22 / Maggio / 2022

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Prove di acquisto nel metaverso

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Avete sentito parlare delle ‘avacollection’? Si tratta delle collezioni digitali indossate da avatar professionali che sfilano nel metaverso, la cosiddetta realtà virtuale che è ormai entrata prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Me ne sono accorta anche seguendo le ultime sfilate mainstream, in cui il tema del ‘metaverso’ ha imperversato sulle passerelle.

Però lì le modelle erano in carne e ossa e veri gli abiti, mentre l”avacollection’ è 100% digitale e rappresenta un approccio innovativo verso cui l’industria della moda si sta convertendo per dare il proprio contributo in termini di sostenibilità. D’altronde lo annunciava già Dries Van Noten in quel manifesto uscito in piena pandemia, ‘Open Letter to the Fashion Industry’, in cui tra gli obiettivi etici si prefissava anche “più utilizzo del mezzo digitale rivedendo e adattando le sfilate di moda”.

Anche il London College of Style ha inserito il metaverso e le ‘avacollection’ tra i principali trend sostenibili che caratterizzeranno il mondo della moda nel corso di quest’anno, perché realizzare pezzi unici digitali, riducendo sprechi e consumi sia in fase di produzione che di acquisto, permette di ridurre del 97% le emissioni di carbonio per ogni capo prodotto.

Prove d’abito su IgoodI

La filosofia è un po’ la stessa della creazione e della stampa in 3D, si tratta di metodi che evitano di produrre rifiuti perché tutto avviene in digitale e cambia anche l’esperienza di vendita ma soprattutto di acquisto: il consumatore ha infatti l’opportunità di scegliere e acquisire interamente da remoto vestiti ed accessori coerenti con le proprie misure fisiche senza l’inconveniente del reso, perché tramite l’avatar personalizzato sarà come provarseli addosso.

Lo conferma anche una ricerca condotta su testate internazionali da Espresso Communication per IgoodI, prima avatar factory italiana fondata da Billy Berlusconi. La company realizza gemelli virtuali foto-realistici dotati di smart body ovvero un dataset di misure antropometriche, analisi della body shape e tabella taglie personalizzata del soggetto, che consente ai singoli avatar di abilitare la piena personalizzazione virtuale dell’atto di acquisto. “Le ‘avacollection’, afferma Billy Berlusconi, abbattono sprechi e consumi, ci consentono di risparmiare tempo, favoriscono la virtual experience del cliente, abilitano soluzioni virtuose di sistema perfezionando le pipeline produttive e rendendole più green”.

I vantaggi collegati all’utilizzo degli avatar vengono sottolineati anche da Metro UK; secondo il quotidiano cartaceo più diffuso nel Regno Unito, infatti, i gemelli digitali, grazie cui i consumatori possono provare i capi a loro più graditi, riducono del 70% la restituzione degli abiti nei negozi fisici. Il tutto può essere effettuato anche all’interno di casa propria, evitando così spostamenti che possono far perdere tempo ai diretti interessati.

Ed è proprio nel metaverso, sulla piattaforma Decentraland, che nei giorni scorsi si è tenuta la prima Metaverse Fashion Week, in cui ha sfilato anche la designer Danit Peleg, che abbiamo conosciuto proprio qui parlando del design e della stampa 3D.

Che dire, il futuro è già qui ed è sicuramente una prospettiva stimolante ma occhio a non perdere la prima dimensione, quella umana.

Per le immagini courtesy Espresso Communication

Il tessile italiano sempre più Detox

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L’impegno degli attori del sistema moda verso una produzione sostenibile diventa col tempo sempre più tangibile e questo impegno a noi piace condividerlo, anche per farvi conoscere quelle aziende che sono virtuose anche nei fatti e non solo a parole.

Recentemente, alla vigilia dell’ultima fashion week milanese, presso l’Accademia Costume e Moda a Milano, si è tenuta ‘Detoxing Circularity’, l’assemblea annuale del Consorzio Italiano Implementazione Detox (CID), gruppo di aziende formatosi nel 2016 sotto la guida di Confindustria Toscana Nord, che ha aderito agli impegni Detox di Greenpeace per eliminare gradualmente l’uso di sostanze tossiche nella tintura e nella finitura dei tessuti. 

