portato alla rinascita di un mercato dell’usato, del lusso e non. Questa percezione sta accelerando tra i brand della moda un trend di riduzione degli articoli e conseguentemente dei magazzini, sempre più destinati al mercato fiorente dei saldi sulle piattaforme.

Altro dato importante, e che conferma ciò che scrivevo già l’anno scorso dopo la prima chiusura da Covid, riguarda il blocco delle forniture come delle liquidità e dei pagamenti; però, esauritasi la prima reazione violenta che aveva portato a cancellazioni di ordini e ritardi nei pagamenti, pare che i marchi stiano prendendo atto che la filiera deve essere sempre più unita, resiliente ma anche trasparente ed equa.

Eppure, sempre secondo McKinsey, risulta che il 75% dei direttori acquisti abbia cancellato ordini, il 41% rinegoziato contratti e il 20% non abbia pagato gli interi ordinatici. Un bagno di sangue per molti fornitori ma dall’altro una crescente spinta dei consumatori verso una maggiore giustizia e sostenibilità sociale, con ricadute su quei brand che hanno inflitto danni sociali ai fornitori, come avvenuto in India e Bangladesh.

Ecco allora che se da un lato la pandemia ancora in atto ha messo in crisi tante attività e fermato i consumi, dall’altro ha cambiato in positivo le abitudini di acquisto, rendendole più consapevoli, come più consapevoli sono diventati i consumatori.

E noi l’abbiamo sempre sostenuto che le vere rivoluzioni partono dal basso. Quindi vogliamo credere che da questa immensa tragedia nasca e si sviluppi qualcosa di buono, un trend che resti costante nel tempo e non si esaurisca come le mode passeggere e usa e getta della fast fashion.

Esce-Tex, soluzioni digitali per una moda consapevole

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L’uso sempre più frequente del digitale nel settore moda non è solo una conseguenza diretta della pandemia; se è vero che eventi, sfilate, fiere sono passate necessariamente in rete per i motivi che ormai conosciamo, è altrettanto vero che le piattaforme online sono diventate il migliore strumento per comunicare e diffondere certe tematiche, come appunto il pensiero green in tutte le sue sfaccettature.

Nascono e crescono marketplace e e-commerce orientati alla vendita di prodotti e servizi dedicati alla moda consapevole e in questo ambito si posiziona Esce-Tex, piattaforma digitale inglese appena inaugurata che ha l’obiettivo di fornire materiali ma anche strumenti e conoscenze tecniche per incoraggiare l’uso di soluzioni responsabili per migliorare l’impatto ambientale dell’industria della moda che, lo ricordiamo, è seconda solo al petrolio come potere inquinante.

In un momento così cruciale, in cui tutti i settori e la moda in particolare stanno andando incontro a importanti trasformazioni, è fondamentale che esistano, non solo modelli produttivi innovativi ma anche soluzioni e risposte per i consumatori, che stanno cercando di capire l’impatto ecologico delle proprie scelte di acquisto.

Esce-Tex nasce proprio con lo scopo di aumentare l’accessibilità a determinate informazioni con servizi di consulenza e insieme offre una vasta scelta di tessuti certificati a partire da un metro; a questo proposito la piattaforma ha avviato una partnership con Tencel di Lenzing, uno dei prodotti di punta della company austriaca, che ha fatto dell’economia circolare il proprio cavallo di battaglia produttivo. Ogni tessuto è dotato inoltre di documentazione di conformità sociale trasparente e certificazioni ambientali sicure.

I designer e i marchi, se lo desiderano, possono richiedere personalizzazioni su misura in stampa digitale ai tessuti ordinati, mentre il team di consulenza, composto da professionisti esperti di catene di approvvigionamento, sviluppo sostenibile e industria della moda nel suo insieme, fornisce risorse educative tramite podcast, rapporti fattuali e strategie mirate, ad esempio, alla riduzione dei rifiuti.

Diciamo che consumatori e addetti al settore non hanno più scuse: le informazioni sono sempre più a portata di mano, basta cercarle e volerne davvero sapere. Da qui parte il cambiamento per una moda consapevole.

La ‘call to action’ green di Docksteps

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Eco-à-porter non è snob ovvero non tratta solo ed esclusivamente marchi sostenibili ma anzi ama premiare anche quei brand che, pur non facendo parte della moda etica tout court, si stanno impegnando in un percorso più sostenibile con iniziative e progetti ad hoc.

