22 / Gennaio / 2021

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Mending for Good lancia una open call

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Nel passaggio al nuovo anno ci siamo fatti degli auguri bellissimi grazie alle mie ospiti, sottintendendo, in modo nemmeno troppo velato, che il 2021 non poteva che essere migliore. Ecco, basta così, aggiungere altro sarebbe superfluo, anche perché siamo ancora in una situazione molto incerta e drammatica, quindi vorrei semplicemente incrociare le dita e passare ai contenuti del nuovo anno, che è meglio.

Portiamoci piuttosto qualcosa di bello dal 2020, qualcosa di cui parlare che è vivo, presente, attuale, come la open call di Mending for Good, agenzia di consulenza che offre soluzioni etiche e creative per la sovrapproduzione e gli scarti dei brand del lusso.

Fondata dalla designer Barbara Guarducci, che nel suo lavoro ha sempre tenuto presente come obiettivo la giustizia sociale, l’agenzia si focalizza su ciò che normalmente, nel mondo della moda, viene trattato come scarto, ridandogli valore attraverso il lavoro di enti, associazioni, cooperative sociali in Italia e in Inghilterra, che recuperano lo scarto o l’invenduto, la rimanenza insomma e lo reinseriscono in un percorso di recupero che diventa anche recupero di persone dal trascorso fragile, con corsi di formazione che mirano alla valorizzazione del sapere artigianale.

La lavorazione, la trasformazione degli scarti sono pensate ad hoc in un contesto di circolarità e di valori sociali condivisi, quindi non solo si rimette in circolo qualcosa che finirebbe buttato o incenerito ma si offrono seconde chance dal punto di vista umano e professionale, anche perché, non dimentichiamolo, il know how artigianale è qualcosa di prezioso che va comunicato e insegnato come una sorta di storytelling.

Per ampliare la propria rete di collaboratori, Mending for Good ha lanciato una open call rivolta a cooperative e realtà artigianali italiane che operano nel tessile, abbiano competenze specialistiche di alto livello e vogliano applicarsi in progetti di produzione circolare di valorizzazione e trasformazione di scarti e/o rimanenze attraverso processi manuali elaborati e originali. 

In particolare, giovani artigiani entusiasti della riscoperta delle proprie capacità manuali, maestri del ‘Saper Fare’, custodi di tecniche che rischiano di scomparire, cooperative sociali appassionate della propria missione combinata alla creazione di prodotti di artigianato di alta qualità.

Lo scopo di Mending for Good è quello di creare una rete che non sia basata unicamente sulle capacità artigianali, ma anche sulla condivisione valoriale il cui fine ultimo è la creazione di una moda onesta, attenta agli sprechi, alle persone e al Pianeta, collaborando con affermati brand e giovani designer internazionali.

Qui il link alla open call, in fondo alla pagina alla voce ‘partecipa’.

PS: avete visto la particolarità del logo di Mending for Good in copertina? E’ stato realizzato su ispirazione degli ‘imparaticci’, i book antichi dedicati ai motivi decorativi e ai rammendi che le donne utilizzavano per i lavori di ricamo. Le figure a contrasto cromatico sulla scritta in nero sono state trasformate in elementi grafici dal team dell’agenzia. Bell’idea!


Sow – School of WRÅD, a scuola di sostenibilità

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Chi segue il blog avrà di certo già sentito parlare di Matteo Ward e del suo WRÅD, che nel tempo è diventato, oltre che marchio di abbigliamento sostenibile, anche servizio di consulenza per i brand che hanno il desiderio di approcciarsi al mondo della responsabilità sociale e ambientale e format educativo per studenti sui costi reali, ambientali e sociali, dell’industria della moda.

Ora Matteo lancia un nuovo progetto, Sow – School of WRÅD, la prima piattaforma indipendente e digitale dedicata interamente alla cultura della sostenibilità, con l’obiettivo urgente e ambizioso di far nascere nelle nuove generazioni una nuova forma di attivismo attraverso la diffusione delle verità intorno al tema della moda e della sostenibilità.