L’assemblea si è trasformata in una stimolante tavola rotonda con al centro l’impegno sempre più crescente che il sistema moda deve mettere in campo riguardo alle tematiche legate all’economia circolare e all’ambiente; ecco allora la presentazione di un progetto relativo allo studio delle fibre naturali riciclate in collaborazione con la fondazione internazionale ZDHC, che raccoglie dati informativi sui requisiti chimici del materiale riciclato, resi disponibili dal consorzio CID e da alcuni laboratori di analisi e aziende di filati e tessuti.

Lo studio, in continuo aggiornamento, sarà disponibile sul sito di CID per consultazioni e per le aziende che vorranno integrarlo con i propri dati: “Gestione delle sostanze chimiche e circolarità sono due argomenti complementari, dice Frank Michel, direttore esecutivo di ZDHC, è necessario essere al fianco dell’industria per creare strumenti che permettano al sistema produttivo di affrontare le nuove sfide che l’economia circolare sta ponendo. Il lavoro fatto dal gruppo italiano è di grande importanza e si inserisce chiaramente in un quadro strategico globale, che vede ZDHC impegnata assieme ad altre associazioni internazionali, come Textile Exchange, nella valorizzazione delle attività che promuovono il riutilizzo ed il riciclo delle fibre tessili”.

Presentato poi il progetto ‘DetoxCirculArt’, realizzato dal Consorzio CID con l’Associazione TerraMedia, in cui l’artista Francesca Pasquali, insieme ad alcuni studenti dell’Accademia Costume & Moda, realizzerà un’opera utilizzando il materiale di scarto della produzione tessile fornito dalle aziende del Consorzio, che sarà fruibile al pubblico a giugno.

Infine l’assemblea è servita anche a presentare le esperienze e l’impegno verso un approccio Detox alla circolarità delle imprese Archè, Casati Flock, Manteco e Rada, che recentemente hanno fatto ingresso nel Consorzio.

Prato sempre più modello per il riciclo tessile

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Di Prato e del suo virtuosissimo distretto tessile, in cui spicca la secolare tradizione della rigenerazione della lana, abbiamo parlato diverse volte e in particolare con Silvia Gambi, una collega che quel territorio lì lo conosce bene.

Ora, proprio a Prato, tramite un protocollo d’intesa sottoscritto dall’amministrazione comunale e, tra gli altri, Confindustria Toscana Nord, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e i vari sindacati, sembra si concretizzi l’idea di un Textile Hub; il progetto parteciperà ai bandi del Ministero della Transizione Ecologica per accedere ai fondi del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che l’Italia ha presentato per accedere ai fondi del Dispositivo europeo per la Recovery and Resilience Facility), la cui scadenza è stata prorogata alla seconda metà di marzo.

Ma in cosa consiste questo ‘Textile Hub’? Si tratta di un nuovo impianto di selezione dei rifiuti tessili pre e post consumo che permetta di incrementare il riutilizzo e il riciclo degli stessi; l’impianto dovrebbe garantire di trattare circa la metà di quelli pre-consumo prodotti nel distretto pratese, mentre per quelli post-consumo di coprire il fabbisogno dell’intera regione Toscana.

La tecnologia proposta si presenta tra le più innovative sul mercato europeo e si caratterizza per l’utilizzo di sensori ottici in grado di riconoscere e differenziare i tessuti per tipologia cromatica e di fibra, con una potenzialità di trattamento di 4 tonnellate l’ora. E, naturalmente, l’impianto sarà caratterizzato da un bassissimo impatto per tutte le componenti ambientali.

Come riporta il Next Generation Prato, documento strategico con cui il Comune e tutti gli attori del tessuto economico produttivo della città puntano a cogliere le opportunità di sviluppo offerte dal PNNR e di cui fa parte anche il progetto del Textile Hub, l’obiettivo è insediare a Prato il principale hub tessile nazionale e consolidare il ruolo del distretto pratese come polo tecnologico e operativo del riciclo tessile a livello europeo.

E non è un caso che il progetto arrivi in un momento in cui è entrato in vigore, dal 1° gennaio di quest’anno, l’obbligo di raccolta tessile, in anticipo di ben tre anni, qui in Italia, rispetto al traguardo del 2025 stabilito dall’Unione Europea.

A questo proposito il sindaco di Prato Matteo Biffoni ha dichiarato che, essendo Prato da sempre la città del tessile e dell’economia circolare, la cernita e il riciclo degli stracci sono sia l’origine del distretto sia il suo futuro.

Che altri distretti possano prendere esempio da questo modello virtuoso.

