21 / Ottobre / 2021

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2030: 20 brand etici in 30 minuti

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Ci è spesso capitato di sottolineare l’importanza del digitale per diffondere contenuti che, soprattutto in tempi di pandemia, non avrebbero avuto altri modi per essere veicolati e usufruiti.

I social e la rete in generale stanno diventando molto più di un contenitore e di un mezzo di comunicazione; si può pensare a loro come a un “habitat o un ecosistema” come li ha definiti Paolo Iabichino, direttore creativo e co-fondatore dell’Osservatorio Civic Brands di Ipsos, progetto editoriale che racconta l’impegno sociale delle aziende e dei brand in Italia.

Proprio Civic Brands ha ideato e lanciato, ieri 8 giugno, ‘2030: 20 brand in 30 minuti’, un nuovo format basato su venti incontri di mezz’ora ciascuno, sui canali Facebook e Youtube dell’Osservatorio, con marchi che si sono distinti e stanno assumendo un ruolo politico e sociale di guida per migliorare il proprio contesto culturale di riferimento.

Il primo appuntamento, ieri alle 18, ha visto ospite il brand Patagonia rappresentato da Damiano Bertolotti, Enviromental and Marketing Coordinator Italy dell’azienda californiana, attiva da diversi anni nella salvaguardia ambientale, tanto da diventare, nel 2012, una Certified B Corporation ovvero una “società a scopo di lucro che soddisfa rigorosi standard di prestazioni sociali e ambientali, responsabilità e trasparenza”. 

La scelta di chiamare il format ‘2030’ è chiaramente legata all’Agenda 2030 dell’Onu, “una bussola per guidare lo Sviluppo Sostenibile, uno strumento sempre più decisivo nello strutturare obiettivi e convergenze tra le politiche europee per stimolare la ripresa post-covid” dice Paolo Iabichino, che condurrà le dirette insieme a Francesca Petrella, responsabile comunicazione Ipsos e tra i curatori dell’Osservatorio.

E proprio la Petrella afferma che, secondo i dati Ipsos, il 43% degli italiani, se deluso da un brand, non acquista più i suoi prodotti o servizi, quindi il comportamento di un marchio è ormai un driver di acquisto. “Possiamo ormai dire, continua Francesca Petrella, che oggi è finito il tempo in cui brand e aziende agivano in determinati ambiti e semplicemente comunicavano iniziative e risultati alla collettività. Oggi l’attivismo è quello della partecipazione e co-creazione.

Altri dati: il 39% ritiene che sia compito dei marchi incentivare i comportamenti responsabili, contro il 26% che crede sia onere dei governi. Per il 63% degli intervistati, oltre a vendere prodotti o a offrire servizi, i brand e le aziende devono agire in prima persona rispetto a questioni sociali rilevanti, mentre per il 67% è arrivato addirittura il momento che le imprese cambino il proprio modo di vivere e operare per la società.

Il prossimo appuntamento con le dirette di ‘203020 brand in 30 minuti’ sarà il 30 giugno alle 18 con Andrea Tracanzan, Responsabile Dipartimento Proposta di Finanza Etica.

Dalla Camera della Moda ‘Le buone prassi di fabbricazione’

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E’ di pochi giorni fa la notizia che la Camera della Moda ha pubblicato ‘Le buone prassi di fabbricazione. Linee guida sull’uso dei prodotti chimici nelle filiere produttive della moda’, un documento che fa parte del più articolato impegno dell’associazione, iniziato nel 2012 con il ‘Manifesto per la sostenibilità della moda italiana’ e proseguito con altre iniziative ad ampio raggio.

‘Le buone prassi di fabbricazione’ è frutto della sinergia tra la Commissione Chemicals di Camera Moda, l’Associazione Tessile e Salute, Sistema Moda Italia, Federchimica, Unione Nazionale Industria Conciaria e Quantis Italy (filiale italiana di un gruppo specializzato nella consulenza sulla sostenibilità), con il patrocinio del Ministero della Transazione Ecologica.

Come spiegato nel documento, le ‘Linee guida’ sono applicabili alle diverse lavorazioni che facciano uso di sostanze chimiche all’interno delle filiere produttive dell’abbigliamento, calzatura, pelletteria e accessori, considerando, non solo i requisiti di legge che riguardano la tutela ambientale e la sicurezza dei lavoratori ma anche l’impegno delle aziende nell’implementare policy e procedure che permettano il monitoraggio e il miglioramento costante di salute, sicurezza e cura ambientale.