Lo scopo è quello di ispirare e mobilitare un numero sempre più vasto di persone fornendo loro gli strumenti per contrastare lo status quo del fashion system. “Oggi più che mai, dice Matteo, la verità attorno al tema ‘moda e sostenibilità’ è artificiosamente controllata da realtà il cui unico interesse continua a essere il profitto, ai danni di milioni di persone e ambiente, c’è bisogno di chiarezza! Ma anche l’educazione attorno a un tema così importante per la vita sul Pianeta è diventata puramente un business invece che un servizio inclusivo e accessibile per tutti, direzione pericolosa.”

School of WRÅD sarà strutturata con video e testi nei tre moduli ‘Better Design’, ‘Better Communication’ e ‘Better Management’, basandosi su tre pilastri ovvero indipendenza, accessibilità e inclusione, che costituiscono la risposta naturale alla necessità di garantire integrità ai contenuti dei corsi e accessibilità a livello globale in termini di costi, lingua e business model: ogni corso venduto offrirà ai partecipanti di School of WRÅD la possibilità di sponsorizzare la distribuzione gratuita di pacchetti educativi e strutture ai ragazzi cui l’educazione riguardo al tema è oggi negata, come in Vietnam, Bangladesh, India e anche Iran grazie alla collaborazione con Fashion Revolution Iran.

Sempre in collaborazione con Fashion Revolution, WRÅD è riuscito a diffondere gratuitamente i propri progetti educativi a più di 11.000 studenti italiani di scuole superiori secondarie e università nel 2018 e 2019, a stipulare partnership con 16 università e a distribuire un suo workshop in 102 paesi nel mondo.

School of WRÅD sarà successivamente aperta anche a terzi, dando la possibilità a professionisti, innovatori e creativi di presentare e promuovere i propri corsi purché in linea con lo scopo della scuola e con i suoi tre macro-temi: design sostenibile, comunicazione responsabile e management per lo sviluppo sostenibile.

Per il lancio del progetto SOW – School of WRÅD, il 24 novembre scorso è stata lanciata una crowdfunding campaign nella piattaforma Indiegogo, dando la possibilità al pubblico di partecipare alla costruzione del progetto e diventare fondatori della scuola. La campagna di raccolta fondi alla quale tutti sono chiamati a dare il proprio contributo e che scadrà a fine anno è necessaria per supportare WRÅD nella produzione finale della piattaforma digitale e nella traduzione dei contenuti in più lingue locali come Hindi e Farsi, step necessario per rendere ancora più inclusivo il progetto abbattendo barriere linguistiche.

Haute couture a ‘gonfie vele’

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Altro merito della moda etica è di aver sdoganato riciclo e upcycling, rendendoli qualcosa di chic. Dimentichi di ciò che era un rifiuto o comunque qualcosa di poco valore, li vediamo trasformati in oggetti del desiderio, come succede ad esempio con un capo haute couture o un accessorio visto sulle ultime passerelle.

La collezione di Federica Nardoni Spinetta, designer ma anche Presidente e Fondatrice della Camera della Moda del Principato di Monaco, rientra in questa categoria ovvero l’haute couture sostenibile perché con il suo marchio, Beach & Cashmere, fondato nel 2005, realizza collezioni sostenibili, l’ultima interamente realizzata con le vele usate della Classe Smeralda 888 dello Yacht Club di Monaco, barca di 8,88 m con 3 membri di equipaggio e timoniere.

La prima collezione sostenibile di Beach & Cashmere è stata ‘Save the Ocean’, creata per sensibilizzare sull’inquinamento degli oceani e prodotta con tessuti sostenibili e materiali recuperati dal mare, come le reti da pesca, di cui abbiamo parlato diverse volte nei nostri post. A questa, sono seguite altre collezioni come la ‘Save the Reef’, dedicata alla Barriera Corallina, la ‘Save the Nature’, sulla tutela degli animali o la ‘No Waste’, prodotta con tessuti di scarto.

