6 / Ottobre / 2022

news

Marimekko x Spinnova, mood finnico

0

La vorreste una rubrica di eco-tessuti per tenervi aggiornati sulle novità in materia? La tengo già sul mensile cartaceo Terra Nuova, potrei proporla anche qui. Ci sto pensando.

Intanto ecco la capsule collection che Marimekko, lo storico marchio finlandese famoso per le sue stampe e i suoi colori vivaci, ha lanciato con Spinnova, l’azienda, anch’essa finlandese, di materiali sostenibili che ha sviluppato una tecnologia in grado di trasformare la fibra cellulosica in fibra per l’industria tessile con un processo meccanico.

Produrre meccanicamente significa non ricorrere alla chimica, quindi no a sostanze nocive ma ricorso alla tecnologia per trasformare un elemento di origine naturale, in questo caso la polpa del legno, in fibra e successivamente in filato.

Di materiali bio-based ne abbiamo parlato recentemente, ce li fornisce direttamente la natura e/o possono derivare da scarti alimentari della lavorazione industriale; a Spinnova, e la faccio semplice perché io non sono né una fisica né una tecnica di laboratorio, hanno sfruttato il principio del ‘flusso’ ovvero dello scorrimento della polpa.

La polpa, dopo essere stata finemente macinata, viene fatta passare attraverso un unico ugello, dove si crea una rete di fibre, dotata di elasticità, che si allinea al flusso della polpa. Segue poi la rimozione dell’acqua tramite centrifuga e, una volta resa filabile, avvengono i trattamenti necessari all’utilizzo in tessitura e maglieria.

È dal 2017 che Spinnova collabora con Marimekko per testare, sviluppare e commercializzare nuovi tessuti in fibra Spinnova; nel febbraio 2020, le aziende hanno presentato due abiti prototipo, con l’aspirazione/promessa di introdurre un prodotto commercialmente valido entro il 2022.

Detto fatto, la capsule collection Marimekko x Spinnova, online dall’agosto scorso, comprende una camicia over in stile utilitarian, un paio di pantaloni e una tote bag, il tutto con l’iconica stampa Unikko (papavero) del 1964 (la vedete in copertina).

Il tessuto dei capi è un simil-denim composto per circa il 20% da fibra Spinnova, il restante 80% da cotone, di cui circa il 70% biologico.

E la sperimentazione continua …

Caffè, non solo in tazza

0

A settembre si ha sempre l’impressione che tutto finisca e contemporaneamente ricominci, quindi buoni propositi a gogo. Noi qui, ci limitiamo a proporci di andare avanti parlando, tra il resto, di iniziative e progetti virtuosi che seguono la strada della sostenibilità. Che è già tanta roba.

Allora oggi, come primo post del mese, scelgo la linea di accessori nata dalla collaborazione tra Caffè Milani e In-Presa; il primo è lo storico marchio comasco di caffè fondato nel 1937 da Celestino Milani, ex barista, la seconda è una Società Cooperativa Sociale della Brianza che dal 1994 si occupa di formazione professionale e inserimento lavorativo per ragazzi in difficoltà sociale, scolastica e lavorativa.

Per i suoi 85 anni di attività, Caffè Milani ha sviluppato una serie di progetti che hanno come punto focale l’inclusione e la sostenibilità, entrambe legate all’idea tutta italiana di artigianalità; tra di essi una linea di accessori realizzati dai materiali di scarto dell’industria del caffè: borse, pochette e zainetti fatti a mano dai giovani della cooperativa In-Presa.

Partendo da juta e bobine, i ragazzi di In-Presa hanno potuto mettere alla prova le proprie abilità artigianali creando pezzi unici in edizione limitata.

“I nostri accessori eco-fashion sono portatori di tanti messaggi – sottolinea Elisabetta Milani, responsabile marketing e comunicazione di Caffè Milani, sicuramente la sostenibilità, ma anche l’inclusione, la solidarietà, la formazione oltre che il gusto e la fantasia dello stile italiano”.