Uno dei termini che più ritorna più spesso nel testo è ‘gestione’; ad esempio gestione delle materie prime e dei semilavorati, gestione delle macchine e delle tecnologie, gestione dei cicli di lavorazione, gestione dei prodotti chimici, con tutto ciò che comportano.

Si fa la distinzione tra ‘filiera tessile’, ‘filiera della pelle’ e ‘filiera degli accessori’, con relativi prodotti chimici e processi produttivi, per poi passare al ‘confezionamento e le buone prassi’, toccando sempre tutti e tre i tipi di filiera.

L’ultima parte è dedicata all’economia circolare, che viene definita come “modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile”. Si ipotizza che “la transizione verso l’economia circolare potrebbe partire da una corretta raccolta e selezione degli scarti, sia industriali che post-consumo, dagli incentivi rivolti all’avanzamento tecnologico per il riutilizzo dei materiali e, parallelamente, dall’adozione di un nuovo approccio in fase di progettazione del prodotto (eco-design)”. Considerati importanti poi il corretto uso delle sostanze chimiche, la tracciabilità e la trasparenza della catena di fornitura e la mappatura di quest’ultima.

Dobbiamo usare la tecnologia attuale in positivo, fare cultura, ha affermato Carlo Capasa, presidente della Camera della Moda, precisando che il documento ‘Le buone prassi di fabbricazione’ “non è solo attuativo ma educativo. Lo scopo è che tutte le aziende vadano verso l’azzeramento dell’impatto ambientale. Mai come oggi la priorità è rendere l’industria più sostenibile, ricostruendo in modo positivo tutto quello che possiamo ricostruire“.

L’immagine in copertina è opera di Andrea Tatarella

Ferragamo lancia il ‘pensiero sostenibile’ in digitale

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Vi ricordate della mostra ‘Sustainable Thinking’ organizzata dal Museo Ferragamo a Firenze? Io stavo per andare a visitarla a marzo dell’anno scorso ma la maledetta pandemia ha bloccato tutto e sinceramente sto tuttora cercando di capire se l’abbiano prorogata (ho letto fino a gennaio di quest’anno ma sbaglio o eravamo di nuovo chiusi e chiuse anche le attività culturali?).

Ad ogni modo, se ne sapete qualcosa, avvertitemi please.

Detto ciò, c’è un motivo per cui vi parlo di quella mostra; è notizia di pochi giorni fa che Salvatore Ferragamo abbia lanciato una piattaforma online accessibile da ferragamo.com e dal rinnovato sito sustainability.ferragamo.com (che approfondisce contenuti e si integra con il nuovo ferragamo.com, offrendo un’esperienza immersiva e una user experience più efficace e intuitiva) battezzandola, appunto, Sustainable Thinking, con l’intento di approfondire tematiche che abbracciano il pensiero sostenibile.

La piattaforma digitale vuole connettere i progetti e le attività responsabili della Maison in un’unica dimensione concettuale, per sviluppare poi nuovi spunti di conversazione tramite un network internazionale di collaboratori con diverse sensibilità ed esperienze, pronti a confrontarsi in sintonia con il continuo evolversi delle tematiche sostenibili.

Con un’attenzione allo scambio e all’apertura verso l’esterno, Ferragamo vede in Sustainable Thinking una sfida a servirsi del web in modo differente, esaltando il dialogo come aspetto fondamentale della sostenibilità e dell’inclusività perché cultura e condivisione sono alla base della ripartenza, in questo momento storico in cui la frammentazione è divenuta normalità.

Il settore in cui operiamo si è trovato a dover ripensare tempi e priorità. Sustainable Thinking è un punto di partenza che definisce dove stiamo andando, la volontà di realizzare il sogno comune di un futuro sempre più responsabile“, commenta Micaela le Divelec Lemmi, CEO di Salvatore Ferragamo.