L’ultima collezione si chiama ‘Under Full Sails’ e come dicevo prima è stata realizzata in collaborazione con la Classe Smeralda 888 dello Yacht Club di Monaco, che ha fornito le vele usate e rotte, invece che gettarle via. Diverse le tipologie: dalle vele colorate dello spinnaker a quelle tecniche per le regate, anche se le più utilizzate restano le classiche vele in teflon o dacron, materiale che dà la possibilità di dipingere direttamente sulla vela, permettendo la personalizzazione e la creazione di diversi disegni.

Le vele riciclate sono state così utilizzate come ‘tessuti haute couture, creando outfit glamour e contemporaneamente sostenibili, abiti di alta qualità che rispettano l’ambiente. Long dress, top e gonne fatti non solo con le vele usate ma anche con accessori tipicamente marinari come corde da vela originali, drizze e moschettoni. Anche i nomi degli outfit sono ispirati al mare e presi in prestito dalla Rosa dei Venti: dall’abito Mistral alla gonna Ponente, dall’abito Tramontane al top Libeccio, dal Top Scirocco alla gonna Gregale fino al top Ostro e alla gonna Levante.

Oltre a progettare collezioni sostenibili, Federica Nardoni Spinetta è impegnata in prima linea nella sensibilizzazione e nella protezione del Pianeta, per questo ha recentemente lanciato il movimento #sustainabletogether insieme ad altri designer sostenibili in tutto il mondo e sta promuovendo conferenze sulla sostenibilità.

YATAY, no more plastic

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E’ una realtà assodata e positiva che i marchi del luxury si stiano piano piano adeguando a scelte più sostenibili in tutte le fasi della loro produzione, e questo sia per l’abbigliamento che per gli accessori.

Ho parlato recentemente degli ultimi modelli di Reebok, realizzati con materiali naturali e biodegradabili, oggi vi presento la collaborazione che YATAY, marchio di sneaker vegane di alta gamma made in Italy, ha avviato con No More Plastic, fondazione no-profit che si occupa della salvaguardia degli oceani, lanciando la campagna #walkwithus per sensibilizzare sul problema delle micro-plastiche che infestano gli ecosistemi marini e acquatici.

Le micro-plastiche sono una minaccia tanto subdola quanto micidiale proprio per la loro frammentazione in particelle minuscole che in acqua vengono scambiate dai piccoli esseri viventi marini in plancton; mangiandole, le inseriscono nella catena alimentare in cui poi vengono coinvolti altri organismi insieme ai loro predatori. E la catena può continuare sino a raggiungere le nostre tavole. Controllare l’immissione di tali plastiche nell’ambiente significa quindi salvaguardare in primis la fauna marina ma anche noi stessi.

La diffusione delle micro-plastiche può avvenire anche attraverso le nostre scarpe che, se realizzate in materiale plastico, permettono la loro diffusione nell’atmosfera attraverso l’evaporazione.

A supporto della campagna #walk with us con No More Plastic, YATAY ha lanciato una capsule collection firmata da 4 ambasciatrici globali: Cindy Bruna, Azza Slimene, Helena Christensen e Amelia Windsor. Ognuna ha personalizzato il proprio modello combinando una palette di colori che richiama gli oceani e i fondali marini, quindi più colorata, oppure optando per nuance più neutre come il classico black & white (foto di copertina).

Le YATAY IRORI, così si chiamano, sono realizzate in materiali innovativi a base biologica ovvero i bio-polioli, polimeri estratti da cereali e mais, insieme a legno, gomma e plastica riciclata; sono disponibili in pre-order sul sito ufficiale YATAY in una sezione dedicata al progetto e il 50% dei profitti sarà devoluto a No More Plastic per le proprie attività di ricerca e sensibilizzazione.