L’immagine di copertina courtesy Filpucci

Fashion Declares, l’unione fa la forza

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Con la crescente importanza di certe tematiche, intendendo qui quelle legate alla moda sostenibile, nascono anche movimenti, gruppi, associazioni mirati a sensibilizzare il pubblico, sia addetti ai lavori che consumatori, su dinamiche e processi del settore moda, per aumentare la consapevolezza e facilitare l’approccio al cambiamento.

Una per tutti Fashion Revolution, ormai un punto di riferimento essenziale per tutti gli eco-fashionisti ma anche per chi si avvicina alla moda etica e vuole informarsi e approfondire certi temi.

Da poco se ne è affacciata un’altra che si chiama Fashion Declares ed è nata da una community di professionisti del settore tra cui Safia Minney, la fondatrice del marchio sostenibile inglese People Tree; in realtà Fashion Declares nasce sulla scia di altri movimenti simili come Music Declares (gruppo di musicisti) o Architects Declares (gruppo di architetti), tutti accomunati dallo scopo di esercitare pressione e influenza sulle problematiche legate al cambiamento climatico e a tematiche affini.

Fashion Declares punta sulla giusta idea che l’unione fa la forza, che quando ci si ri-unisce per il cambiamento, le voci si fanno più potenti e si ha maggiore possibilità di essere ascoltati.

Il movimento si concentra su cinque punti fondamentali:

  • 1) Parlare per un’azione urgente ovvero coinvolgere gli attori del sistema moda affinché sostengano pubblicamente leggi e accordi vincolanti e obbligatori per le aziende a conformarsi a standard riconosciuti a livello sia nazionale sia internazionale. Oltre a ciò, promuovere e condividere le migliori pratiche che siano di supporto alle aziende nel cambiamento;
  • 2) Decarbonizzazione, ripristino degli ecosistemi e biodiversità ovvero sollecitare un taglio radicale all’uso da parte del settore di energia, acqua e sostanze chimiche tossiche perché l’industria della moda raggiunga l’azzeramento delle emissioni di carbonio entro il 2030. Inoltre chiedere il passaggio a materiali a basso impatto, cessando di utilizzare fibre sintetiche vergini, adottando materiali riciclabili e biodegradabili e naturali, prodotti attraverso i principi dell’agricoltura biologica rigenerativa, favorendo i produttori su piccola scala e locali. In linea con l’economia circolare, promuovere pratiche come noleggio, second hand, riparazione, per prolungare la vita utile degli articoli esistenti e quindi ridurre il fabbisogno di risorse vergini, oltre al riciclo e al riutilizzo delle fibre sintetiche esistenti;
  • 3) Giustizia sociale ed equa transizione ovvero chiedere che l’industria della moda tratti tutti i lavoratori in modo equo e dignitoso, quindi parlare a favore dei diritti dei loro diritti, di un salario dignitoso, della libertà di associazione, dell’uguaglianza di genere e sfidare il razzismo sistemico e altre forme di potere abusivo. Sostenere inoltre l’adesione ai quadri di best practice esistenti per proteggere i lavoratori all’interno della catena di approvvigionamento, come, a titolo esemplificativo, Fair Wear, WFTO e Modern Slavery Act, al contempo chiedere nuovi accordi e leggi vincolanti, applicabili e verificabili ogni qualvolta necessario. Richiedere partnership dirette e a lungo termine con i fornitori per investire nella catena di approvvigionamento, nella comunità e nella resilienza climatica a livello globale. I fornitori sono partner nella trasformazione del nostro settore e devono essere partecipanti attivi nel processo decisionale. Il tutto per una transizione equa;
  • 4) Trasparenza radicale e corporate governance che consistono nel chiedere coinvolgimento a livello di consiglio di amministrazione e modelli di ruolo, con tutte le decisioni aziendali valutate rispetto al clima, agli impatti ecologici e sociali, per mettere il pianeta e le persone accanto al profitto. Le aziende dovrebbero sapere chi lavora nelle proprie catene di approvvigionamento e fornire una divulgazione pubblica completa dei vari livelli. Chiedere che le aziende si assumano la responsabilità della due diligence sui diritti umani e che garantiscano salari dignitosi ai lavoratori della filiera, il diritto alla sindacalizzazione e l’equità di genere e razziale, quindi impegnarsi con tutti gli attori della filiera, non solo con gli azionisti;
  • 5) Il modello di moda rigenerativa ovvero i marchi devono riconoscere che il modello economico esistente basato sulla crescita infinita in un pianeta con risorse limitate deve cessare. Chiedere quindi un impegno per la transizione verso un modello rigenerativo con un impegno immediato che generi equità per tutti.

