4 / Aprile / 2020

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Anche la moda unita contro il Coronavirus

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Mi rendo sempre più conto che l’emergenza legata al Coronavirus e tutte le situazioni a essa correlate sono entrate così prepotentemente nella nostra quotidianità, stravolgendola, che non è proprio possibile, anche qui nel blog, scrivere senza tenerne conto. Sì, distrarvi parlando di marchi, realtà, cose belle che ancora ci sono là fuori, è giusto e sicuramente aiuta ma sento che comunque non posso prescindere da tutto ciò che sta accadendo, credo che nessuno di noi lo possa più fare.

E poi un altro mio pensiero, in questi giorni in cui si ha tanto tempo anche per riflettere, è che ‘sostenibilità’ è un concetto davvero molto ampio, che si presta a tante interpretazioni e, almeno per quanto mi riguarda, ci rientrano in pieno termini come ‘gentilezza’, ‘altruismo’, ‘coerenza’, un senso di ‘fare bene e fare del bene’ che va di pari passo con l’essere umani, con l’umanità nella sua accezione compassionevole. In fondo, scegliere di essere sostenibili e responsabili non significa forse amare il Pianeta e i suoi esseri viventi?

Ecco allora oggi voglio parlare dell’impegno che anche il settore moda, e qui ne parlo in modo generale, proprio come industria, senza fare distinguo tra eco e no, si sta assumendo per venire incontro all’emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus. Tante sono le imprese tessili e in generale del settore che si sono riconvertite o si stanno riconvertendo per produrre mascherine che, ormai si sa, servono in tutto il Paese.

In questo week-end appena trascorso, su tutto il territorio nazionale sono state prodotte 180mila mascherine in Tessuto Non Tessuto da distribuire a medici, infermieri e operatori della Sanità, di cui 120mila in Toscana. Tra le aziende coinvolte anche Gucci, Ferragamo, Prada, Fendi, Celine, Valentino e Scervino, che le realizzano in proprio o attraverso i loro fornitori.

Da oggi la produzione giornaliera, sempre in Toscana, salirà a 129mila pezzi, per poi crescere ancora: si prevedono 149mila martedì e 187mila mercoledì.

La Regione Toscana ha ideato un tipo di mascherina triplo strato in Tessuto Non Tessuto con elastico, testata dai laboratori di analisi dell’Università di Firenze e compatibile con i requisiti di sicurezza di quelle chirurgiche ma a marchio Ce.

Il Presidente della Toscana Enrico Rossi ha poi dichiarato che per aumentare maggiormente il livello di sicurezza, è stata introdotta una sperimentazione per il trattamento delle mascherine con una sostanza disinfettante che aumenta il grado di protezione e filtraggio, nonché una sterilizzazione con le radio terapie.

Stessa cosa nella Regione Marche (dove anch’io risiedo); tante ditte di confezioni per alta sartoria e grandi marchi della moda stanno producendo a pieno regime mascherine protettive, come ‘Confezioni Europa’ di Castelfidardo, che va a un ritmo di 2000 al giorno.

Ecco, è anche a questo che mi riferisco quando parlo di sostenibilità. ‘Sostenere’, essere d’appoggio, d’aiuto. E d’altronde è solo così che si può vincere la guerra durissima che sta mettendo a dura prova il nostro Paese e il mondo intero.

PS: ultima cosa ma non meno importante un pensiero particolare a tutte le operaie, gli operai e gli imprenditori che continuano a lavorare per noi con tutti i rischi connessi 🙏🏻

AndesOrganic, lo showroom diventa ‘itinerante’

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Vale sempre la pena trovare nuovi modi per diffondere il ‘verbo’ della moda sostenibile, anche uno showroom ‘itinerante’ come quello organizzato da AndesOrganic, agenzia di rappresentanza e distribuzione specializzata nella vendita B2B di collezioni prodotte con fibre naturali certificate, quali cotone, canapa, seta e lana bio.

La formula dello showroom itinerante nasce dall’esigenza di promuovere e raccontare in maniera approfondita le virtù e la qualità dei prodotti realizzati con fibre ecologiche, in modo da fornire ai commercianti informazioni dettagliate e necessarie alla vendita di prodotti certificati, creati nel rispetto della natura e dell’uomo.