“E’ un piacere e un orgoglio poter presentare questa partnership, dice Umberto De Marco, fondatore di YATAY. Collaborare con No More Plastic su un progetto divertente in termini di creatività, ma assolutamente concreto in termini di impegno verso un cambiamento possibile, è un altro importante passo per rafforzare la nostra mission. Penso che l’industria della moda, così come qualsiasi altra, non possa più permettersi di ignorare il proprio impatto sull’ambiente. Con il progetto YATAY l’impegno è quello di abbracciare la causa ambiente e sostenibilità, grazie a pratiche etiche e materiali innovativi per una produzione sempre più sostenibile e all’avanguardia”.

Reebok, sneaker tutte al naturale

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Sì, ogni tanto ci capita di parlare anche di scarpe e soprattutto di sneaker, sostenibili naturalmente. Molti marchi sportivi si stanno muovendo in una direzione più green, in passato abbiamo parlato dell’impegno di Nike, con luci e ombre dovute, queste ultime, alla poca trasparenza in fatto di diritti umani e metodi produttivi nelle fabbriche oltreoceano, mentre Adidas e Reebok risultano, nell’ultimo report ‘Fashion Transparency Index‘ di Fashion Revolution, ai primi posti della classifica con un punteggio del 69%, quindi diciamo che sono più virtuose.

E una dimostrazione la dà proprio Reebok con le ultime sneaker presentate; dalla collezione Cotton & Corn ecco il modello Club C realizzato in due versioni: la Club C Cotton & Corn, realizzata con prodotti di origine naturale e una tomaia in cotone 100% e Club C Wool & Corn, realizzata con una tomaia lana 100% naturale. Materiale biologico anche per le suole, fatte in propandiolo Susterra, sostanza derivata dal mais, mentre la soletta è in olio di semi di ricino.

Poi c’è Forever Floatride GROW, la scarpa da running che è una versione aggiornata della Forever Floatride Energy 2 Reebok, già pluripremiata per essere stata realizzata con sostanze vegetali, appunto. Questo nuovo modello ha una suola altamente ammortizzata e reattiva fatta con semi di ricino coltivati in modo sostenibile, mentre la tomaia è realizzata con materiale proveniente dall’albero dell’eucalipto, naturalmente biodegradabile, altamente resistente e traspirante. Alga bloom, dalle alghe marine, forma la soletta interna anti-odore e la gomma naturale proveniente dall’albero omonimo la suola, rendendola resistente e reattiva.

Queste ultime sneaker fanno parte dell’impegno che Reebok ha preso da anni nella sostenibilità, muovendosi in due direzioni:

  • – (Ree)grow: prodotti realizzati con materiale di origine naturale
  • – (Ree)cycle: prodotti in materiali riciclati o ri-proposti con l’obiettivo di ridurre l’utilizzo del poliestere vergine fino alla sua eliminazione totale entro il 2024.

“La terra è l’arena del runner, dice Matt O’Toole, presidente di Reebok, e abbiamo la responsabilità di disintossicarla”.

Queste scarpe, come tante altre create negli ultimi anni anche nell’ambito dello sportswear, ci dimostrano che i materiali derivanti da fonti naturali sono una risposta valida ed efficace all’esigenza di prodotti e processi di produzione a minore impatto ambientale. Quindi perché non investire su di essi, perché non investire sulla natura, che ci fornisce già di tutto?

Sostenibilità a 360° con il corso di Out of Fashion

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Finalmente settembre. Lo dico perché per me, come penso per tanti di voi, quella che sta volgendo al termine è un’estate un po’ anomala per i motivi che sappiamo, percepita come una situazione di stallo, di attesa di una ripartenza. Ecco, io vedo settembre come una ripresa, personalmente anche del lavoro e dei miei progetti, quindi chiedo al Covid di avere pietà delle nostre vite già abbastanza precarie e minate in questa gran parte dell’anno ormai sfumata, oltre che ribadire responsabilità da parte di tutti.

Detto ciò, settembre è anche il mese della ripresa delle attività scolastiche e formative e, nell’ambito della moda, ho piacere di segnalarvi e parlare oggi di Out of Fashion, corso di alta formazione sulla moda sostenibile inaugurato nel 2014 da Connecting Cultures, agenzia non profit di ricerca e produzione culturale che ha come tema fondante il concetto di sostenibilità nell’arte e nel design.

