3 / Febbraio / 2023

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Fashion Deserves the World #2

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Giunge alla sua seconda edizione ‘Fashion Deserves the Word’, il progetto lanciato il 20 giugno 2021 in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato e sviluppato in collaborazione con l’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), la start-up Mygrants e la Camera della Moda Italiana (CNMI).

Studiato per facilitare l’ingresso di rifugiati e migranti nel mondo della moda, ‘Fashion Deserves the World’ offre la possibilità a 15 giovani di accedere gratuitamente a una serie di servizi di formazione tecnica e di intraprendere un vero e proprio percorso lavorativo nel settore.

Presentato a Milano a dicembre scorso durante una conferenza stampa con la partecipazione del presidente di CNMI Carlo Capasa, la seconda edizione del progetto si concentrerà sull’artigianalità e fornirà ai partecipanti le competenze necessarie per ricoprire in aziende di moda alcuni ruoli particolarmente richiesti, come il sarto, il modellista e il ricamatore.

Tra i requisiti per partecipare al progetto, la cittadinanza di paesi terzi titolari del permesso di soggiorno CE per i soggiornanti di lungo periodo o che siano richiedenti e/o titolari di uno status di protezione (rifugiato, protezione sussidiaria, protezione temporanea, protezione speciale, permessi speciali rilasciati per cure mediche, calamità, atti di particolare valore civile, protezione sociale, vittime di violenza domestica, sfruttamento lavorativo) o titolari di un permesso di soggiorno in corso di validità.

Le domande ricevute da Mygrants e i risultati della pre-selezione vengono condivisi con Camera Nazionale della Moda Italiana, con la creazione di una shortlist proposta da Mygrants e UNHCR basata sull’effettiva aderenza ai requisiti generali ma la scelta finale delle candidature rimane esclusiva competenza di CNMI.

I 15 finalisti parteciperanno nel mese di marzo/aprile 2023 a una serie di incontri per approfondire argomenti che vanno dalla conoscenza dei materiali e le tecniche di produzione fino a workshop pratici, e una volta terminata la formazione, CNMI, UNHCR e Mygrants supporteranno i profili nel processo di placement, segnalandoli alle aziende italiane associate a Camera Nazionale della Moda Italiana. 

Per chi fosse interessato a partecipare a ‘Fashion Deserves the World’, c’è tempo fino al 31 gennaio prossimo per inviare le candidature, ecco il link all’application form e nella stessa pagina si trovano anche il regolamento e altre informazioni utili.

La European Fashion Alliance al suo primo summit

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Scusate il ritardo con cui inauguro il 2023 ma sono stata fuori ripromettendomi di prendere una pausa, che altrimenti non stacco mai e così è stato.

Cercando un argomento con cui cominciare l’anno, oltre a ricordarvi che dal 1° gennaio è entrato in vigore l’obbligo di etichettatura ecologica degli imballaggi, ho pensato di aggiornarvi sull’attività della European Fashion Alliance (EFA) che, come organo ‘politico’ transnazionale del sistema moda, vuole mandare segnali di concreto attivismo parallelamente alle decisioni prese dalle istituzioni europee in materia.

Questo network della moda, che riunisce 25 istituzioni nazionali e regionali di 18 Paesi europei del settore, tra cui la nostra Camera della Moda, ha organizzato un primo summit (parliamo degli ultimi mesi del 2022) per discutere e concordare un pacchetto di misure in grado di sostenere e promuovere il processo di trasformazione (a me piacerebbe chiamarla ‘transizione’) dell’industria della moda in Europa. 

Un dibattito che ha avuto come tema principale il ‘Green Deal’ lanciato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen nel 2019 per portare le emissioni di gas serra a zero entro il 2050 e a cui anche l’industria della moda deve urgentemente contribuire, come responsabile del proprio pesante impatto ambientale.

A tal fine sono stati definiti quattro obiettivi per il periodo 2023-2027 basati su: sostenibilità, educazione, policy e innovazione.