La prima edizione degli accessori è disponibile dal 29 agosto sul sito di Caffè Milani e da ottobre anche negli shop a marchio Caffè&Caffè presenti nelle città di Como, Lecco, Monza, Padova. Come la prima, anche le serie successive (sempre in edizione limitata ed esclusiva) saranno disponibili sul sito di Caffè Milani, costantemente aggiornato.

Prima di concludere volevo ricordarvi che, oltre al packaging del caffè, anche i fondi stessi possono essere utilizzati come materiale ‘tessile’; lo fa, ad esempio il marchio spagnolo Ecoalf, utilizzando appunto i fondi raccolti da vari ristoranti e negozi e poi lavorati e legati ad altri materiali per ottenere tessuto.

Hope Fashion, un futuro oltre la crisi

0

Lettori miei, è un periodo davvero complicato questo, non parlo solo per me ma per tante persone, anche care, che conosco. Si prova a essere positivi e ad andare avanti, si prova a mantenere viva la speranza e i nervi saldi ma i tempi sono difficili, credo di non aver mai sentito forte come ora una spinta malsana che ci vuole portare tutti verso il basso più profondo.

Ma noi resistiamo, continuiamo a diffondere e promuovere sostenibilità, in particolare nella sua accezione di ‘sostenere’, ‘esserci’, ‘dare supporto’, come è stato nel durissimo periodo del Covid (di cui, oltretutto, non ci siamo ancora liberati) e com’è tuttora con la guerra in Ucraina ancora in corso e tante altre piccole e grandi tragedie che stanno flagellando questo povero mondo.

E proprio a sostegno dell’Ucraina e dei designer ucraini indipendenti, nell’ambito delle attività svolte dall’Università Iuav di Venezia, che si occupa anche di design, teatro, moda, arti visive, urbanistica e pianificazione del territorio, nasce la collaborazione a Hope Fashion, progetto promosso da Confindustria Ucraina, Consolato Onorario delle Tre Venezie e Fondazione Hope.

Si tratta di un’occasione speciale di networking e di solidarietà che vede i corsi di laurea in moda dell’ateneo veneziano impegnati a fianco dei designer indipendenti ucraini con l’obiettivo di mantenere vive la creatività e le filiere di produzione e distribuzione in questi tempi difficili.

Il conflitto tra Ucraina e Russia ha indebolito i contatti e le reti di distribuzione della moda, rendendo urgente l’apertura di nuovi mercati per la sopravvivenza di questo importante settore dell’economia ucraina e della sua industria.

Attraverso stage, workshop e presentazioni, gli studenti, con la supervisione scientifica di Alessandra Vaccari, referente del curriculum moda della laurea magistrale in Arti visive e Moda Iuav, saranno coinvolti nello sviluppo di strategie e azioni progettuali volte a promuovere l’identità creativa e le collezioni di una selezione di marchi di moda ucraini, che saranno poi presentati in occasione della settimana della moda di Milano e dell’Ukraine Fashion week.

Per Sebastiano Toson, Project Manager Art, Fashion, Design di Confindustria Ucraina, “il progetto Hope Fashion nasce per dare luce e opportunità alla bellezza e al coraggio ucraino, per valorizzare l’alta qualità, il rispetto per le tradizioni e l’amore in ogni dettaglio, anche grazie al sistema della moda italiano di cui la formazione universitaria è un anello importante”.

Perché la moda sia una forza di pacificazione sociale, in grado di mediare i conflitti e immaginare un futuro oltre la crisi.

La foto di copertina è courtesy Melodie Jeng _ Getty Images

È uscito il Fashion Transparency Index 2022

0

Anche quest’anno è arrivato. Alla sua settima edizione, il Fashion Transparency Index 2022 di Fashion Revolution esce per fare il punto sull’impegno dei brand internazionali in una comunicazione trasparente riguardo alle proprie catene di fornitura.