L’edizione di quest’anno, realizzata in collaborazione con l’ente di formazione POLI.Design, oltre che con CNA Milano, Fondazione Gianfranco Ferré e il sostegno del Consolato Generale dei Paesi Bassi, si presenta con contenuti rinnovati, soprattutto alla luce dell’emergenza Covid e di come essa abbia messo completamente in discussione l’industria della moda tutta, con la conseguente necessità di rivedere metodi produttivi e di consumo, oltre che la mentalità stessa degli addetti ai lavori e dei consumatori.

Quindi ecco che il corso di Out of Fashion si pone lo scopo di formare figure professionali in grado di affrontare e rispondere a questi cambiamenti sistemici, da ricercare più nei processi che negli oggetti ma anche nella relazione tra questi ultimi e il contesto, mai statico ma dinamico.

In particolare il corso si rivolge a professionisti, quadri, imprenditori emergenti e giovani lavoratori nei settori della moda, del tessile, degli accessori e del retail provenienti da aree funzionali relative a sviluppo del prodotto, design, fashion design, progettazione tecnica, pubbliche relazioni e comunicazione, marketing ma è aperto anche a studenti e neo-laureati fortemente motivati.

La sostenibilità nel settore tessile, abbigliamento e accessori sarà affrontata in tutti i suoi molteplici aspetti: nuovi modelli di business, fibre, materiali organici, sintetici, sostenibilità ambientale, innovazioni tecnologiche, tracciabilità della filiera, responsabilità d’impresa e diritti dei lavoratori, comunicazione e relazione con il consumatore, case histories di successo.

Al termine del corso, i partecipanti avranno acquisito la conoscenza di processi di produzione più efficienti e saranno in grado di orientarsi nel complesso contesto della sostenibilità, proponendo soluzioni attuabili e concrete. Al termine delle lezioni verrà rilasciato un attestato di frequenza.

I temi del corso saranno proposti con una formula di sei moduli di due giorni ciascuno che si terranno il venerdì e il sabato in modalità online, per un totale di 72 ore dal 18 settembre prossimo al 20 febbraio 2021. Per ulteriori info e le modalità di iscrizione potete andare a questo link.

Via al progetto ‘Stand up’: c’è anche il Museo del Tessuto di Prato

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Nell’ultimo post abbiamo parlato del fiorire di tante start up impegnate nella moda sostenibile, portando l’esempio di ‘Good Sustainable Mood’, entrata nell’acceleratore di ‘Le Village by CA’; perché se da un lato c’è tutto questo fermento progettuale e innovativo, ci vuole che dall’altro ci sia chi sostiene e investe. Oltre agli hub di innovazione ci sono anche bandi e progetti a sostegno di progetti orientati alla moda green, come ‘Stand Up’, finanziato dall’Unione Europea.

‘Stand Up – Azione sul Tessile Sostenibile per lo Sviluppo e il Networking di imprese di economia circolare nel Mediterraneo’, ideato nell’ambito del Programma ENI-CBC MED (programmi di cooperazione transfrontaliera che riguardano le regioni che si affacciano sul Mediterraneo), si focalizza sul supporto a imprese e imprenditori eco-innovativi nel settore tessile-abbigliamento.

Il progetto si pone l’obiettivo di fornire un ampio range di soluzioni e strumenti innovativi, come training, consulenze tecniche e di design, supporto finanziario, opportunità di mercato, trasferimento tecnologico, con l’obiettivo di stimolare la nascita e la crescita di imprese e di creare opportunità di impiego nell’area mediterranea e al contempo di ridurre l’impatto ambientale del settore.

I Paesi mediterranei coinvolti nel progetto ‘Stand Up’ saranno Egitto, Italia, Libano, Spagna, Tunisia; circa 200 start-up e aziende giovani beneficeranno del progetto, mentre pari opportunità saranno assicurate a donne e giovani imprenditori tra i 25 e i 35 anni).