  1. Innanzitutto definire un codice di condotta etico, sociale e sostenibile per i membri dell’EFA, che si estenda a tutta l’industria della moda;
  2. il ‘Green Deal’ della moda europea deve essere fondato su un ecosistema della moda circolare e sociale e basarsi su dati e su un sistema di misurazione condivisi;
  3. necessaria poi la creazione e l’applicazione di pratiche di formazione sostenibile, tecnologica e di responsabilità sociale e culturale per i principali stakeholder dell’EFA;
  4. infine l’empowerment delle nuove generazioni come forze trainanti di valore nella transizione digitale, circolare e sociale dell’industria della moda.

La nostra missione è educare i consumatori e i marchi di moda su cosa significhi essere sostenibili e dare grande valore alla creatività, sottolineando il nostro apprezzamento per tutte le persone che stanno dietro al sistema, ha commentato Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, e uno dei ruoli principali dell’EFA è quello di coinvolgere i nostri associati nello storytelling di ciò che sta dietro ai loro prodotti e di rappresentare una nuova idea di moda del futuro. Collaborando nell’EFA, possiamo mostrare ad altri settori cosa si può ottenere lavorando tutti insieme”.

Shein, enough is enough!

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Non so a voi ma a me Shein ha davvero stancato! Su Instagram non fanno altro che taggarmi nelle stories proponendomi collaborazioni da influencer, se non fosse che lo fanno con tanti profili, penserei che è una provocazione bella e buona.

Non ho ancora digerito le notizie trapelate dal documentario del canale britannico Channel 4, ‘Untold: Inside The Shein Machine’, realizzato da un reporter sotto copertura che ha portato alla luce le condizioni di lavoro degli operai di due stabilimenti di Guangzhou, in Cina, cui Shein appalta la produzione e ora un altro boccone amaro, con l’indagine di Greenpeace Germania sulle sostanze chimiche contenute nei capi del colosso cinese dell’ultra-fast fashion.

È successo che Greenpeace Germania ha fatto analizzare in un laboratorio indipendente 47 capi acquistati dai siti web di Shein in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera e 5 da un negozio fisico di Monaco di Baviera: il 15% di essi è risultato eccedente di quantità di sostanze chimiche pericolose rispetto ai livelli consentiti dalle leggi europee. In altri quindici prodotti, il 32%, le concentrazioni di queste sostanze si sono attestate a livelli comunque preoccupanti.

Si parla di sostanze come formaldeide, ftalati, PFAS, metalli pesanti; immaginatevi che la presenza di almeno una di queste sostanze è stata registrata nel 96% dei prodotti analizzati, che comprendevano abiti e calzature per uomo, donna, bambino e neonato. Bambino e neonato, ripeto.

Per i prodotti venduti in Europa, il regolamento REACH (dall’acronimo Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) identifica i valori limite relativi alla presenza di una serie di sostanze chimiche pericolose nei capi di abbigliamento, negli accessori e nelle scarpe. Questi limiti sono stati ampiamente superati da Shein, quindi si può benissimo dichiarare che i suoi metodi produttivi sono illegali, come molti dei prodotti che invadono i nostri mercati.

Ricollegandoci al documentario di Channel 4, a pagare il prezzo più alto della produzione malsana di Shein sono i lavoratori che operano nelle filiere del colosso cinese e che incorrono in gravi rischi sanitari ma anche le popolazioni che vivono in prossimità dei siti produttivi, come dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia, che aggiunge: “Il fast fashion, per via dei suoi notevoli impatti ambientali, è da considerarsi incompatibile con un futuro rispettoso del pianeta e dei suoi abitanti. L’ultra-fast fashion addirittura aggrava gli impatti del settore e accelera la catastrofe climatica e ambientale. Per questo, deve essere fermato subito”. 