Già nel report dell’anno scorso era emerso come il progresso in questo senso fosse ancora troppo lento, con un punteggio medio complessivo del 23%, quindi basso.

Il Fashion Transparency Index 2022 rileva l’aumento di un solo punto, 24%, rispetto al 2021, veramente troppo poco e in tutte le aree esaminate, l’impegno resta scarso, con molti marchi che non forniscono alcuna informazione sulle proprie catene di fornitura, per essere precisi il 50%, la metà!

Riguardo alle condizioni dei lavoratori, la maggior parte dei brand, ben il 96%, non rende noto il numero di operai della propria filiera pagati con un salario che garantisca loro la sussistenza, solo il 13% rivela quante delle strutture legate ai propri fornitori siano rappresentate dai sindacati, mentre un esiguo 11% pubblica un codice di condotta per acquisti responsabili.

Una pagina tratta del Fashion Transparency Index 2022 – courtesy Fashion Revolution

Persiste la discriminazione nei confronti della manodopera femminile, eppure il 94% dei marchi evita di rivelare la presenza e prevalenza di violazioni di genere; soltanto il 3% fornisce volontariamente il divario retributivo etnico annuale e solo l’8% le proprie azioni sull’uguaglianza razziale ed etnica nelle proprie catene di approvvigionamento.

Per quanto riguarda i materiali, solo il 37% fornisce informazioni sulla loro sostenibilità e nonostante ci siano ormai segni evidenti di spreco e sovrapproduzione di abbigliamento, l’85% dei brand continua a non rendere pubblici i volumi di produzione annuale.

Dobbiamo andare avanti? Il report è consultabile e scaricabile a questo link, per il resto, con parecchia delusione per risultati che pensavamo migliorati rispetto all’anno scorso, confermiamo che OVS è il primo marchio italiano impegnato, come l’anno scorso, nella trasparenza, insieme a Kmart Australia e Target Australia, seguiti da H&M, The North Face, Timberland, Vans e Benetton.

Tra i peggiori K-Way, Tom Ford e Max Mara, quest’ultimo brand figurava anche l’anno scorso tra i meno impegnati.

Traete un po’ le vostre conclusioni.

L’immagine di copertina courtesy Fashion Revolution



Nasce l’European Fashion Alliance

0

Se l’Unione Europea legifera in fatto di moda e tessile, come è stato con la recente Strategia del Tessile Sostenibile, il mondo della moda non sta a guardare, anzi, si potrebbe dire che corre ai ripari o forse, semplicemente, compie un atto voluto e dovuto che non è di certo in cantiere da ieri.

E’ infatti appena nata, ne ha dato comunicazione la Camera Nazionale della Moda Italiana, l’European Fashion Alliance, nuovo polo europeo della moda che riunisce 25 istituzioni di moda nazionali e regionali di 18 Paesi europei.

L’obiettivo di questo network di organizzazioni è quello di cambiare il panorama europeo della moda, “la prima alleanza transnazionale formata da consigli e istituzioni europei della moda per promuovere un ecosistema fertile, sostenibile e inclusivo per la moda europea.

“La prima alleanza transnazionale formata da consigli e istituzioni europei della moda è stata fondata da 25 organizzazioni per promuovere un ecosistema fertile, sostenibile e inclusivo per la moda europea” spiega il comunicato stampa diramato.

Ma l’European Fashion Alliance era già in cantiere nel 2018, come ha spiegato Scott Lipinski, amministratore delegato di Fashion Council Germany, che è stata tra le organizzazioni promotrici della nuova alleanza e che manterrà la prima delle presidenze a rotazione fino alla fine del 2023, proprio su modello dell’Unione Europea, come anche la forma di finanziamento, che funzionerà allo stesso modo dei bilanci dell’Ue, con ogni membro che pagherà una quota a seconda della propria dimensione e del budget nazionale..