E’ il caso di Docksteps, del gruppo marchigiano Zeis Excelsa, specializzato nella produzione e nella distribuzione di calzature, che lancia una ‘call to action’ sostenibile ai consumatori, rilasciando un buono omaggio a ogni cliente che porterà negli store del marchio scarpe usate, per essere riciclate. L’iniziativa, in partnership con la società Eso Sport che valorizza i rifiuti in ottica di economia circolare, porterà alla realizzazione di pavimentazioni per parchi giochi e piste di atletica donate poi alle pubbliche amministrazioni.

In realtà non è la prima volta che da calzature usate si ottengono materiali validi per l’edilizia; mi viene in mente ad esempio Reuse-A-Shoe, il programma cui Nike lavora dagli anni ’90, che si occupa di raccogliere sneaker vecchie e usurate per trasformarle in Nike Grind, un materiale poi utilizzato da aziende leader nel settore della produzione di superfici sportive ad alte prestazioni come campi da tennis e da basket e piste di atletica.

Comunque l’iniziativa di Docksteps ha preso avvio a novembre scorso, con i monomarca di Mantova e Lecce che hanno appunto rilasciato un buono del valore di 15 euro per l’acquisto di nuovi prodotti in cambio di vecchie calzature; non solo un progetto di buy-back, quindi, ma anche di upcycling etico, con le scarpe usate raccolte in appositi box in cartone riciclato, poi rottamate e trasformate in materia prima seconda, utilizzabile per altre iniziative, sempre etiche, sul territorio.

Il progetto, che prevede di estendersi progressivamente a tutta la rete nazionale di negozi Docksteps, mira alla riduzione dell’accumulo dei rifiuti in discarica e nello stesso tempo ad aumentare nei consumatori la convinzione che è possibile non solo riciclare, ma anche ottenere dal ciclo del riciclo altro materiale in un’ottica che mette al primo posto la circolarità.

“Nella filosofia di Docksteps, spiega Massimiliano Rossi, direttore generale di Docksteps, c’è una sempre maggior attenzione a 360 gradi nei confronti dell’ambiente e questa ‘call to action’ ne è un esempio concreto. In questo modo non solo incentiviamo il riciclo delle vecchie calzature premiando le pratiche green della nostra clientela con un buono omaggio, ma valorizziamo iniziative etiche di economia circolare per la collettività”.

Immagine in copertina: courtesy Docksteps

Intrecci etici – La rivoluzione della moda sostenibile in Italia

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Chi segue il blog si ricorderà senz’altro di ‘Intrecci etici‘, documentario sulla moda sostenibile italiana che i due giovani registi di LUMA Video Lorenzo Malavolta e Lucia Mauri volevano girare per valorizzare quei modelli positivi che in Italia hanno scelto una via di produzione e di consumo sostenibile, coinvolgendo produttori tessili, tintori naturali, designer e così via.

Eravamo a fine ottobre scorso e Lorenzo e Lucia, per poter realizzare il documentario, avevano lanciato una campagna di crowdfunding, con il sostegno di Marina Spadafora, tra l’altro coordinatrice per l’Italia di Fashion Revolution.

Oggi, a tre mesi esatti dall’uscita del nostro articolo, il documentario ‘Intrecci etici – La rivoluzione della moda sostenibile in Italia’ è diventato realtà; i due registi sono infatti riusciti a raccogliere il budget necessario per sostenere i costi di produzione ed è disponibile sulla piattaforma Infinity tv, che ha partecipato anche alla co-produzione. Intrecci Etici è stato infatti scelto all’interno dell’Infinity LAB di Mediaset, un progetto che supporta giovani filmmaker indipendenti che hanno una storia da raccontare.

Un momento delle riprese – courtesy LUMA video

E qual è la storia da raccontare? Naturalmente quella di una rivoluzione silenziosa ma potente, come amo definirla, che è ormai uscita dalla sua dimensione di nicchia per conquistarsi un posto di diritto nel sistema moda e che è fatta di soprattutto di storie. Come quelle che racconta eco-à-porter dall’inizio. Storie di designer auto-prodotti, di aziende tessili virtuose, di persone che credono in un modo diverso di fare moda, trasparente, gentile, sostenibile appunto.