E come si ferma un colosso che negli ultimi anni, grazie anche alla pandemia e a un intenso ‘influencer program’ (ve lo dicevo all’inizio, che bombardano pure me!) passato per Tiktok e Instagram, è passato da 10 miliardi di dollari di fatturato nel 2020 ai quasi 16 miliardi nel 2021?

In teoria con le leggi; i regolamenti europei sulla presenza di sostanze chimiche pericolose nei prodotti importati stabiliscono severi limiti di concentrazione per un’ampia gamma di composti in capi di abbigliamento, accessori e scarpe e in questo ha molto contribuito la campagna Detox della stessa Greenpeace.

Le normative allora vanno applicate, anche perché mi pare che la famosa Strategia Europea per il Tessile Sostenibile uscita quest’anno vada proprio in questa direzione.

Non si può permettere che un brand di ultra-fast fashion che sfrutta la manodopera, sovrapproduce, inquina faccia il bello e il cattivo tempo, soprattutto in un momento in cui l’impegno è proprio quello, da parte di tutti, globalmente, di fare la propria parte per invertire la rotta e salvare il salvabile.

Shein, enough is enough!

CSRD, non c’è sostenibilità senza trasparenza

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Mi sembra importante dare notizia, dopo aver parlato, qualche mese fa, con Silvia Gambi della ‘Strategia Europea sul Tessile Sostenibile‘, dell’adozione l’11 novembre scorso, da parte del Parlamento Europeo, della ‘Corporate Sustainability Reporting Directive’ (CSRD), direttiva che punta a rendere le imprese più responsabili riguardo alla comunicazione pubblica sui temi della sostenibilità, con l’obbligo di divulgazione regolare delle informazioni sul loro impatto sociale e ambientale.

L’obiettivo è quello di garantire una maggiore trasparenza in materia ambientale, sociale e di governance (i famosi criteri ESG ovvero Environment, Social and Governance che qualificano un’attività come sostenibile) come compliance normativa per le grandi imprese e come forma di contrasto al greenwashing.

Anche se non strettamente legata al comparto del tessile, lo include, se solo pensiamo alle imprese che fanno moda, sia nel nostro Paese che all’estero.

Con questo passaggio l’Unione Europea si conferma come punto di riferimento negli standard globali di rendicontazione sulla sostenibilità, arrivando gradualmente a coinvolgere qualcosa come “50.000 aziende con un significativo allargamento del raggio d’azione rispetto alle attuali 11.770 realtà. Nello specifico, la direttiva impone a tutte le grandi aziende UE la divulgazione dei dati sull’impatto delle loro attività nei diversi piani e livelli che compongono la dimensione della sostenibilità: l’impatto sulle persone, sull’ambiente e sul pianeta”.

I nuovi requisiti della CSRD si applicheranno a tutte le grandi società, quotate o non quotate, ma sono previsti impegni anche per le imprese extra UE che svolgono attività rilevanti in ambito UE nello specifico con fatturato in Unione Europea superiore a 150 milioni di euro. La normativa è pensata per coprire anche il mondo delle PMI sulla base di specifici criteri e con più tempo per adattarsi alle nuove regole.

Ora non ci resta che aspettare il 28 novembre prossimo, quando il Consiglio europeo dovrebbe adottare la proposta della CSRD, che poi approderebbe in Gazzetta ufficiale europea per entrare in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione.

‘Fur of Love’, la pelliccia non si butta

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Parlare di pellicce non mi fa impazzire, anzi; qui nel blog lo abbiamo fatto soprattutto per annunciare l’addio al loro utilizzo da parte dei brand del lusso ma le ho sempre considerate, per ovvi motivi, capi atroci, intrisi di sofferenza, oltretutto insostenibili anche dal punto di vista dello smaltimento.

Però oggi vi parlo di questo progetto, perché scommetto che in tanti vostri armadi ci sarà almeno una pelliccia, magari appartenuta alla nonna o alla mamma oppure, chissà, anche a voi, prima del pentimento e/o del cambio di trend, dato che questo capo sta diventando per fortuna sempre più out e sostituito da materiali di origine non animale (ma ugualmente impattanti, se ci riferiamo alle fax-fur sintetiche, ma questa è un’altra storia).