A distanza di quattro anni dalla prima bozza del progetto e dopo un vertice di due giorni dei consigli di moda a Francoforte nel marzo scorso, con il supporto di Messe Frankfurt e il suo Texpertise Network globale, è stato siglato l’Accordo di Francoforte, il documento fondante della European Fashion Alliance.
 
L’European Fashion Alliance o Accordo di Francoforte punta allo “sviluppo collettivo di una strategia attiva e reattiva di fronte alla necessità di cambiamento dell’industria” e a “rafforzare ed espandere un nuovo network di Consigli e Istituzioni per una comprensione comune di obiettivi pratici su come il settore della moda e i suoi diversi attori (organizzazioni di supporto, piccole e medie imprese, grandi aziende e professionisti) possano contribuire a trasformare l’industria proteggendo meglio il pianeta e tutti i suoi abitanti”.

Quindi sostenibilità e attenzione ambientale come argomenti legislativi di primaria importanza per la nuova istituzione che, come dicevo all’inizio, si pone come attore protagonista al tavolo delle decisioni europee, visto che sono in vista altri provvedimenti e leggi che coinvolgeranno i settori della moda e del tessile.

L’alleanza avrà probabilmente anche l’opportunità di consigliare dove spendere meglio le quote dei finanziamenti europei che stanno andando sempre di più alle industrie creative del continente.

Il prossimo incontro che coinvolgerà tutti i membri sarà un digital summit a luglio e poi, in presenza, a ottobre.

Una nuova era di fibre e plastiche

0

Scusate l’assenza di questi ultimi giorni, sono stata fuori ma ho intenzione di recuperare e lo faccio, oggi, con un argomento che qui nel blog ho trattato poco ma che ho approfondito nella rubrica che tengo sul mensile green Terra Nuova.

Si tratta di eco-tessuti. Di novità sul tema ce ne sono sempre tante, fortunatamente, perché la ricerca è incessante e la tecnologia avanzata in questo senso aiuta.

In uno dei miei pezzi per Terra Nuova avevo ad esempio parlato delle bio-plastiche ottenute dagli scarti della lavorazione industriale di vegetali, che possono sostituire le plastiche derivate dal petrolio; a seconda del processo di produzione le bio-plastiche possono essere biodegradabili e prive di tossicità al 100%.

L’idea di questi materiali non è nuova, ma è stata ampiamente ignorata a favore delle alternative più economiche a base di petrolio ed è un peccato, perché le risorse impiegate nelle bio-plastiche hanno un impatto minore sull’ambiente, con studi che dimostrano che possono ridurre le emissioni di anidride carbonica del 30-80% rispetto alle plastiche tradizionali.

E mi ricollego al mio articolo per il mensile, perché sono sempre di più le aziende che investono su materiali di questo tipo, come Carvico, azienda italiana che insieme alla consociata Jersey Lomellina SpA è leader nella produzione di tessuti tecnici per il beachwear, lo sportswear e l’outerwear e detiene dal 2013 l’esclusiva mondiale di ECONYL, altro materiale di nostra conoscenza.

Da sempre impegnata in una politica aziendale attenta all’impatto ambientale di ogni fase di produzione, Carvico ha preso anche parte a iniziative a favore della Giornata degli Oceani (che si tiene domani 8 giugno tra l’altro) per il recupero di rifiuti come reti da pesca abbandonati in mare.

Proprio Carvico aderisce adesso a EFFECTIVE, progetto iniziato nel 2018 per una durata di 48 mesi che collega 12 partner europei, tra cui anche Aquafil, azienda produttrice di ECONYL, e Genomatica, leader in Usa nel settore delle bio-tecnologie.

L’obiettivo di EFFECTIVE è quello di dimostrare la fattibilità e l’innovazione dei processi produttivi per la produzione e l’utilizzo di bio-poliammide e bio-poliestere, creando una filiera sostenibile, anche economicamente.