Gli appuntamenti dello showroom itinerante per il mese di febbraio sono a Bologna (una giornata è stata ieri e una è in corso oggi al Best Western Tower Hotel fino alle 16) e a Milano domenica 23 dalle 10,00 alle 19,00 e lunedì 24 dalle 9.30 alle 14.00 al Garden Dance Studio.

In queste sedi verranno presentate le nuove collezioni 2020/21 di intimo, abbigliamento e calzetteria uomo, donna, bambino e baby, oltre a una serie di accessori tessili per la casa, di rinomati marchi europei del settore moda etica e sostenibile tra cui: AlgoNatural, con le sue t-shirt in cotone bio, Nomads, brand di abbigliamento fair-trade, Tranquillo, prêt-à-porter ecologico donna, Komodo, boutique eco-fashion, Bleed organic, sportswear vegano, Monkeegenes, jeans etici e MaHemp, abbigliamento in canapa.

Oltre a rappresentare e distribuire prodotti in fibre naturali certificate, e a offrire la possibilità di acquistare direttamente le collezioni dei brand sopra citati, AndesOrganic offre consulenze mirate per avviare una nuova attività o per trasformare un’attività esistente, fornendo tutte le informazioni necessarie per la vendita di abbigliamento e accessori etici.

Per chi nel settore fosse interessato, una buona opportunità. La moda sostenibile ne ha sempre bisogno, di opportunità.

Le immagini in copertina sono, da sinistra a destra, dei marchi: Tranquillo, Komodo e Nomads.

Il nuovo progetto di Rifò: ‘ripensa il tuo jeans’

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Qualche giorno fa, curiosando su Instagram, mi è saltato all’occhio un post di Rifò, il marchio di abbigliamento e accessori realizzati con tessuti rigenerati, di cui abbiamo parlato qualche mese fa intervistando il suo fondatore Niccolò Cipriani.

Il post stuzzicava la curiosità; l’immagine era questa:

courtesy Rifò

e il testo diceva: “tutti parlano di moda sostenibile ma quanti davvero la mettono in pratica?
Il 5 febbraio lanceremo un progetto rifoluzionario, il Progetto X e abbiamo deciso di tenerlo segreto per farvi una bella sorpresa! Sarà il primo progetto di economia circolare collaborativa in Italia, dove tutti potranno contribuire a rendere l’industria della moda più sostenibile”.

Il 5 febbraio è arrivato e il misterioso Progetto X è stato svelato ieri presso il negozio Naturasì di Prato, che Rifò è una realtà della zona. Di cosa si tratta? Si chiama ‘Re-Think your jeans‘ ed è un progetto pilota di economia circolare collaborativa che permetterà di inserire i jeans che non usiamo più nel processo di rigenerazione, contribuendo a mettere in pratica i principi della moda etica e sostenibile. Sono compatibili con la raccolta tutti i capi da 95 a 100% cotone denim, con una tolleranza fino al 5% di altre fibre ed elastane.

Ognuno può partecipare portando il proprio o i propri jeans in uno dei punti raccolta che per ora si trovano nei negozi Naturasì di Prato, Pistoia, Lucca e Parma, quindi, si tratta di un’iniziativa che, essendo alla sua prima fase, resta circoscritta ad alcune aree ma che potrà essere replicata anche in altre città italiane se avrà successo.

I jeans vanno selezionati facendo attenzione alla composizione, poi portati negli appositi contenitori dei punti di raccolta NaturaSì che aderiscono all’iniziativa in cambio di un buono sconto di 10€ da spendere nello shop online di Rifò. Portando più di 3 paia di jeans si riceverà in omaggio una shopper in cotone denim rigenerato.

E dopo la raccolta, cosa avviene? I vecchi jeans vengono selezionati da Recooper, una rete di cooperative sociali che si occupa della selezione di abiti usati, per essere inseriti nel processo di rigenerazione che prevede la loro sfilacciatura e la trasformazione in nuova fibra. Dopodiché l’azienda pratese Pinori Filati li tradurrà in nuovo filato con cui saranno prodotti capi sostenibili, come quelli già in vendita sullo store online di Rifò.