Il progetto in questione si chiama ‘Fur of Love’ e nasce con l’idea di recuperare capi pre-loved di pelo e pelliccia per evitare che finiscano in discarica o nell’inceneritore.

La rivista ecologista Green Planner, a capo dell’iniziativa, ha coinvolto gli studenti del Master in Product Sustainability Management del Milano Fashion Institute, che hanno collaborato presentando 21 lavori accomunati da tre principi: certificare età e provenienza del capo con un’etichetta, dare nuova vita alle pellicce con l’intervento di designer e artigiani e avviare una collaborazione con negozi second-hand per vendere o affittare i capi.

L’etichetta ‘Ful of Love’ (Fol) in questione, realizzata con il supporto tecnico di Epson, servirà, non solo a certificare la pelliccia recuperata, attestando che è vintage ma anche che su di essa sono stati fatti magari degli interventi per attualizzarla.

A questo proposito, martedì 22 novembre prossimo, a partire dalle 10, si terrà in diretta streaming sul canale YouTube di Green Planner, un webinar di approfondimento legato al fine vita delle vecchie pellicce, evento iscritto alla Settimana europea per la riduzione dei rifiuti (Serr), patrocinata dal Parlamento Europeo.

“Sappiamo che il tema è molto delicato, spiega M.Cristina Ceresa, direttore di Green Planner, e noi stessi abbiamo a cuore gli animali. E soprattutto siamo contro gli allevamenti da pelliccia e concordi nella chiusura assoluta in Italia come all’estero. Ma stiamo anche lavorando per salvare qualsiasi indumento dalla discarica e sviluppare un artigianato consapevole e capace di dare nuova vita alle vecchie pellicce”.

Quindi, sì, io personalmente non indosserei neanche una pelliccia vintage ma per chi ce l’ha, questa è una buona occasione per portarla a nuova vita, evitando l’ennesimo danno all’ambiente.

Da Slow food nasce Slow Fiber

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Chiedo scusa ai miei lettori, queste ultime due settimane sono state piuttosto pesanti causa Covid (ebbene sì, alla fine l’ho preso anch’io!), ho fatto il minimo indispensabile ma ho comunque dovuto portare avanti un po’ le mie collaborazioni, quindi il blog ne ha risentito.

Si sono accumulati degli argomenti di cui volevo parlarvi, quindi non perdo tempo e vado col primo, in ordine cronologico il più ‘passato’, cioè che in occasione del Terra Madre Salone del Gusto, evento di Slow Food tenutosi dal 22 al 26 settembre scorsi a Torino, è stata presentata la nuova rete Slow Fiber, nata dall’incontro tra Slow Food e alcune aziende della filiera del tessile, che vogliono rappresentare il cambiamento positivo attraverso un processo produttivo sostenibile.

In questo senso Slow Fiber si pone l’obiettivo di divulgare la conoscenza dell’impatto che i prodotti tessili hanno sull’ambiente, sui lavoratori della filiera e sulla salute dei consumatori, promuovendo e sostenendo campagne di sensibilizzazione attraverso la partecipazione diretta di quelle aziende che hanno scelto di operare nel rispetto della sostenibilità ambientale e sociale.

Il manifesto di Slow Fiber segue la stessa linea di Slow Food; come viene perseguito il diritto al piacere alimentare attraverso la ricerca di ciò che “buono, pulito e giusto”, così deve essere anche per un’altra esigenza basilare dell’uomo, cioè quella di vestirsi, coprirsi.

“Oltre al piacere alimentare, dunque, il piacere estetico, la protezione e la ricerca della bellezza e di una migliore qualità di vita. Il bello non è solo un’affermazione individualistica di sé, ma è una forma di esercizio del diritto alla felicità che richiede il rispetto dei diritti altrui e la salvaguardia dell’ambiente e della natura che ci ospitano”.