Sono parole bellissime, che condividiamo fortemente e che ci auguriamo possano trovare presto un riscontro reale. Il cambiamento non può avvenire da un giorno all’altro, lo sappiamo bene, le più grandi rivoluzioni richiedono tempo ma al Pianeta di tempo non ne è rimasto molto. Prendiamone atto e agiamo.

Noi preferiamo dire arrivederci, Beyond Skin

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“E’ con il cuore triste e pesante che dopo aver creato per 20 anni calzature vegane di lusso, Beyond Skin chiude l’attività. Sfortunatamente gli ultimi 2 anni di turbolenze globali hanno preso il sopravvento.”

E’ con parte di questo annuncio (il testo intero l’ho usato come cover del post) che pochi giorni fa Beyond Skin, marchio inglese di scarpe vegane di alta gamma, ha dato l’addio ai propri clienti e follower sia sul proprio sito che sulle pagine social.

Lo devo dire, ci sono rimasta male. Non ero un’affezionata cliente, neanche cliente in realtà, ho visitato spesso il loro shop ma i costi, devo ammetterlo, erano troppo elevati per i miei standard, infatti si definivano ‘luxury brand’, giustamente.

Ma qui non conta se io, personalmente, potessi o meno permettermi le loro scarpe; ciò che mi lascia perplessa è che un brand pioniere della moda sostenibile (fondato nel 2001), che ha saputo creare attorno ai propri prodotti un’aura cult, con un design accattivante, le silhouette di ispirazione vintage ma molto contemporanee, l’alto livello di qualità e di artigianalità (il design era inglese ma venivano realizzate a mano in Spagna usando materiali italiani), si trovi a un punto tale da dover chiudere.

Lo scrivono chiaramente che la decisione è dovuta agli “ultimi 2 anni di turbolenze globali”, cioè alla pandemia e, certo, questo è stato un periodo che ha colpito pesantemente tutti i settori, anche quello della moda, lo sappiamo e ne abbiamo anche parlato, però, c’è un però: i brand del lusso mainstream hanno chiuso da record il 2021, a cominciare dal colosso mondiale LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton SE, che ha marcato una crescita del +20% rispetto al 2019, quindi pre-pandemia. Pare proprio che il settore del lusso “abbia corso talmente veloce da cancellare gli strascichi del coronavirus, anzi che abbia usato i tempi del lockdown per snellire i costi, velocizzare i processi e spingere sul digitale, che resta un canale residuale ma in crescita costante per tutti i brand”.

Anche Beyond Skin faceva parte dei brand di alta gamma, anche se non di quelli mainstream ma pur sempre un marchio consolidato che si era creato una bella nicchia di clienti e non dall’altro ieri.

E allora la domanda, cui non ho risposta ma che rivolgo anche a voi, per capire e darsela, una spiegazione, è: perché un brand pioniere del lusso sostenibile ha dovuto chiudere i battenti dopo ben 20 anni di onorata carriera a causa della pandemia e invece i marchi del lusso tradizionale, da Prada a Moncler a Tod’s, che per tanti aspetti della produzione lasciano molto a desiderare per delocalizzazioni selvagge, sfruttamento della manodopera e altro, non solo hanno fatturati da record ma hanno battuto le loro stesse aspettative di risultati?

Forse perché i ricchi, cioè la loro clientela, si sono fatti ancora più ricchi e quindi hanno battuto il ferro lì dov’era già caldo? Ma se doveva essere premiata la sostenibilità, come mai Beyond Skin non è sopravvissuta alla crisi, anzi, ha dovuto chiudere?

Oltretutto, se si digita ‘Beyond Skin’ su google, manco una piccola news su questa chiusura, neanche nei siti internazionali o in quelli britannici … tutto ciò mi porta a una riflessione che rivolgo anche a voi: è cambiato davvero qualcosa dopo questa pandemia?

Un giardino tessile per Fashion Revolution

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Si sa che gli inglesi sono amanti e cultori di fiori e giardini e si sa anche che dai fiori e dalle piante si possono estrarre innumerevoli coloranti da usare anche come tinture tessili, come ci aveva ben spiegato il ‘maestro tintore’ Stefano Panconesi in una delle nostre interviste del mese.

Ecco, il nuovo progetto di Fashion Revolution coniuga proprio l’amore tutto britannico per il verde e il mondo delle tinte naturali con un ‘giardino tessile’ realizzato in collaborazione con la garden & landscape designer Lottie Delamain, che s’ispirerà alle piante da cui si ricavano sia tinture che materiali tessili. Questo giardino speciale sarà presentato il prossimo maggio in occasione della RHS Chelsea Flower Show, la più grande e importante esposizione floreale della Gran Bretagna, anche tra le più antiche e frequentate al mondo.