Il manifesto di Sustainable Thinking recita così:

Agire in modo sostenibile significa pensare in modo sostenibile.
Il pensiero sostenibile rappresenta ciò che siamo.
L’attenzione che rivolgiamo al nostro impatto sul mondo.
Il modo in cui seguiamo gli stessi passi di Salvatore Ferragamo,
creando un sentimento di gioia che possa durare nel tempo,
con intraprendenza e innovazione costante.
Il nostro patrimonio è energia rinnovabile.
Lavoriamo con le persone, per le persone.
Inclusione, uguaglianza e condotta etica sono le basi di tutto ciò che costruiamo.
Dal nucleo centrale fino ai margini della nostra organizzazione,
ogni singolo individuo è coinvolto in prima persona nel mantenere vivi questi principi.
Corriamo insieme, piantiamo semi,
ci prendiamo cura l’uno dell’altro,
nutriamo la cultura con cui siamo cresciuti.
Il pensiero sostenibile è il punto di partenza.
È dove andiamo a ogni passo.
È la visione con cui portiamo avanti il sogno collettivo del progresso.
Il nostro obiettivo quotidiano, il nostro centro di gravità.
Il pensiero sostenibile è il nostro impegno e la nostra responsabilità
nel creare una bellezza reale e duratura.
In un dialogo continuo con l’artigianalità, la tecnologia e la scoperta.
Perché il risultato più importante è assicurarci, ogni giorno,
che stiamo costruendo un futuro migliore.

Arrivano i collant che salvano gli oceani

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HyperFocal: 0

Abbiamo mai parlato qui di collant? Mi pare proprio di no … di calze sì, ad esempio quelle in bambù che salvano i gorilla, quindi aggiungiamo un altro pezzo al puzzle, anche perché, estate a parte, il collant è un pezzo che si usa praticamente tutto l’anno (e si può trasformare in legging tagliandogli i piedi, se siamo stufi o le dita sono bucate, piccolo ‘reuse tip’).

“Resistente come l’acciaio, delicata come la ragnatela”, viene definita così la resina sintetica ovvero il nylon al momento della sua invenzione, nel 1935; di lì a poco diventerà il materiale per eccellenza dei collant, soppiantando la più costosa seta.

Ma si sa, il nylon viene dalla famiglia delle poliammidi sintetiche e da solo rappresenta il 10% dell’inquinamento degli oceani, quindi ben venga trovare delle alternative meno impattanti anche per la produzione di accessori così amati ed essenziali come appunto i collant.

Ci hanno provato, insieme, RadiciGroup, azienda italiana leader nella produzione di poliammidi, fibre sintetiche e tecno-polimeri destinati ad applicazioni in diversi ambiti, principalmente nel settore tessile/moda e Oroblù, marchio di calze di alta gamma, a collaborare per realizzare il primo collant con filati ottenuti dal riciclo del PET delle bottiglie.

Il riciclo del PET per usi tessili è una realtà ormai consolidata e i brand che ne fanno uso sono sempre di più, soprattutto per l’abbigliamento e le borse; il filato ottenuto da processo di riciclo post-consumer delle bottiglie di plastica nei laboratori di RadiciGroup è stato battezzato Repetable, da cui è nato ‘Oroblù Save the Oceans’, collant nero, 50 denari, che nel nome stesso porta l’intento del progetto, cioè salvare gli oceani.

Il processo di produzione di Repetable

Abbiamo lavorato fianco a fianco con Oroblù per mettere sul mercato un collant di qualità, bello e sostenibile che potesse soddisfare le esigenze anche delle consumatrici più attente e sensibili a queste tematiche, dice Angelo Radici dell’omonimo gruppo, ed è per noi motivo di orgoglio poter lavorare con realtà di eccellenza del nostro territorio.”

Sarà possibile acquistare i collant ‘Oroblù Save the Oceans presso le boutique di intimo e i grandi magazzini premium selezionati a partire da agosto 2021, con l’arrivo nei punti vendita della collezione autunno-inverno 2021.

‘I vestiti raccontano’ in onda su Netflix

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Non è da ieri che la moda fa spettacolo, in tutti i sensi. Da sempre il cinema e la televisione si interessano a questo mondo che ha, diciamolo, il suo fascino, anche perché offre infiniti punti di vista da cui guardarlo e raccontarlo.

Documentari su designer, film e serie tv, talent show che, con l’avvento delle piattaforme di streaming, sono diventati sempre più numerosi e diversificati.

Il 1° aprile scorso è uscito su Netflix ‘I vestiti raccontano’ (titolo originale ‘Worn Stories’), docu-mini-serie di otto episodi realizzata dalla piattaforma stessa e tratta dai best seller di Emily Spivack, l’artista e scrittrice americana che dal 2014 raccoglie storie che parlano e celebrano il significato che i vestiti hanno nelle nostre vite.