In particolare ‘Stand Up’ organizzerà un programma di training e supporto tecnico – stilistico per permettere alle imprese di svilupparsi e crescere, offrirà supporto finanziario attraverso una serie di voucher, aggregherà e stimolerà il mercato di prodotti e servizi ecosostenibili attraverso una piattaforma aperta per l’ innovazione, supporterà il trasferimento tecnologico attraverso un marketplace, sosterrà la protezione dei diritti intellettuali attraverso la creazione di una comunità virtuale, stimolerà il cambiamento delle politiche, lancerà una campagna di consapevolezza sull’importanza della produzione e del consumo sostenibile nel settore Tessile e Abbigliamento e un premio all’eco-innovazione.

E il Museo del Tessuto di Prato parteciperà a ‘Stand Up’ svolgendo il ruolo di responsabile della comunicazione istituzionale; oltre a ciò, prenderà parte attivamente a tutte le attività previste sui territori del partenariato, con un’azione di sensibilizzazione e coinvolgimento delle aziende del distretto tessile abbigliamento di Prato e della Toscana.

Soddisfatto Francesco Marini, Presidente della Fondazione del Museo: “Stand Up! offrirà servizi innovativi alle piccole e medie imprese della nostra area – con particolare attenzione alle start up, alle aziende di recente costituzione e alle imprese gestite da giovani 25 -35 anni e da donne, con l’obiettivo di rafforzare l’innovazione, la sostenibilità, l’approccio circolare del comparto. Per il nostro Museo è un passo importante, in quanto conferma la nostra natura di istituzione culturale collegata al mondo delle imprese, fortemente proiettata nel presente e nel futuro del nostro settore”.

Gucci prova a vivere ‘Off The Grid’

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Ormai è una certezza: il Covid e tutto ciò che ha comportato hanno dato un forte scossone al sistema moda e i risultati si stanno già vedendo. Da un lato una crisi profonda delle catene di fast fashion con negozi chiusi, fatturati ai minimi storici, stock accumulatisi nei magazzini, dall’altro una presa di posizione dei marchi del lusso, decisi a cambiare radicalmente approcci e modalità produttive (abbiamo già parlato del manifesto Open Letter to the Fashion Industry voluto da Dries Van Noten) verso una più spiccata sostenibilità.

In questo senso anche Gucci manifesta già da un po’ l’intenzione di spostarsi verso una produzione sempre più etica, attenta all’ambiente e ai diritti dei lavoratori; la loro piattaforma Gucci Equilibrium è nata proprio per spiegare e fornire aggiornamenti sulle pratiche sociali e ambientali del marchio con link diretti alle policy dell’azienda e del gruppo nel suo complesso.

Il direttore creativo di Gucci, Alessandro Michele, neanche un mese fa, ha annunciato di voler eliminare tre appuntamenti dal calendario delle sfilate perché “fare 5 show non è più accettabile”; anche per Michele è arrivato il momento di rallentare dando “ossigeno anche ai piccoli, perché il sistema permette di correre solo ai grandi”.

Conferma della direzione presa è ‘Gucci Off The Grid’, la prima linea sostenibile del marchio realizzata utilizzando solo materiali riciclati biologici provenienti da materiali rinnovabili; la collezione, che comprende articoli ready-to-wear, accessori, calzature e valigeria, tutti genderless com’è nello stile di Michele, ha una testimonial d’eccezione, Jane Fonda, che a 82 anni non perde il suo piglio combattivo dedicandosi alla lotta ambientale (qualche mese fa si era fatta arrestare per aver protestato contro il cambiamento climatico). 

Uno dei materiali utilizzati per la collezione è Econyl, il nylon rigenerato prodotto dall’italiana Aquafil, ormai scelto da moltissimi marchi sia per gli accessori come borse e zaini, sia per abbigliamento e swimwear.

E anche l’ambientazione della campagna di ‘Gucci Off The Grid’ è a tema, con una comunità che si trasferisce in una capanna sugli alberi nel cuore di una metropoli circondata da grattacieli di cemento e vetro provando a vivere, appunto, ‘off the grid’.