Ecco quindi svelato il Progetto X, una bella iniziativa che unisce più realtà, diverse ma con un unico scopo, quello di operare per una moda più sostenibile, anti-spreco e che valorizza le realtà di un territorio. L’auspicio è che il progetto funzioni e che si possa estendere a tutta Italia, anzi, ognuno di noi, può coinvolgere altre persone e parlare del progetto ai negozi Naturasì della propria zona. Allora sì, che si potrà parlare di economia circolare collaborativa!

Vittoria! Allevamento di visoni chiude l'attività

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Eh sì, quando ci sono certe notizie bisogna darle e col punto esclamativo! L’allevamento di visoni a Cella di Noceto, Parma, ha appena chiuso i battenti, dopo che già nel 2013 e nel 2015 l’organizzazione Essere Animali aveva documentato, proprio in questo allevamento, le misere condizioni di vita dei visoni condannati a diventare pellicce.

La chiusura dell’allevamento è stata confermata dall’AUSL di Parma, che ha trasmesso a Essere Animali gli atti che indicano la cessazione dell’attività della Mavical S.r.l., la Società Agricola che gestiva l’allevamento per conto dei proprietari, una ditta di Bolzano di impianti fotovoltaici.

L’allevamento era stato aperto nel 2012 e la ditta era stata fin da subito sanzionata per aver introdotto gli animali senza aver notificato l’apertura dell’attività e, anche se all’epoca il consiglio comunale locale aveva tentato di introdurre un Regolamento per la tutela e il benessere degli animali in modo da vietare l’insediamento di allevamenti per pellicce, l’attività era andata avanti.

Non è la prima azienda che alleva visoni a chiudere i battenti. Negli ultimi tre anni, sempre Essere Animali ha segnalato la chiusura di 8 allevamenti, tra cui uno dei più grandi d’Italia, quello di Lusiana Conco, in provincia di Vicenza, le cui gabbie contenevano circa 30.000 visoni.

In alcuni casi l’attività è cessata in seguito a denunce presentate per violazioni di legge, ad esempio in quello di Luisiana Conco erano presenti strutture in amianto, ma la crisi del settore ‘pellicce’ è globale e sempre più legata alla presa di coscienza dei consumatori riguardo alla sofferenza degli animali e anche alle scelte di brand e designer che rinunciano all’uso della pelliccia naturale nelle loro collezioni.

Passo avanti importante, oltre alle graduali chiusure degli allevamenti di visoni in Italia e nel resto del mondo, è stato anche l’atto approvato in California pochi mesi fa, che vieta dal 2023 la fabbricazione, la vendita e l’acquisto di capi in pelliccia, che siano di abbigliamento o accessori, comprese le scarpe.

E così, in Italia, restano attivi poco più di dieci allevamenti che, secondo la stima di Essere Animali, uccidono ogni anno circa 100.000 visoni; da tempo con la campagna Visoni Liberi Essere Animali chiede l’introduzione di un divieto nazionale di allevamento di animali da pelliccia. E’ possibile partecipare all’appello firmando la petizione. Io l’ho fatto. E voi?

Foto copertina credits Essere Animali

ISKO presenta la nuova edizione del contest ISKO-ISKOOL

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Sembra ieri invece è già passato quasi un anno dalla mia esperienza all’ISKO Denim Seminar di Castelfranco Veneto e, premiati i vincitori al Neonyt Berlino dello scorso luglio, è arrivato il momento di parlare della settima edizione del contest legato al progetto formativo ISKO I-SKOOL, che coinvolge gli studenti delle scuole di moda, i loro insegnanti e i designer specializzati nel denim.

Presentata la scorsa settimana a Neonyt Berlino, la settima edizione di ISKO-ISKOOL ha come tema creativo ‘North, East, South, West – connected by one planet’ (Nord, Est, Sud, Ovest – collegati da un pianeta), argomento molto attuale in cui l’esplorazione del mondo, sia a livello locale che globale, va di pari passo con l’attenzione al ciclo di vita del prodotto.