Il manifesto prosegue dichiarando che “non è possibile eliminare il consumismo; è tuttavia possibile modificarne il corso, coniugando l’estetica, l’etica e la qualità di vita, attraverso consumi più consapevoli di prodotti sani, puliti, giusti e durevoli, capaci di emozionare perché legati a valori fondamentali come la tradizione, la qualità, la trasparenza della filiera produttiva che sembrano aver perso di significato e che noi vogliamo promuovere. Soltanto una crescente domanda di prodotti sostenibili (sani, puliti, giusti e durevoli) può innescare un cambiamento nelle strategie industriali dei produttori che sono chiamati a offrire beni di maggiore qualità con meno e più efficiente impiego di risorse, applicando i principii dell’economia circolare”.

Quindi Slow Fiber ha poche settimane di vita ma se saprà percorrere la strada fatta da Slow Food in questi anni, salvaguardando e promuovendo le realtà virtuose nel settore settile come già avviene in quello alimentare, possiamo aspettarci tanti bei cambiamenti e novità, come ad esempio dei presidi legati alla produzione di un certo tipo di materiale (adesso mi viene in mente la lana sopravissana, prodotta qui in provincia di Macerata, per citarne giusto uno).

Prima di chiudere ecco le aziende fondatrici di Slow Fiber: Oscalito 1936, L’Opificio Serico, Manifattura Tessile di Nole, Maglificio Maggia, Pettinatura di Verrone, Lane Cardate, Quagliotti, Tintoria 2000, Tintoria Felli, Olcese Ferrari, Italfil, Remmert, Pattern, Holding Moda, F.lli Piacenza, Angelo Vasino.

Immagine di copertina courtesy Slow Food

Marimekko x Spinnova, mood finnico

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La vorreste una rubrica di eco-tessuti per tenervi aggiornati sulle novità in materia? La tengo già sul mensile cartaceo Terra Nuova, potrei proporla anche qui. Ci sto pensando.

Intanto ecco la capsule collection che Marimekko, lo storico marchio finlandese famoso per le sue stampe e i suoi colori vivaci, ha lanciato con Spinnova, l’azienda, anch’essa finlandese, di materiali sostenibili che ha sviluppato una tecnologia in grado di trasformare la fibra cellulosica in fibra per l’industria tessile con un processo meccanico.

Produrre meccanicamente significa non ricorrere alla chimica, quindi no a sostanze nocive ma ricorso alla tecnologia per trasformare un elemento di origine naturale, in questo caso la polpa del legno, in fibra e successivamente in filato.

Di materiali bio-based ne abbiamo parlato recentemente, ce li fornisce direttamente la natura e/o possono derivare da scarti alimentari della lavorazione industriale; a Spinnova, e la faccio semplice perché io non sono né una fisica né una tecnica di laboratorio, hanno sfruttato il principio del ‘flusso’ ovvero dello scorrimento della polpa.

La polpa, dopo essere stata finemente macinata, viene fatta passare attraverso un unico ugello, dove si crea una rete di fibre, dotata di elasticità, che si allinea al flusso della polpa. Segue poi la rimozione dell’acqua tramite centrifuga e, una volta resa filabile, avvengono i trattamenti necessari all’utilizzo in tessitura e maglieria.

È dal 2017 che Spinnova collabora con Marimekko per testare, sviluppare e commercializzare nuovi tessuti in fibra Spinnova; nel febbraio 2020, le aziende hanno presentato due abiti prototipo, con l’aspirazione/promessa di introdurre un prodotto commercialmente valido entro il 2022.

Detto fatto, la capsule collection Marimekko x Spinnova, online dall’agosto scorso, comprende una camicia over in stile utilitarian, un paio di pantaloni e una tote bag, il tutto con l’iconica stampa Unikko (papavero) del 1964 (la vedete in copertina).