Spivack ha raccolto in un libro oltre 60 storie, sia di gente famosa, sia di persone comuni che raccontano i propri legami con determinati abiti, dall’ex carcerato che dopo 40 anni di prigione va a comprarsi una camicia a quadri e dice “Vestito così sono un uomo libero” all’adolescente non-binary alla ricerca della mise perfetta per il proprio B’Nai Mitzvah.

La serie di Netflix si concentra solo sulle storie di gente comune e su come in un abito o in un accessorio trovino la propria identità; si tratta di storie e persone diametralmente opposte ma tutte accomunate dal valore che attribuiscono a ciò che indossano, quindi non da un punto di vista di trend o status symbol, non a un capo perché di lusso o di fast fashion ma per l’importanza che riveste per il suo proprietario e che viene perciò conservato per sempre nell’armadio.

E’ un po’ il concetto di ‘I vestiti amati durano a lungo‘, il libro di Orsola de Castro di cui ho parlato recentemente e in generale l’idea dell’abito come casa, in cui decidiamo di vivere, rivelandoci e insieme nascondendoci agli sguardi altrui. Non è un caso che la prima storia della serie riguardi una coppia di nudisti che ammettono di essere a proprio agio senza indumenti addosso … fa pensare a come, ognuno di noi, abbia i suoi parametri e come sia tutto relativo, soggettivo in base a carattere, personalità, esperienza ma anche, sì, cultura e background.

E quindi la moda è una cosa seria e anche intima e profonda e ha a che fare con vissuti, ricordi, storie. E’ parte di noi, delle nostre vite e ci accompagna fino all’ultimo giorno e anche oltre, visto che anche da morti, solitamente, dobbiamo essere vestiti e anche di tutto punto (e c’è chi lascia scritto anche con quale abito).


Arriva la certificazione Cradle to Cradle 4.0

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Uno dei tanti aspetti da considerare quando si parla di moda etica, è quello legato alla certificazione; un marchio o un’azienda sono sicuramente più credibili se produzione e/o prodotti sono certificati e c’è davvero tutto un mondo dietro questi standard specifici per ogni step della catena di approvvigionamento, dalla materia prima e le sue origini al prodotto finale.

Non è questo l’ambito per parlare di tutte le certificazioni, anche se ci è capitato di nominarne diverse parlando dei marchi o delle aziende che li usano oppure di approfondire il discorso con Stefano Panconesi, tintore naturale e ispettore GOTS (Global Organic Textile Standard), uno che, ad esempio, alle certificazioni tessili ci crede moltissimo.

E uno degli standard che certifica l’impatto positivo sull’uomo e l’ambiente degli interi processi industriali in un’ottica di economia circolare è il Cradle to Cradle® (C2C, noto anche come ‘dalla culla alla culla’), un approccio che tiene in considerazione gli aspetti economici, industriali e sociali, al fine di creare sistemi che non siano solo efficienti, ma che mirino a ridurre gli scarti al minimo. 

Il 16 marzo scorso, due settimane fa esatte, il Cradle to Cradle Innovation Institute ha rilasciato la versione 4.0 di prodotto Cradle to Cradle Certified®; si tratta dello standard più ambizioso e attuabile mai realizzato prima che definisce un prodotto in termini di sicurezza, circolarità e responsabilità ambientale e sociale.

Questa ultima versione della certificazione permette di:

1. Intervenire con priorità su queste cinque aree chiave della sostenibilità:

  • salute dei materiali ovvero garantire che i materiali siano sicuri per gli esseri umani e l’ambiente;
  • circolarità del prodotto ovvero consentire un’economia circolare attraverso la rigenerazione dei prodotti e la progettazione del processo;
  • aria pulita e protezione del clima ovvero proteggere l’aria pulita, promuovere le energie rinnovabili e ridurre le emissioni nocive;
  • gestione di acqua e suolo con la salvaguardia di acqua pulita e suoli sani.
  • equità sociale ovvero rispetto dei diritti umani e contributo a una società equa.