Della collezione Alessandro Michele dice: “ho immaginato che potessimo costruire tutti insieme, un po’ come dei bambini che giocano nel parco, una casa sull’albero nel centro di una metropoli, perché tutti noi abbiamo bisogno di costruire questa casa o di scoprire che esiste il pianeta anche dove ci sembra che non ci sia o che sia lontano”.

I 7 vizi capitali del fast fashion

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Apro questo mese di giugno, che avvia la nostra vita verso la cosiddetta fase 3 del post-pandemia (un ulteriore passo verso la normalità con l’apertura fra regioni) toccando nuovamente un argomento affrontato sotto vari aspetti in queste ultime settimane di uscita dall’emergenza.

Mi riferisco ai cambiamenti cui sta andando incontro il settore moda, alle riflessioni e alle proposte che stanno emergendo dagli stessi addetti, che siano designer, retailer, produttori, come ad esempio la lettera aperta all’industria della moda di Dries Va Noten di cui abbiamo parlato pochi giorni fa.

Interessante a questo proposito lo studio condotto da Espresso Communication per Bigi Cravatte Milano su oltre 20 testate internazionali di tendenze e attualità nei campi della moda, del design e del lifestyle e dedicato al fenomeno del ‘back in time’, trend che mira a riportare la moda a un passato virtuoso, riscoprendo i valori di un tempo, per riparare ai danni causati dai 7 vizi capitali del fast fashion. 

La quarantena ha costretto tutti noi a rallentare il passo, aprendo la porta a uno stile di vita più semplice, fatto quasi esclusivamente di acquisti necessari, meno sprechi e più tempo trascorso in famiglia. Ed è così che, amplificando un trend già in atto da qualche tempo, si comincia a dare ulteriore importanza all’artigianato e ai prodotti realizzati a mano e in modo sostenibile.

L’idea sarebbe quella, quindi, di riscoprire il passato e riprenderne alcuni valori, cogliendo l’occasione per rimediare ai vizi capitali cui parte del fashion ha ceduto negli ultimi anni:

  • superbia, ovvero pensare di essere più importanti del Pianeta, occorre quindi ripensare il sistema di produzione, preferendo tessuti e lavorazioni compatibili con la salute della Terra e dei suoi abitanti;
  • avarizia, cioè farsi guidare esclusivamente dal profitto e optare per manifatture a basso prezzo; preferire lavorazioni industriali a quelle manuali e di qualità può non essere la scelta vincente, dato che oggi l’artigianalità rappresenta un valore aggiunto, capace di guidare le scelte del consumatore e incrementare le vendite;
  • lussuria, che significa cercare di soddisfare i piaceri dei clienti con capi fatti per non durare. Riscoprire invece abiti dimenticati e riadattarli è per esempio un trucco utile per rinnovare il guardaroba senza fare nuovi acquisti;
  • invidia, ovvero desiderare di essere come chi produce tanto, non come chi produce bene. Da tempo sono diversi i brand che hanno optato per massicce delocalizzazioni, mentre la produzione locale tornerà protagonista di una fase di espansione e gli atelier artigianali vivranno un momento di rinascita. Parola chiave sarà glocalizzazione, un approccio che consiste nel mantenere le specificità locali, aprendosi però a un mercato globale;
  • gola, cioè produrre un’eccessiva quantità di capi durante il corso dell’anno. Il possibile antidoto potrebbe essere di creare una sola collezione per stagione e riproporre le rimanenze degli anni precedenti;
  • ira, arrabbiarsi per l’emergenza in corso: in questo momento l’imperativo è non limitarsi a osservare la situazione in corso con frustrazione, ma utilizzare questo tempo per organizzarsi e costruire un nuovo rapporto con i clienti;
  • infine accidia, resistenza al cambiamento: nonostante le evidenze che mostravano le debolezze del fast fashion, il settore non ha modificato le proprie abitudini negli ultimi anni. Ed ecco che ora la moda si vede costretta a superare questa avversione al rinnovamento e a costruire un futuro diverso.