I designer lavoreranno sull’idea di cittadinanza, scavando nelle proprie radici e avvicinandosi contemporaneamente a culture diverse per definire e rintracciare la geografia del mondo, il tutto collegato al concetto di responsabilità: “Non importa dove siamo nati o dove viviamo, una cosa resta la stessa: condividiamo tutti questo pianeta. Essere un designer oggi non significa solo creare cose belle, significa anche essere consapevoli del processo nel suo insieme, dagli schizzi alla produzione al marketing, assumendosi la responsabilità del ciclo di vita del prodotto. Ti chiediamo di esplorare il mondo che ti circonda sia a livello locale che globale.
Ciò significa attingere alle proprie origini e al proprio background e combinarlo con influenze e idee ispirate da altre culture e stili di vita per creare il proprio denim responsabile”.

Da questa tematica ogni partecipante al contest dovrà sviluppare una capsule collection legata alla propria visione, includendo due outfit, ognuno con un jeans a cinque tasche per interpretare il concetto di ‘locale’ e due pezzi, sempre in denim, sia capo che accessorio, per il concetto di ‘globale’.

Tante le scuole coinvolte, dall’Istituto Marangoni al NABA di Milano al Polimoda di Firenze, dalla Parsons di Parigi all’Akademie Mode&Design di Monaco al Fashion Institute of Technology di New York, solo per citarne alcune.

In primo piano, dentro e fuori il concorso, la responsabilità, che ISKO affronta con la piattaforma R-TWO ovvero una combinazione di materiali riciclati e riutilizzati che si basa in particolare su una miscela di cotone riutilizzato e poliestere riciclato, così da affrontare due dei problemi che ‘affliggono’ attualmente la catena di approvvigionamento dell’abbigliamento: promuovere l’efficienza delle materie prime e ridurre i rifiuti.

'Il nuovo paradigma della moda'

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Che il mondo della moda abbia ormai preso coscienza dell’urgenza di cambiare approccio all’intero sistema produttivo, è un dato di fatto. Si può parlare di un nuovo paradigma che investe tutti gli aspetti della catena produttiva ma ancor prima la parte concettuale, il modo in cui sono pensate le cose, raccontate, vendute.


In questo un aiuto importante deve venire anche dalla formazione, in particolare dal mondo accademico, con le Università che organizzano corsi e seminari per aiutare gli operatori del settore, dai designer ai manager ai fornitori di servizi, non solo ad affrontare il cambiamento ma anche e soprattutto a estendere le proprie conoscenze e competenze per favorire maggiore trasparenza, giustizia sociale e innovazione ambientale.

E’ ciò che si propone ‘The new fashion paradigm’ (Il nuovo paradigma della moda), il corso di formazione organizzato dal Centro per lo studio della moda e della produzione culturale (MODACULT) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che prenderà il via nell’anno nuovo, il 17 gennaio.


Il corso ha come obiettivo quello di fornire una comprensione aggiornata delle pratiche di progettazione e produzione, dei modelli circolari di business, delle tecnologie digitali nelle varie fasi della catena di approvvigionamento e negli approcci di marketing e comunicazione per una cultura del rispetto.

Nello specifico i partecipanti acquisiranno conoscenze e informazioni sull’economia circolare e i principi di sostenibilità, sulle tecniche e i format per le certificazioni, sulle opportunità e insieme i vincoli della chimica al fine di soddisfare i requisiti di sostenibilità.

Grazie a una doppia formula innovativa, il corso si rivolge a due tipi di tirocinanti: giovani professionisti alla ricerca di contenuti e di una formazione esperienziale riguardo all’impatto della sostenibilità sull’intera catena produttiva e nei diversi dipartimenti aziendali e professionisti, inclusi buyer e responsabili della comunicazione che cercano una formazione aggiornata e all’avanguardia sulle implicazioni che la sostenibilità comporta in qualsiasi processo aziendale.

La formazione sarà mista con lezioni frontali, casi studio, visite ad aziende, workshop, mentre un tutor assisterà i partecipanti.