Il progetto del giardino – courtesy Fashion Revolution

Un giardino bello da guardare ma anche per far riflettere: coloranti chimici e fibre sintetiche dominano tuttora il mondo della moda, le sostanze che finiscono nei corsi d’acqua, sia per la produzione di materiali di derivazione chimica che per le tinture, rappresentano un serio pericolo per la natura coinvolta e la salute umana ma, nonostante ciò, il Fashion Transparency Index 2021 ha rilevato che solo un quarto dei principali marchi pubblica obiettivi misurabili e temporali sulla riduzione dell’uso di tessuti derivanti da combustibili fossili vergini. Più di 15.000 sostanze chimiche possono essere utilizzate durante il processo di produzione tessile, dalle materie prime alla tintura e al finissaggio, ma solo il 30% dei brand dichiara di impegnarsi a eliminare l’uso di sostanze chimiche dannose.

Ecco che allora, realizzare ed esporre un giardino che possa racchiudere in sé il bisogno di un cambiamento radicale nel rapporto con i nostri vestiti, come con la natura in generale, si rivela un’opportunità unica, oltre che un altro modo per esprimere uno dei motti di Fashion Revolution, #WhatsInMyClothes.

Le piante verranno fornite da vivai e coltivatori del Regno Unito, ci saranno fiori di campo autoctoni, poco impegnativi anche in ​​termini di acqua, mentre il design del giardino stesso avrà lo scopo di imitare un tessuto, diviso in blocchi di colore distintivi per dare l’impressione di un materiale intrecciato.

Dopo l’esposizione all’RHS Chelsea Flower Show, che si terrà dal 24 al 28 maggio prossimi, il giardino sarà trasferito alla Headington School di Oxford dove Kate Turnbull, Head of Fashion and Textiles Design, ha sviluppato un nuovo programma che include lo studio delle piante utilizzate per i coloranti e le fibre tessili, la loro propagazione e utilizzo. In questa nuova sede il giardino avrà un doppio ruolo: come esempio pratico di uso tintoreo per gli studenti di Textile Design e come una ‘ruota dei colori’, che ispiri tutti gli studenti sui molteplici ruoli che le piante svolgono nelle nostre vite.

A scuola di sostenibilità, oltre ogni retorica

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Una cosa di cui sono sempre stata convinta, ora più che mai, è l’insegnamento delle pratiche virtuose a scuola e non mi riferisco solo agli istituti superiori ma anche e soprattutto alle primarie e secondarie. I bambini e i ragazzi di oggi saranno gli adulti di domani e solo con un’educazione e un’istruzione complete, in cui i temi legati alla sostenibilità siano materie importanti come, non so, l’italiano, la storia, le lingue straniere, per citarne solo alcune, potranno diventare persone consapevoli e responsabili su argomenti da cui non si può più prescindere.

Parlo quindi volentieri di Inchsustain_school, iniziativa proposta da Inch_studio Srl, azienda vicentina specializzata nello studio, progettazione e produzione di capi di alta gamma, rivolta alle scuole medie; il progetto è partito lo scorso dicembre presso la seconda media dell’Istituto Alessandro Manzoni di Creazzo, provincia di Vicenza e ha visto la stretta collaborazione tra gli studenti e le varie figure professionali dell’azienda, dal titolare ai responsabili prodotto e progetto a due modelliste.

Un momento del progetto

Rivolto ai ragazzi in procinto di affrontare la scelta della scuola superiore, Inchsustain_school si è svolto in tre giornate con un modulo teorico-pratico di formazione-lavoro al termine del quale ogni studente ha visto realizzata la propria ‘Sustainable T-shirt’, perfetta sintesi di molteplici, importanti elementi. Primo fra tutti il concetto di riutilizzo tramite l’uso degli sfridi di lavorazione, scarti che l’azienda dovrebbe altrimenti buttare; altro concetto fondamentale il valore della formazione vista come passaggio di competenze e pratiche sostenibili. Poi il dialogo tra digitalizzazione e artigianalità, spesso vissute in contrapposizione in termini di mondo e stili, ma che in realtà convivono e si completano l’una con l’altra. Non ultimo, la ‘Sustainable T-shirt’ e l’intero progetto hanno favorito e veicolato l’espressione dell’individualità degli studenti coinvolti e questo proprio attraverso l’attività di ideazione e creazione, che ha consentito loro di scoprire attitudini e predisposizioni fino a quel momento sconosciute.