Lo sviluppo viene fatto partendo non dal petrolio ma da materie prime sostenibili e rinnovabili quali gli scarti della produzione dello zucchero e oli vegetali di recupero; i prodotti finali saranno impiegati nella realizzazione di fibre tecniche.

Tutto il progetto è sviluppato con attenzione al fine-vita del prodotto ovvero riciclabilità e biodegradabilità, oltre a un controllo dell’impatto energetico.

In Grecia, a scuola estiva di Fashion Revolution

0

Oltre alla settimana di fine aprile che noi eco-fashionisti conosciamo bene, Fashion Revolution lavora tutto l’anno con iniziative che vanno da corsi online a eventi vari ma questa mancava: una Summer School di moda sostenibile nella meravigliosa Grecia!

La organizzano l’Università di Economia e Commercio di Atene e Fashion Revolution Grecia in collaborazione con le principali università e istituzioni di moda etica di Stati Uniti, Europa e America Latina.

Più di 25 tra i migliori accademici ed educatori provenienti da istituzioni statunitensi ed europee, quali ad esempio Fashion Institute of Technology, Pratt Institute, University of Exeter, St. Martins, London College Fashion, Institute of European Design, parteciperanno al programma educativo della durata di tre settimane. A seguirlo, studenti e professionisti del settore di tutto il mondo.

Il programma si rivolge a coloro che desiderano acquisire nuove competenze e strumenti nel campo della moda sostenibile e circolare, con la possibilità di accedere a una ricerca critica e alle reti necessarie per diventare ‘rivoluzionari della moda’.

La Fashion Revolution Summer School, ovvero insegnanti, professionisti e studenti, si sposterà dal 6 al 26 giugno attraverso la Grecia, da Salonicco a Kilkis, da Corfù a Kalamata, Mani e Atene, dove si visiteranno le sedi dell’intera filiera di produzione di materie prime e delle lavorazioni circolari per l’applicazione di pratiche sostenibili nel settore moda, compresi siti archeologici e monumenti dei beni culturali legati all’edilizia circolare.

Alla fine del programma, gli studenti metteranno alla prova le proprie conoscenze, implementando le risorse acquisite e migliorando le capacità di co-working durante la tre giorni di FRSS Fash-Tech Hackathon, evento riconosciuto a livello internazionale, che si svolgerà ad Atene dal 24 al 26 giugno.

Esperti dell’ecosistema locale e stilisti di moda di fama regionale lavoreranno insieme agli studenti al fine di presentare nuovi progetti a tema alla cerimonia di chiusura dell’FRSS.

Alla fine del periodo formativo, gli studenti potranno decidere di restare per una o più settimane per affiancare i professionisti di loro interesse o svolgere uno stage a breve termine in un’impresa/marchio di moda sociale o circolare.

Prove di acquisto nel metaverso

0

Avete sentito parlare delle ‘avacollection’? Si tratta delle collezioni digitali indossate da avatar professionali che sfilano nel metaverso, la cosiddetta realtà virtuale che è ormai entrata prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Me ne sono accorta anche seguendo le ultime sfilate mainstream, in cui il tema del ‘metaverso’ ha imperversato sulle passerelle.

Però lì le modelle erano in carne e ossa e veri gli abiti, mentre l”avacollection’ è 100% digitale e rappresenta un approccio innovativo verso cui l’industria della moda si sta convertendo per dare il proprio contributo in termini di sostenibilità. D’altronde lo annunciava già Dries Van Noten in quel manifesto uscito in piena pandemia, ‘Open Letter to the Fashion Industry’, in cui tra gli obiettivi etici si prefissava anche “più utilizzo del mezzo digitale rivedendo e adattando le sfilate di moda”.