Per le iscrizioni c’è tempo fino al 9 gennaio. E per maggiori info e dettagli vi rimando alla pagina del sito.

New entry al Fashion pact di Biarritz

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Era fine agosto scorso quando i potenti del mondo si riunivano a Biarritz per il vertice del G7 e insieme a loro erano presenti anche 32 esponenti internazionali della moda e del tessile per firmare il Fashion Pact, una carta contenente una serie di obiettivi concreti per ridurre l’impatto ecologico causato dal settore.

Tra i firmatari del Fashion Pact, Adidas, Burberry, Chanel, Gap, H&M, Inditex e Kering, insieme per raggiungere essenzialmente questi tre scopi: arrestare il riscaldamento globale, creando un piano d’azione per azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050, ripristinare la biodiversità per ristabilire gli ecosistemi naturali e proteggere le specie e proteggere gli oceani, riducendo l’impatto negativo dell’industria della moda mediante iniziative concrete, quali ad esempio la riduzione graduale della plastica monouso.

L’iniziativa del Fashion Pact è promossa soprattutto dal governo francese nella persona di Emmanuel Macron che ha affidato a François-Henri Pinault, presidente e CEO del gruppo del lusso Kering, il compito di riunire e coinvolgere gli attori più importanti del settore.

La Francia è in questo senso uno dei Paesi europei più impegnati, visto che ha già all’attivo la Roadmap per l’economia circolare (50 proposte finalizzate allo sviluppo dell’economia circolare del Paese) promossa l’anno scorso dal primo ministro francese Edouard Philippe.

Ora, ai 32 firmatari del Fashion Pact vanno ad aggiungersi altre 24 aziende internazionali tra cui le italiane Calzedonia Group e Geox, poi Bally, Farfetch, Decathlon, Gant, Kiabi e Mango, così che il numero delle adesioni sale a 56, per un totale di 250 marchi rappresentati.

Si tratta senza dubbio di notizie positive ma viene spontaneo chiedersi: perché queste stesse aziende, che si impegnano per la sostenibilità, continuano a essere poco trasparenti sulle condizioni lavorative della loro manodopera delocalizzata o sulla provenienza e/o lavorazione di certi materiali? Si sa, ad esempio, come H&M sia ancora restio a fornire dati sulle buste paga dei lavoratori nelle fabbriche del Terzo Mondo o come Prada, firmatario del Fashion Pact, non abbia ancora risolto la questione della piuma d’oca ottenuta tramite ‘spiumaggio’ violento dei volatili negli allevamenti dell’Est, dove la legislazione in fatto di tutela animale è carente.

Credo che se un marchio voglia essere davvero sostenibile, dovrebbe occuparsi di tutti gli aspetti produttivi e non solo di quelli strettamente ambientali. Ogni azienda, in questo senso, dovrebbe fare i conti con la propria ‘moralità’ e scegliere, in certi casi, l’umanità, il rispetto e la dignità, piuttosto del profitto.

Prada lancia la collezione Re-Nylon, borse e zaini in nylon rigenerato

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La notizia gira in rete da un paio di giorni, giustamente perché si tratta di una news più che positiva: Prada ha reinterpretato alcune delle sue iconiche borse con il filo di nylon rigenerato ECONYL, lanciando una capsule collection a tema.

Dopo l’annuncio, recentissimo, della rinuncia all’uso di pelliccia animale a partire dalla prossima primavera/estate e con il lancio di questa collezione, la Maison italiana dimostra di essere sempre più impegnata nella sostenibilità.

La collezione Prada Re-Nylon presenta sei modelli classici per l’uomo e la donna: un marsupio, una borsa a spalla, una tracolla, un borsone e due zaini e l’intera offerta è prodotta appunto con nylon rigenerato, cui si aggiunge un logo studiato ad hoc per il progetto.