2. Attuare tabelle di marcia per il cambiamento, dall’innovazione di prodotto alle operazioni.

3. Trasformare i modelli di business, i sistemi e la collaborazione lungo l’intera catena del valore.

4. Verificare le prestazioni di sostenibilità e misurare i progressi.

5. Guidare la trasformazione del settore verso un futuro sicuro, circolare ed equo.

“La certificazione Cradle to Cradle è considerata lo standard più affidabile, avanzato e scientificamente dimostrato cui ricorrere per la progettazione e produzione di prodotti che massimizzino la salute e il benessere delle persone e del nostro pianeta, afferma Peter Templeton, presidente e CEO del Cradle to Cradle Innovation Institute. “La quarta versione di Cradle to Cradle Certified si basa su questa eredità; dotando brand, rivenditori, designer e produttori di linee guida attuabili e best practices, si scelgono materiali più sicuri, si promuovono innovazioni significative e si creano prodotti, sistemi e modelli di business che hanno un impatto positivo sugli esseri umani e sull’ambiente di oggi e del futuro”.

Le nuove richieste di certificazione Cradle to Cradle 4.0 saranno accettate dall’Istituto a partire da luglio 2021. Un altro passo avanti verso una gestione meno impattante dell’intero ciclo produttivo.

A tutto upcycling nelle collezioni di Domus Academy e Humana Vintage

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Di Domus Academy e Humana Vintage avrete sentito di certo parlare; la prima, fondata nel 1982 a Milano, è una delle prime scuole postgraduate di design in Italia, concepita come un progetto aperto e un laboratorio di ricerca e formazione intorno all’esperienza italiana nei campi della moda e del design. Humana Vintage è invece la catena di negozi vintage e second hand che fa capo a Humana People to People Italia, organizzazione umanitaria nata nel 1998 per realizzare progetti di cooperazione internazionale nel Sud del mondo e attività di sensibilizzazione in Italia.

All’interno del Master in Fashion Design di Domus Academy si è svolto e da poco concluso, sotto la guida di Marina Spadafora e con la collaborazione di Humana Vintage, il Fashion Identity workshop, un laboratorio mirato a mettere in rilievo la creatività di ogni fashion designer e a svilupparne l’identità, con la sostenibilità, in termini di riciclo di tessuti eco e di tintura e stampa, come tema centrale.

Obiettivo finale del workshop, la creazione di una capsule collection basata sull’idea di upcycling, con la selezione e il riutilizzo di alcuni abiti rimasti invenduti negli shop Humana Vintage.

Secondo, appunto, la tecnica dell’upcycling, che aggiunge valore a un oggetto intervenendo su di esso, si richiedeva che ogni capo diventasse ‘più bello’ e arricchito con dettagli e accessori, secondo la creatività, strategia e valore estetico di ciascun studente.

Ecco i risultati.

Hongvan Pham ha ideato la propria collezione “disordinata in modo organizzato” pensando all’impatto del Covid sulla propria vita, un impatto che ha creato emozioni discordanti legate al desiderio di uscire, viaggiare, stare a contatto con l’aria fresca e la natura. Ed è proprio la natura che ispira ‘Retrieval’, una capsule collection in cui gli scarti tessili e gli abiti di seconda mano di Humana Vintage riprendono vita evocando le crepe sul terreno, le nervature e le pieghe delle foglie e le curve dell’acqua.

Uno dei look della collezione di Hongvan Pham

Il lavoro di Silay Kural è incentrato sui diritti degli animali con alcune parole chiave come ‘animal’, ‘respect’, ‘value’ riprodotte sulle superfici di capi usati e rimanenze tessili; tramite la propria collezione Silay sostiene il diritto alla vita di ogni essere vivente, invitando la propria generazione a consumare meno e meglio e a scegliere prodotti cruelty-free.

Yuehe Chen s’ispira al videogame ‘Assassin’s creed’, ambientato tra passato rinascimentale e presente ma soprattutto all’esperienza di studente fuori sede, che parte dal proprio Paese con un bagaglio limitato e si trova ad affrontare le situazioni più diverse dovendo organizzarsi con pochi abiti. Riproporre abiti di seconda mano in svariate combinazioni risulta così un’opportunità.

Il lavoro di Yuehe Chen

Infine la collezione di Zih-Ling Chen prende spunto dalle ‘visioni’ del padre indovino a Taiwan: il mistero dell’universo, la vita dopo la morte, la possibilità di un mondo parallelo che sfociano nella possibilità di mantenere un equilibrio tra entrambi i mondi, abbracciando tristezza e felicità e diventando più compassionevoli. Ciò che siamo dentro si rispecchia in ciò che siamo fuori, anche negli abiti.

… e quello di Zih-Ling Chen

I capi delle capsule collection qui presentate renderanno così ancora più speciali le vetrine del negozio Humana Vintage di Milano in occasione della nuova collezione che arriverà nello store i primi di giugno.