Puntare quindi su glocalizzazione, sostenibilità, artigianalità, coerenza e tradizione, guardando al passato ma per costruire un futuro diverso, può rappresentare il modo giusto e più rispettoso per ripartire dopo questo terribile stop.

La foto di copertina è di Will Buckner

Il vento del cambiamento soffia sul post-pandemia

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Toni Maticevski's catwalk Photo: Peter Duhon

Dei possibili scenari post-pandemia che il mondo della moda si troverà, anzi, si sta già trovando davanti, ne abbiamo parlato citando l’intervento di Simone Cipriani sul magazine online Drapers; lì ci si riferiva soprattutto alla pesante ricaduta della pandemia sulle economie dei Paesi più poveri, degli ordini annullati, delle tonnellate di prodotti ammassate dentro i magazzini in attesa della ripresa dei flussi commerciali.

Ma naturalmente la pandemia ha portato alla riflessione anche i designer, i CEO e i proprietari dei grandi marchi internazionali che in questi ultimi drammatici mesi si sono espressi per un cambiamento radicale del sistema di cui loro stessi devono accettare giocoforza i meccanismi.

Il primo a uscire allo scoperto dallo scoppio della pandemia è stato Giorgio Armani con la sua lettera aperta dei primi di aprile al magazine WWD Women’s Wear Daily, in cui esprimeva l’assurdità dello stato attuale delle cose, “con la sovrapproduzione di capi e un disallineamento criminale tra il tempo e la stagione commerciale”. Il desiderio forte di un rallentamento, di privilegiare il “lusso del tempo”, di non essere più schiavi dei cicli pazzi della fast fashion cui il segmento del lusso si è adeguato imitandone i metodi operativi rappresentano per Armani “l’unica via d’uscita” per ridare valore al lavoro dei designer.

Alla lettera di Armani, un sollecito al risveglio delle coscienze di tutto il settore, è seguita, il 12 maggio scorso, un’altra lettera, o meglio un vero e proprio manifesto online, Open Letter to the Fashion Industry, firmato da un gruppo di designer e di retailer del settore luxury capeggiato da Dries Van Noten e a cui hanno aderito, tra gli altri, Erdem Moralioglu, Thom Browne e Tory Burch insieme a retailer come Nordstrom e Selfridges. 

In cosa consiste il manifesto? Prima di tutto si pone l’obiettivo di adeguare la stagionalità dell’abbigliamento femminile e maschile a partire dall’autunno/inverno 2020, creando un flusso più equilibrato e contemporaneamente dando più tempo per fruire dei prodotti. Focus poi sulla sostenibilità lungo tutta la catena di approvvigionamento, con prodotti meno inutili, minori sprechi di tessuti e di inventario, meno viaggi. E poi più utilizzo del mezzo digitale rivedendo e adattando le sfilate di moda. Il manifesto termina con l’auspicio che “lavorando insieme, questi passi consentano al nostro settore di diventare più responsabile riguardo all’impatto sui nostri clienti, sul pianeta e sulla comunità della moda, riportando la magia e la creatività che hanno reso la moda una parte così importante del nostro mondo”.

La lettera aperta all’industria della moda è il risultato di una serie di conversazioni avvenuta durante la pandemia tra ‘attori’ che di quell’industria fanno parte con ruoli di spicco; a proposito della sua iniziativa, Dries Van Noten ha dichiarato a Vogue che un passo indietro era necessario, interrogandosi contemporaneamente su quanto avesse senso continuare in quel modo.

E l’ultima presa di posizione post-pandemia è venuta da Alessandro Michele di Gucci che, incontrando ieri la stampa in videoconferenza, ha annunciato di voler eliminare tre appuntamenti perché “fare 5 show non è più accettabile”. Anche per Michele è arrivato il momento di rallentare dando “ossigeno anche ai piccoli, perché il sistema permette di correre solo ai grandi”.

Il vento del cambiamento soffia forte sul post-pandemia. Avanti così.

 

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