Tra i protagonisti del documentario, anche alcuni nomi di cui abbiamo già parlato e che sono stati nostri ospiti nella rubrica ‘L’intervista del mese’: oltre a Marina Spadafora, Niccolò Cipriani di Rifò, Anna Fiscale di Progetto Quid e Francesca Romana Rinaldi, docente esperta di moda sostenibile. Ognuno parla della propria esperienza, di un impegno concreto nella produzione di tessuti, capi e accessori che non rispettino solo l’ambiente ma anche i diritti delle persone, di chi quei prodotti li lavora e li confeziona. Inevitabile da parte di tutti i protagonisti del documentario nominare la fast fashion come ‘nemico’ da combattere, perché socialmente irrispettosa, dannosa per l’ambiente e di scarsa qualità, sia nella fattura che nei materiali.

Bello l’intervento di Marco Scolastici dell’Azienda Agricola Scolastici che produce lana da pecore italiane di razza sopravvissana, originaria della provincia di Macerata, nelle Marche, vicino a dove viviamo anche noi. Marco ha lasciato la facoltà di economia a Roma per fare l’allevatore a Macereto, poi nello stesso anno del terremoto, il 2016. Ma la volontà di restare è stata più forte; ha piantato una yurta (ha scritto anche un libro, ‘Una yurta sull’Appennino’), tenda nata per altre latitudini, la steppa mongola, e lì ha vissuto, seguendo i ritmi della luce, delle stagioni e dei suoi animali. Oltre a produrre latte e formaggio, Marco ricava dalle sue pecore anche la lana, una ri-scoperta quella della fibra, che da rifiuto è diventata una risorsa preziosa per un progetto in fieri di produzione di capi di abbigliamento su prenotazione, con le tecniche delle signore del luogo appassionate di ferri.

Ecco, queste sono le storie che ci appassionano e che rendono rivoluzionaria la moda sostenibile. Intrecci etici ne racconta alcune e ci ricorda, ultima cosa ma non meno importante, che la sostenibilità parte prima di tutto da noi consumatori. Siamo noi che abbiamo davvero il potere di cambiare le cose, passo dopo passo, con il nostro portafoglio e le scelte di tutti i giorni.

Mending for Good lancia una open call

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Nel passaggio al nuovo anno ci siamo fatti degli auguri bellissimi grazie alle mie ospiti, sottintendendo, in modo nemmeno troppo velato, che il 2021 non poteva che essere migliore. Ecco, basta così, aggiungere altro sarebbe superfluo, anche perché siamo ancora in una situazione molto incerta e drammatica, quindi vorrei semplicemente incrociare le dita e passare ai contenuti del nuovo anno, che è meglio.

Portiamoci piuttosto qualcosa di bello dal 2020, qualcosa di cui parlare che è vivo, presente, attuale, come la open call di Mending for Good, agenzia di consulenza che offre soluzioni etiche e creative per la sovrapproduzione e gli scarti dei brand del lusso.

Fondata dalla designer Barbara Guarducci, che nel suo lavoro ha sempre tenuto presente come obiettivo la giustizia sociale, l’agenzia si focalizza su ciò che normalmente, nel mondo della moda, viene trattato come scarto, ridandogli valore attraverso il lavoro di enti, associazioni, cooperative sociali in Italia e in Inghilterra, che recuperano lo scarto o l’invenduto, la rimanenza insomma e lo reinseriscono in un percorso di recupero che diventa anche recupero di persone dal trascorso fragile, con corsi di formazione che mirano alla valorizzazione del sapere artigianale.

La lavorazione, la trasformazione degli scarti sono pensate ad hoc in un contesto di circolarità e di valori sociali condivisi, quindi non solo si rimette in circolo qualcosa che finirebbe buttato o incenerito ma si offrono seconde chance dal punto di vista umano e professionale, anche perché, non dimentichiamolo, il know how artigianale è qualcosa di prezioso che va comunicato e insegnato come una sorta di storytelling.

Per ampliare la propria rete di collaboratori, Mending for Good ha lanciato una open call rivolta a cooperative e realtà artigianali italiane che operano nel tessile, abbiano competenze specialistiche di alto livello e vogliano applicarsi in progetti di produzione circolare di valorizzazione e trasformazione di scarti e/o rimanenze attraverso processi manuali elaborati e originali. 