Industria della moda e Covid un anno dopo …

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L’anno scorso intorno a maggio scrivevo dei pezzi legati al post Covid … che ingenua che ero, che ingenui che eravamo in tanti, troppi, che pensavamo, speravamo che il peggio fosse passato e che dovessimo solo considerare gli effetti della pandemia e leccarci le ferite, come se ci fossimo già lasciati tutto alle spalle.

Non è così, ci siamo ancora dentro ma intanto i cambiamenti continuano a scuotere non solo le nostre vite ma anche tanti settori dell’industria; noi continuiamo a seguire quelli che stanno scombussolando il settore moda e oggi lo facciamo proponendovi il report che Fabio Bolognini ha redatto per Workinvoice, società fintech di servizi a valore aggiunto per le imprese, che mette in contatto diretto risorse finanziarie e settore produttivo.

Lo stesso report ha trovato conferma anche in un recente studio dal titolo ‘The State of Fashion 2021’ realizzato dalla company internazionale McKinsey, secondo cui il primo e più devastante effetto della pandemia sul mondo della moda è stato il crollo della domanda. A settembre 2020, negli USA i fatturati erano ancora stimati in calo del 27-35%, e i margini del settore su base mondiale erano già destinati ad essere azzerati (nell’immagine di copertina il grafico attinente).

Ma gli effetti più significativi sulla domanda non sono quelli legati al volume, bensì ai cambiamenti nella sua composizione; nella moda maschile e femminile, a causa della scomparsa di eventi e cene, le categorie di abbigliamento formale hanno subito un rapido declino, a favore di quelle più sportive come athleisure e activewear.

Nello stesso periodo, a causa del lockdown, e questa è l’informazione che ci interessa di più, i consumatori hanno avuto modo di riflettere sull’eccesso di capi presenti nel guardaroba con un conseguente rigetto verso lo spreco nei modelli di acquisto passati, che ha portato alla rinascita di un mercato dell’usato, del lusso e non. Questa percezione sta accelerando tra i brand della moda un trend di riduzione degli articoli e conseguentemente dei magazzini, sempre più destinati al mercato fiorente dei saldi sulle piattaforme.

Altro dato importante, e che conferma ciò che scrivevo già l’anno scorso dopo la prima chiusura da Covid, riguarda il blocco delle forniture come delle liquidità e dei pagamenti; però, esauritasi la prima reazione violenta che aveva portato a cancellazioni di ordini e ritardi nei pagamenti, pare che i marchi stiano prendendo atto che la filiera deve essere sempre più unita, resiliente ma anche trasparente ed equa.

Eppure, sempre secondo McKinsey, risulta che il 75% dei direttori acquisti abbia cancellato ordini, il 41% rinegoziato contratti e il 20% non abbia pagato gli interi ordinatici. Un bagno di sangue per molti fornitori ma dall’altro una crescente spinta dei consumatori verso una maggiore giustizia e sostenibilità sociale, con ricadute su quei brand che hanno inflitto danni sociali ai fornitori, come avvenuto in India e Bangladesh.

Ecco allora che se da un lato la pandemia ancora in atto ha messo in crisi tante attività e fermato i consumi, dall’altro ha cambiato in positivo le abitudini di acquisto, rendendole più consapevoli, come più consapevoli sono diventati i consumatori.

E noi l’abbiamo sempre sostenuto che le vere rivoluzioni partono dal basso. Quindi vogliamo credere che da questa immensa tragedia nasca e si sviluppi qualcosa di buono, un trend che resti costante nel tempo e non si esaurisca come le mode passeggere e usa e getta della fast fashion.

Esce-Tex, soluzioni digitali per una moda consapevole

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L’uso sempre più frequente del digitale nel settore moda non è solo una conseguenza diretta della pandemia; se è vero che eventi, sfilate, fiere sono passate necessariamente in rete per i motivi che ormai conosciamo, è altrettanto vero che le piattaforme online sono diventate il migliore strumento per comunicare e diffondere certe tematiche, come appunto il pensiero green in tutte le sue sfaccettature.

Nascono e crescono marketplace e e-commerce orientati alla vendita di prodotti e servizi dedicati alla moda consapevole e in questo ambito si posiziona Esce-Tex, piattaforma digitale inglese appena inaugurata che ha l’obiettivo di fornire materiali ma anche strumenti e conoscenze tecniche per incoraggiare l’uso di soluzioni responsabili per migliorare l’impatto ambientale dell’industria della moda che, lo ricordiamo, è seconda solo al petrolio come potere inquinante.