Il progetto Re-Nylon, nato dall’incontro tra Prada e Aquafil, l’azienda produttrice di ECONYL, ha come obiettivo ultimo quello di sostituire tutto il filo di nylon utilizzato nei capi e negli accessori Prada con il filo rigenerato ECONYL entro la fine del 2021 e a tal proposito, Lorenzo Bertelli, Head of Marketing and Communication del Gruppo Prada, si ritiene orgoglioso del progetto e della collezione Re-Nylon: “Il progetto riflette il nostro costante impegno in materia di sostenibilità. Questa collezione ci permetterà di dare un contributo significativo e di creare prodotti senza impiegare nuove risorse”.

Soddisfatto anche Giulio Bonazzi, Presidente e CEO di Aquafil: “Con questo progetto Prada fa un grande passo in avanti, diventando un esempio, tra i brand italiani. Siamo felici di collaborare alla capsule collection Prada Re-Nylon e soprattutto di partecipare alla sfida di conversione dell’intera produzione Prada in nylon rigenerato”.

Per presentare i processi all’avanguardia su cui si fonda l’iniziativa, National Geographic, ‘content partner’ di Prada, realizza “What We Carry”, una serie di cortometraggi che accompagnerà gli spettatori in un incredibile viaggio lungo la catena di approvvigionamento di ECONYL. Dall’Africa all’America, dall’Asia all’Oceania, fino all’Europa, i cortometraggi esplorano ciascuno i materiali riciclati che compongono il filo ECONYL, svelando il dietro le quinte delle fabbriche e degli impianti che lo producono.

Il primo episodio ci porta a Phoenix, in Arizona, nel nuovo impianto di riciclo di tappeti di Aquafil. Bonnie Wright, attrice e attivista per Prada, e Asher Jay, artista ambientalista e inviata di National Geographic, ci accompagnano alla scoperta di una delle fonti di produzione di ECONYL: vecchi tappeti altrimenti destinati alle discariche.

Qui sotto potete vedere l’episodio per capire, almeno a grandi linee, come un vecchio tappeto diventa filato:

H&M richiamata per pubblicità (sostenibile) ingannevole

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Tra i marchi di abbigliamento che in questi ultimi anni si sono assunti delle responsabilità aderendo a programmi legati a una maggiore trasparenza della propria catena produttiva, figura il colosso svedese H&M che ha tra le proprie linee anche la ‘Conscious Collection’ ovvero capsule realizzate con materiali provenienti da fonti sostenibili e/o prodotti con metodi sostenibili.

Eppure è proprio l’ultima ‘Conscious Collection’ di H&M, uscita nell’aprile scorso, a essere finita sotto la lente del Norwegian Consumer Authority (CA), un ente amministrativo indipendente norvegese che opera per influenzare le decisioni commerciali su una serie di mercati.

Questo ente, in collaborazione con la Norwegian Broadcasting Corporation (NRK), ha criticato la collezione in questione e la sua promozione per “marketing illegale’, chiedendo a H&M di scusarsi con i consumatori; in particolare, sempre secondo la CA, la descrizione che H&M fa delle caratteristiche di sostenibilità della propria ‘Conscious Collection’ violerebbe le leggi di marketing norvegesi utilizzando simboli, statement e colori che indurrebbero in errore gli acquirenti.

Ma qual è la particolarità di questa nuova collezione di cui vedete alcuni look anche nell’immagine di copertina tratta dalla fonte originale dell’articolo, il magazine Ecotextile News? Come descritta nel sito del marchio, si tratta di una capsule “ispirata alle meraviglie di Madre Terra, alla sua forza vitale e ai suoi colori … la nostra collezione più energizzante, realizzata con tre nuovi materiali provenienti da fonti sostenibili … bucce di agrumi, foglie di ananas e biomassa di alghe”.

Le bucce di agrumi sono alla base di Orange Fiber, marchio italiano che ha brevettato e produce il primo tessuto sostenibile ricavato dagli agrumi, che ha caratteristiche simili alla seta per la sua lucentezza, leggerezza e impalpabilità. Le foglie di ananas si trasformano in Piñatex, fibra naturale innovativa che rappresenta una meravigliosa alternativa alla pelle, mentre la biomassa di alghe si chiama BLOOM™ ed è una schiuma flessibile ricavata appunto dalla biomassa delle alghe il cui processo produttivo aiuta a ripulire e ripristinare l’ambiente.