Anche il London College of Style ha inserito il metaverso e le ‘avacollection’ tra i principali trend sostenibili che caratterizzeranno il mondo della moda nel corso di quest’anno, perché realizzare pezzi unici digitali, riducendo sprechi e consumi sia in fase di produzione che di acquisto, permette di ridurre del 97% le emissioni di carbonio per ogni capo prodotto.

Prove d’abito su IgoodI

La filosofia è un po’ la stessa della creazione e della stampa in 3D, si tratta di metodi che evitano di produrre rifiuti perché tutto avviene in digitale e cambia anche l’esperienza di vendita ma soprattutto di acquisto: il consumatore ha infatti l’opportunità di scegliere e acquisire interamente da remoto vestiti ed accessori coerenti con le proprie misure fisiche senza l’inconveniente del reso, perché tramite l’avatar personalizzato sarà come provarseli addosso.

Lo conferma anche una ricerca condotta su testate internazionali da Espresso Communication per IgoodI, prima avatar factory italiana fondata da Billy Berlusconi. La company realizza gemelli virtuali foto-realistici dotati di smart body ovvero un dataset di misure antropometriche, analisi della body shape e tabella taglie personalizzata del soggetto, che consente ai singoli avatar di abilitare la piena personalizzazione virtuale dell’atto di acquisto. “Le ‘avacollection’, afferma Billy Berlusconi, abbattono sprechi e consumi, ci consentono di risparmiare tempo, favoriscono la virtual experience del cliente, abilitano soluzioni virtuose di sistema perfezionando le pipeline produttive e rendendole più green”.

I vantaggi collegati all’utilizzo degli avatar vengono sottolineati anche da Metro UK; secondo il quotidiano cartaceo più diffuso nel Regno Unito, infatti, i gemelli digitali, grazie cui i consumatori possono provare i capi a loro più graditi, riducono del 70% la restituzione degli abiti nei negozi fisici. Il tutto può essere effettuato anche all’interno di casa propria, evitando così spostamenti che possono far perdere tempo ai diretti interessati.

Ed è proprio nel metaverso, sulla piattaforma Decentraland, che nei giorni scorsi si è tenuta la prima Metaverse Fashion Week, in cui ha sfilato anche la designer Danit Peleg, che abbiamo conosciuto proprio qui parlando del design e della stampa 3D.

Che dire, il futuro è già qui ed è sicuramente una prospettiva stimolante ma occhio a non perdere la prima dimensione, quella umana.

Per le immagini courtesy Espresso Communication

Il tessile italiano sempre più Detox

0

L’impegno degli attori del sistema moda verso una produzione sostenibile diventa col tempo sempre più tangibile e questo impegno a noi piace condividerlo, anche per farvi conoscere quelle aziende che sono virtuose anche nei fatti e non solo a parole.

Recentemente, alla vigilia dell’ultima fashion week milanese, presso l’Accademia Costume e Moda a Milano, si è tenuta ‘Detoxing Circularity’, l’assemblea annuale del Consorzio Italiano Implementazione Detox (CID), gruppo di aziende formatosi nel 2016 sotto la guida di Confindustria Toscana Nord, che ha aderito agli impegni Detox di Greenpeace per eliminare gradualmente l’uso di sostanze tossiche nella tintura e nella finitura dei tessuti. 

L’assemblea si è trasformata in una stimolante tavola rotonda con al centro l’impegno sempre più crescente che il sistema moda deve mettere in campo riguardo alle tematiche legate all’economia circolare e all’ambiente; ecco allora la presentazione di un progetto relativo allo studio delle fibre naturali riciclate in collaborazione con la fondazione internazionale ZDHC, che raccoglie dati informativi sui requisiti chimici del materiale riciclato, resi disponibili dal consorzio CID e da alcuni laboratori di analisi e aziende di filati e tessuti.