Il tessuto dei capi è un simil-denim composto per circa il 20% da fibra Spinnova, il restante 80% da cotone, di cui circa il 70% biologico.

E la sperimentazione continua …

Caffè, non solo in tazza

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A settembre si ha sempre l’impressione che tutto finisca e contemporaneamente ricominci, quindi buoni propositi a gogo. Noi qui, ci limitiamo a proporci di andare avanti parlando, tra il resto, di iniziative e progetti virtuosi che seguono la strada della sostenibilità. Che è già tanta roba.

Allora oggi, come primo post del mese, scelgo la linea di accessori nata dalla collaborazione tra Caffè Milani e In-Presa; il primo è lo storico marchio comasco di caffè fondato nel 1937 da Celestino Milani, ex barista, la seconda è una Società Cooperativa Sociale della Brianza che dal 1994 si occupa di formazione professionale e inserimento lavorativo per ragazzi in difficoltà sociale, scolastica e lavorativa.

Per i suoi 85 anni di attività, Caffè Milani ha sviluppato una serie di progetti che hanno come punto focale l’inclusione e la sostenibilità, entrambe legate all’idea tutta italiana di artigianalità; tra di essi una linea di accessori realizzati dai materiali di scarto dell’industria del caffè: borse, pochette e zainetti fatti a mano dai giovani della cooperativa In-Presa.

Partendo da juta e bobine, i ragazzi di In-Presa hanno potuto mettere alla prova le proprie abilità artigianali creando pezzi unici in edizione limitata.

“I nostri accessori eco-fashion sono portatori di tanti messaggi – sottolinea Elisabetta Milani, responsabile marketing e comunicazione di Caffè Milani, sicuramente la sostenibilità, ma anche l’inclusione, la solidarietà, la formazione oltre che il gusto e la fantasia dello stile italiano”.

La prima edizione degli accessori è disponibile dal 29 agosto sul sito di Caffè Milani e da ottobre anche negli shop a marchio Caffè&Caffè presenti nelle città di Como, Lecco, Monza, Padova. Come la prima, anche le serie successive (sempre in edizione limitata ed esclusiva) saranno disponibili sul sito di Caffè Milani, costantemente aggiornato.

Prima di concludere volevo ricordarvi che, oltre al packaging del caffè, anche i fondi stessi possono essere utilizzati come materiale ‘tessile’; lo fa, ad esempio il marchio spagnolo Ecoalf, utilizzando appunto i fondi raccolti da vari ristoranti e negozi e poi lavorati e legati ad altri materiali per ottenere tessuto.

Hope Fashion, un futuro oltre la crisi

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Lettori miei, è un periodo davvero complicato questo, non parlo solo per me ma per tante persone, anche care, che conosco. Si prova a essere positivi e ad andare avanti, si prova a mantenere viva la speranza e i nervi saldi ma i tempi sono difficili, credo di non aver mai sentito forte come ora una spinta malsana che ci vuole portare tutti verso il basso più profondo.

Ma noi resistiamo, continuiamo a diffondere e promuovere sostenibilità, in particolare nella sua accezione di ‘sostenere’, ‘esserci’, ‘dare supporto’, come è stato nel durissimo periodo del Covid (di cui, oltretutto, non ci siamo ancora liberati) e com’è tuttora con la guerra in Ucraina ancora in corso e tante altre piccole e grandi tragedie che stanno flagellando questo povero mondo.

E proprio a sostegno dell’Ucraina e dei designer ucraini indipendenti, nell’ambito delle attività svolte dall’Università Iuav di Venezia, che si occupa anche di design, teatro, moda, arti visive, urbanistica e pianificazione del territorio, nasce la collaborazione a Hope Fashion, progetto promosso da Confindustria Ucraina, Consolato Onorario delle Tre Venezie e Fondazione Hope.

Si tratta di un’occasione speciale di networking e di solidarietà che vede i corsi di laurea in moda dell’ateneo veneziano impegnati a fianco dei designer indipendenti ucraini con l’obiettivo di mantenere vive la creatività e le filiere di produzione e distribuzione in questi tempi difficili.