In particolare, giovani artigiani entusiasti della riscoperta delle proprie capacità manuali, maestri del ‘Saper Fare’, custodi di tecniche che rischiano di scomparire, cooperative sociali appassionate della propria missione combinata alla creazione di prodotti di artigianato di alta qualità.

Lo scopo di Mending for Good è quello di creare una rete che non sia basata unicamente sulle capacità artigianali, ma anche sulla condivisione valoriale il cui fine ultimo è la creazione di una moda onesta, attenta agli sprechi, alle persone e al Pianeta, collaborando con affermati brand e giovani designer internazionali.

Qui il link alla open call, in fondo alla pagina alla voce ‘partecipa’.

PS: avete visto la particolarità del logo di Mending for Good in copertina? E’ stato realizzato su ispirazione degli ‘imparaticci’, i book antichi dedicati ai motivi decorativi e ai rammendi che le donne utilizzavano per i lavori di ricamo. Le figure a contrasto cromatico sulla scritta in nero sono state trasformate in elementi grafici dal team dell’agenzia. Bell’idea!


Sow – School of WRÅD, a scuola di sostenibilità

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Chi segue il blog avrà di certo già sentito parlare di Matteo Ward e del suo WRÅD, che nel tempo è diventato, oltre che marchio di abbigliamento sostenibile, anche servizio di consulenza per i brand che hanno il desiderio di approcciarsi al mondo della responsabilità sociale e ambientale e format educativo per studenti sui costi reali, ambientali e sociali, dell’industria della moda.

Ora Matteo lancia un nuovo progetto, Sow – School of WRÅD, la prima piattaforma indipendente e digitale dedicata interamente alla cultura della sostenibilità, con l’obiettivo urgente e ambizioso di far nascere nelle nuove generazioni una nuova forma di attivismo attraverso la diffusione delle verità intorno al tema della moda e della sostenibilità.

Lo scopo è quello di ispirare e mobilitare un numero sempre più vasto di persone fornendo loro gli strumenti per contrastare lo status quo del fashion system. “Oggi più che mai, dice Matteo, la verità attorno al tema ‘moda e sostenibilità’ è artificiosamente controllata da realtà il cui unico interesse continua a essere il profitto, ai danni di milioni di persone e ambiente, c’è bisogno di chiarezza! Ma anche l’educazione attorno a un tema così importante per la vita sul Pianeta è diventata puramente un business invece che un servizio inclusivo e accessibile per tutti, direzione pericolosa.”

School of WRÅD sarà strutturata con video e testi nei tre moduli ‘Better Design’, ‘Better Communication’ e ‘Better Management’, basandosi su tre pilastri ovvero indipendenza, accessibilità e inclusione, che costituiscono la risposta naturale alla necessità di garantire integrità ai contenuti dei corsi e accessibilità a livello globale in termini di costi, lingua e business model: ogni corso venduto offrirà ai partecipanti di School of WRÅD la possibilità di sponsorizzare la distribuzione gratuita di pacchetti educativi e strutture ai ragazzi cui l’educazione riguardo al tema è oggi negata, come in Vietnam, Bangladesh, India e anche Iran grazie alla collaborazione con Fashion Revolution Iran.

Sempre in collaborazione con Fashion Revolution, WRÅD è riuscito a diffondere gratuitamente i propri progetti educativi a più di 11.000 studenti italiani di scuole superiori secondarie e università nel 2018 e 2019, a stipulare partnership con 16 università e a distribuire un suo workshop in 102 paesi nel mondo.

School of WRÅD sarà successivamente aperta anche a terzi, dando la possibilità a professionisti, innovatori e creativi di presentare e promuovere i propri corsi purché in linea con lo scopo della scuola e con i suoi tre macro-temi: design sostenibile, comunicazione responsabile e management per lo sviluppo sostenibile.

Per il lancio del progetto SOW – School of WRÅD, il 24 novembre scorso è stata lanciata una crowdfunding campaign nella piattaforma Indiegogo, dando la possibilità al pubblico di partecipare alla costruzione del progetto e diventare fondatori della scuola. La campagna di raccolta fondi alla quale tutti sono chiamati a dare il proprio contributo e che scadrà a fine anno è necessaria per supportare WRÅD nella produzione finale della piattaforma digitale e nella traduzione dei contenuti in più lingue locali come Hindi e Farsi, step necessario per rendere ancora più inclusivo il progetto abbattendo barriere linguistiche.

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