In un momento così cruciale, in cui tutti i settori e la moda in particolare stanno andando incontro a importanti trasformazioni, è fondamentale che esistano, non solo modelli produttivi innovativi ma anche soluzioni e risposte per i consumatori, che stanno cercando di capire l’impatto ecologico delle proprie scelte di acquisto.

Esce-Tex nasce proprio con lo scopo di aumentare l’accessibilità a determinate informazioni con servizi di consulenza e insieme offre una vasta scelta di tessuti certificati a partire da un metro; a questo proposito la piattaforma ha avviato una partnership con Tencel di Lenzing, uno dei prodotti di punta della company austriaca, che ha fatto dell’economia circolare il proprio cavallo di battaglia produttivo. Ogni tessuto è dotato inoltre di documentazione di conformità sociale trasparente e certificazioni ambientali sicure.

I designer e i marchi, se lo desiderano, possono richiedere personalizzazioni su misura in stampa digitale ai tessuti ordinati, mentre il team di consulenza, composto da professionisti esperti di catene di approvvigionamento, sviluppo sostenibile e industria della moda nel suo insieme, fornisce risorse educative tramite podcast, rapporti fattuali e strategie mirate, ad esempio, alla riduzione dei rifiuti.

Diciamo che consumatori e addetti al settore non hanno più scuse: le informazioni sono sempre più a portata di mano, basta cercarle e volerne davvero sapere. Da qui parte il cambiamento per una moda consapevole.

La ‘call to action’ green di Docksteps

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Eco-à-porter non è snob ovvero non tratta solo ed esclusivamente marchi sostenibili ma anzi ama premiare anche quei brand che, pur non facendo parte della moda etica tout court, si stanno impegnando in un percorso più sostenibile con iniziative e progetti ad hoc.

E’ il caso di Docksteps, del gruppo marchigiano Zeis Excelsa, specializzato nella produzione e nella distribuzione di calzature, che lancia una ‘call to action’ sostenibile ai consumatori, rilasciando un buono omaggio a ogni cliente che porterà negli store del marchio scarpe usate, per essere riciclate. L’iniziativa, in partnership con la società Eso Sport che valorizza i rifiuti in ottica di economia circolare, porterà alla realizzazione di pavimentazioni per parchi giochi e piste di atletica donate poi alle pubbliche amministrazioni.

In realtà non è la prima volta che da calzature usate si ottengono materiali validi per l’edilizia; mi viene in mente ad esempio Reuse-A-Shoe, il programma cui Nike lavora dagli anni ’90, che si occupa di raccogliere sneaker vecchie e usurate per trasformarle in Nike Grind, un materiale poi utilizzato da aziende leader nel settore della produzione di superfici sportive ad alte prestazioni come campi da tennis e da basket e piste di atletica.

Comunque l’iniziativa di Docksteps ha preso avvio a novembre scorso, con i monomarca di Mantova e Lecce che hanno appunto rilasciato un buono del valore di 15 euro per l’acquisto di nuovi prodotti in cambio di vecchie calzature; non solo un progetto di buy-back, quindi, ma anche di upcycling etico, con le scarpe usate raccolte in appositi box in cartone riciclato, poi rottamate e trasformate in materia prima seconda, utilizzabile per altre iniziative, sempre etiche, sul territorio.

Il progetto, che prevede di estendersi progressivamente a tutta la rete nazionale di negozi Docksteps, mira alla riduzione dell’accumulo dei rifiuti in discarica e nello stesso tempo ad aumentare nei consumatori la convinzione che è possibile non solo riciclare, ma anche ottenere dal ciclo del riciclo altro materiale in un’ottica che mette al primo posto la circolarità.

“Nella filosofia di Docksteps, spiega Massimiliano Rossi, direttore generale di Docksteps, c’è una sempre maggior attenzione a 360 gradi nei confronti dell’ambiente e questa ‘call to action’ ne è un esempio concreto. In questo modo non solo incentiviamo il riciclo delle vecchie calzature premiando le pratiche green della nostra clientela con un buono omaggio, ma valorizziamo iniziative etiche di economia circolare per la collettività”.

Immagine in copertina: courtesy Docksteps

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