Il conflitto tra Ucraina e Russia ha indebolito i contatti e le reti di distribuzione della moda, rendendo urgente l’apertura di nuovi mercati per la sopravvivenza di questo importante settore dell’economia ucraina e della sua industria.

Attraverso stage, workshop e presentazioni, gli studenti, con la supervisione scientifica di Alessandra Vaccari, referente del curriculum moda della laurea magistrale in Arti visive e Moda Iuav, saranno coinvolti nello sviluppo di strategie e azioni progettuali volte a promuovere l’identità creativa e le collezioni di una selezione di marchi di moda ucraini, che saranno poi presentati in occasione della settimana della moda di Milano e dell’Ukraine Fashion week.

Per Sebastiano Toson, Project Manager Art, Fashion, Design di Confindustria Ucraina, “il progetto Hope Fashion nasce per dare luce e opportunità alla bellezza e al coraggio ucraino, per valorizzare l’alta qualità, il rispetto per le tradizioni e l’amore in ogni dettaglio, anche grazie al sistema della moda italiano di cui la formazione universitaria è un anello importante”.

Perché la moda sia una forza di pacificazione sociale, in grado di mediare i conflitti e immaginare un futuro oltre la crisi.

La foto di copertina è courtesy Melodie Jeng _ Getty Images

È uscito il Fashion Transparency Index 2022

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Anche quest’anno è arrivato. Alla sua settima edizione, il Fashion Transparency Index 2022 di Fashion Revolution esce per fare il punto sull’impegno dei brand internazionali in una comunicazione trasparente riguardo alle proprie catene di fornitura.

Già nel report dell’anno scorso era emerso come il progresso in questo senso fosse ancora troppo lento, con un punteggio medio complessivo del 23%, quindi basso.

Il Fashion Transparency Index 2022 rileva l’aumento di un solo punto, 24%, rispetto al 2021, veramente troppo poco e in tutte le aree esaminate, l’impegno resta scarso, con molti marchi che non forniscono alcuna informazione sulle proprie catene di fornitura, per essere precisi il 50%, la metà!

Riguardo alle condizioni dei lavoratori, la maggior parte dei brand, ben il 96%, non rende noto il numero di operai della propria filiera pagati con un salario che garantisca loro la sussistenza, solo il 13% rivela quante delle strutture legate ai propri fornitori siano rappresentate dai sindacati, mentre un esiguo 11% pubblica un codice di condotta per acquisti responsabili.

Una pagina tratta del Fashion Transparency Index 2022 – courtesy Fashion Revolution

Persiste la discriminazione nei confronti della manodopera femminile, eppure il 94% dei marchi evita di rivelare la presenza e prevalenza di violazioni di genere; soltanto il 3% fornisce volontariamente il divario retributivo etnico annuale e solo l’8% le proprie azioni sull’uguaglianza razziale ed etnica nelle proprie catene di approvvigionamento.

Per quanto riguarda i materiali, solo il 37% fornisce informazioni sulla loro sostenibilità e nonostante ci siano ormai segni evidenti di spreco e sovrapproduzione di abbigliamento, l’85% dei brand continua a non rendere pubblici i volumi di produzione annuale.

Dobbiamo andare avanti? Il report è consultabile e scaricabile a questo link, per il resto, con parecchia delusione per risultati che pensavamo migliorati rispetto all’anno scorso, confermiamo che OVS è il primo marchio italiano impegnato, come l’anno scorso, nella trasparenza, insieme a Kmart Australia e Target Australia, seguiti da H&M, The North Face, Timberland, Vans e Benetton.

Tra i peggiori K-Way, Tom Ford e Max Mara, quest’ultimo brand figurava anche l’anno scorso tra i meno impegnati.

Traete un po’ le vostre conclusioni.

L’immagine di copertina courtesy Fashion Revolution



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