Le ciabattine in BLOOM FOAM

Ci sono abiti, completi, top, gonne dalle linee sia fluide che accostate, decorati da stampe vivaci che vanno dai fiori alle piume, dalle piante di aloe vera ai coralli, il tutto coordinato a scarpe e borse.

H&M, per contro, si è difeso affermando che l’ente in questione non avrebbe il background o la competenza per valutare la collezione di abbigliamento e sottolinea che anche il resto dei materiali utilizzati sono sostenibili: poliestere riciclato, cotone organico, lino organico, Tencel, lyocell, plastica riciclata, vetro riciclato e argento riciclato.

Senza prendere posizione sulla questione, che non è di certo il nostro compito e intento, vogliamo solo aggiungere che H&M non è nuova a controversie sul tema ‘sostenibilità’; proprio qui, l’anno scorso, avevamo parlato di come il promesso aumento di salario ai lavoratori nelle fabbriche terzomondiste da parte del colosso svedese non si era poi palesato. E poi altre polemiche hanno riguardato le sfavorevoli condizioni di lavoro femminile nelle fabbriche asiatiche del marchio.

Se il tallone d’Achille del marchio sembra sia il suo impegno nella trasparenza della catena di fornitura, in particolare riguardo alle condizioni degli operai, allora sarebbe meglio, forse, insistere perché apporti dei cambiamenti significativi in questo senso e applaudire, invece, se punta su materiali sostenibili di provenienza certificata.

Nel sistema moda la legge è uguale per tutti?

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Merce invenduta che finisce al macero; non è la prima volta che affrontiamo l’argomento. L’estate scorsa avevamo parlato di ‘abiti che bruciano‘, una delle cattivissime pratiche del sistema moda secondo cui tanti marchi del lusso hanno come abitudine quella di mandare nell’inceneritore milioni di euro di abbigliamento e accessori, piuttosto che venderli a prezzi troppo ribassati per non intaccare l’immagine esclusiva del proprio brand e per tenerli fuori da canali non autorizzati di distribuzione.

Oltre allo spreco in se, va ricordato che tutto ciò che compone un abito o un accessorio, dal tessuto ai componenti come bottoni, cerniere e altre decorazioni, non può essere bruciato in modo ecologico, quindi, di nuovo, il problema è soprattutto ambientale.

In questo senso, e forse non è un caso che venga proprio dal Paese di gruppi del lusso come Kering e Louis Vuitton, il governo francese si sta impegnando a legiferare affinché la merce invenduta non venga distrutta. La spinta legislativa, che dovrebbe entrare in vigore entro il 2023, viene dal primo ministro francese Edouard Philippe che, già l’anno scorso, aveva presentato la Roadmap per l’economia circolare ovvero 50 proposte finalizzate allo sviluppo dell’economia circolare del Paese.

“Possiamo trovare un modello economico praticabile e assicurarci che tutto ciò che resta invenduto venga dato via o suddiviso per il riutilizzo, ha affermato Philippe recentemente, “possiamo evitare la distruzione di prodotti che sono perfettamente buoni, [questo] è uno spreco scandaloso”.

Ma questa legislazione illuminata sarà estesa a tutti i marchi o ci saranno delle eccezioni? A quanto pare ai marchi del lusso sarà concesso il privilegio di proteggere i diritti di proprietà intellettuale distruggendo i prodotti contraffatti che entrano in loro possesso o comunque prodotti che in qualche modo rimandano a loghi, colori, motivi che identificano il proprio brand.

Non c’è da stupirsi, dato che Louis Vuitton e Kering sono gruppi potentissimi che generano decine di miliardi di ricavi in ​​Francia e mantenere la loro aura di esclusività è parte integrante del loro successo.

Ma se così fosse, se fossero fatte queste eccezioni, che senso avrebbe, che senso ha parlare di “un modello economico praticabile” o di economia circolare? Non dovrebbero anche i marchi del lusso, anzi soprattutto loro, rinunciare ad almeno una briciola della propria esclusività per essere protagonisti attivi del cambiamento?