Lo studio, in continuo aggiornamento, sarà disponibile sul sito di CID per consultazioni e per le aziende che vorranno integrarlo con i propri dati: “Gestione delle sostanze chimiche e circolarità sono due argomenti complementari, dice Frank Michel, direttore esecutivo di ZDHC, è necessario essere al fianco dell’industria per creare strumenti che permettano al sistema produttivo di affrontare le nuove sfide che l’economia circolare sta ponendo. Il lavoro fatto dal gruppo italiano è di grande importanza e si inserisce chiaramente in un quadro strategico globale, che vede ZDHC impegnata assieme ad altre associazioni internazionali, come Textile Exchange, nella valorizzazione delle attività che promuovono il riutilizzo ed il riciclo delle fibre tessili”.

Presentato poi il progetto ‘DetoxCirculArt’, realizzato dal Consorzio CID con l’Associazione TerraMedia, in cui l’artista Francesca Pasquali, insieme ad alcuni studenti dell’Accademia Costume & Moda, realizzerà un’opera utilizzando il materiale di scarto della produzione tessile fornito dalle aziende del Consorzio, che sarà fruibile al pubblico a giugno.

Infine l’assemblea è servita anche a presentare le esperienze e l’impegno verso un approccio Detox alla circolarità delle imprese Archè, Casati Flock, Manteco e Rada, che recentemente hanno fatto ingresso nel Consorzio.

Prato sempre più modello per il riciclo tessile

0

Di Prato e del suo virtuosissimo distretto tessile, in cui spicca la secolare tradizione della rigenerazione della lana, abbiamo parlato diverse volte e in particolare con Silvia Gambi, una collega che quel territorio lì lo conosce bene.

Ora, proprio a Prato, tramite un protocollo d’intesa sottoscritto dall’amministrazione comunale e, tra gli altri, Confindustria Toscana Nord, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e i vari sindacati, sembra si concretizzi l’idea di un Textile Hub; il progetto parteciperà ai bandi del Ministero della Transizione Ecologica per accedere ai fondi del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che l’Italia ha presentato per accedere ai fondi del Dispositivo europeo per la Recovery and Resilience Facility), la cui scadenza è stata prorogata alla seconda metà di marzo.

Ma in cosa consiste questo ‘Textile Hub’? Si tratta di un nuovo impianto di selezione dei rifiuti tessili pre e post consumo che permetta di incrementare il riutilizzo e il riciclo degli stessi; l’impianto dovrebbe garantire di trattare circa la metà di quelli pre-consumo prodotti nel distretto pratese, mentre per quelli post-consumo di coprire il fabbisogno dell’intera regione Toscana.

La tecnologia proposta si presenta tra le più innovative sul mercato europeo e si caratterizza per l’utilizzo di sensori ottici in grado di riconoscere e differenziare i tessuti per tipologia cromatica e di fibra, con una potenzialità di trattamento di 4 tonnellate l’ora. E, naturalmente, l’impianto sarà caratterizzato da un bassissimo impatto per tutte le componenti ambientali.

Come riporta il Next Generation Prato, documento strategico con cui il Comune e tutti gli attori del tessuto economico produttivo della città puntano a cogliere le opportunità di sviluppo offerte dal PNNR e di cui fa parte anche il progetto del Textile Hub, l’obiettivo è insediare a Prato il principale hub tessile nazionale e consolidare il ruolo del distretto pratese come polo tecnologico e operativo del riciclo tessile a livello europeo.

E non è un caso che il progetto arrivi in un momento in cui è entrato in vigore, dal 1° gennaio di quest’anno, l’obbligo di raccolta tessile, in anticipo di ben tre anni, qui in Italia, rispetto al traguardo del 2025 stabilito dall’Unione Europea.

A questo proposito il sindaco di Prato Matteo Biffoni ha dichiarato che, essendo Prato da sempre la città del tessile e dell’economia circolare, la cernita e il riciclo degli stracci sono sia l’origine del distretto sia il suo futuro.

Che altri distretti possano prendere esempio da questo modello virtuoso.

L’immagine di copertina courtesy Filpucci

ULTIMI ARTICOLI