“E’ stata una esperienza davvero forte, che ha insegnato a noi e ai ragazzi più di quanto sperassimo” ha dichiarato Virginia Busoni, socia e responsabile prodotto di Inc_studio, “abbiamo avuto la conferma di come confrontarsi, dialogare e creare insieme non sia mai una perdita di tempo, bensì un ‘tempo di condivisione’ in cui, con attenzione e coinvolgimento alle stelle, si superano gli schemi abituali e si sfiora l’incredibile. E, in questo anno pieno di ‘2’, vorremmo riproporre il modulo una seconda volta, in un’altra scuola, perché … c’è sempre margine di miglioramento. Sarà un’altra occasione unica, un’altra meravigliosa opportunità per stimolare le menti creative e, perché no, contribuire alla nascita di futuri modellisti o stilisti green”.

Come dicevo all’inizio sarebbe auspicabile che progetti di questo tipo fossero inseriti nei programmi scolastici nazionali, perché la sensibilità a questi temi si sviluppi e prenda forma nelle giovani menti (e corpi) anch’essi in formazione.

Le immagini courtesy Inch_studio Srl

La legge è uguale per tutti, anche a New York

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Toni Maticevski's catwalk Photo: Peter Duhon

Torniamo a parlare di normative in ambito di moda sostenibile, dopo aver segnalato a dicembre la prima ordinanza cautelare di un Tribunale italiano in materia di greenwashing.

Stavolta ci spostiamo oltreoceano, a New York, che è anche la capitale della moda a stelle e strisce e che proprio per questo, a maggior ragione, dovrebbe dare il buon esempio e allinearsi alle leggi che tanti Paesi, soprattutto europei, stanno emanando in tema di sostenibilità nel fashion.

La notizia la dà il New York Times e riguarda un disegno di legge, il Fashion Sustainability and Social Accountability Act (o Fashion Act), presentato pochi giorni fa dalla senatrice dello stato di New York Alessandra Biaggi insieme alla deputata Anna R.Kelles, che, se approvato, renderebbe New York il primo Stato Usa a dotarsi di una legislazione che accollerà una responsabilità diretta ai grandi marchi della moda in relazione ai cambiamenti climatici.

Il disegno di legge è sostenuto da una potente coalizione di organizzazioni non profit legate al mondo moda e alla sostenibilità, tra cui il New Standard Institute, il Natural Resources Defense Council e la New York City Environmental Justice Alliance, nonché la designer Stella McCartney, che ovviamente in queste iniziative non manca mai.

Ma in cosa consiste il Fashion Act? In pratica richiederebbe ai big brand della moda, sia quelli del lusso sia le catene di fast fashion, di mappare almeno il 50% della propria catena di approvvigionamento, a partire dai luoghi di provenienza delle materie prime, passando per le fabbriche e gli hub di spedizione. Dovrebbero quindi rendere noto quale parte della catena ha il maggiore impatto sociale e ambientale in materia di salari equi, energia, emissioni di gas serra, gestione dell’acqua e dei prodotti chimici e fare piani concreti per ridurre tali numeri (quando si tratta di emissioni di carbonio, dovrebbero fare riferimento agli obiettivi fissati dagli Accordi di Parigi sul clima).

Infine, nella legge sarebbe compreso anche l’obbligo di rivelare i volumi di produzione dei materiali per capire, ad esempio, quanto cotone, pelle o poliestere sono utilizzati; tali informazioni dovrebbero essere pubblicate anche online.

Alle aziende verrebbero concessi 12 mesi per conformarsi alla direttiva sulla mappatura (18 mesi per le informazioni sugli impatti) e se venissero ritenute in violazione della legge, sarebbero multate fino al 2% dei loro ricavi annuali, multe che andrebbero a un nuovo Fondo comunitario amministrato dal Dipartimento per la conservazione ambientale e utilizzato per progetti di giustizia nello stesso ambito.

Secondo la senatrice Biaggi “lo Stato di New York ha la responsabilità morale di fungere da leader nella mitigazione dell’impatto ambientale e sociale dell’industria della moda” e ha definito la legge “rivoluzionaria” e in grado di garantire che “il lavoro, i diritti umani e la protezione dell’ambiente abbiano la priorità”.

Allora ci auguriamo che il Fashion Act diventi realtà e che ogni Paese continui a dotarsi di leggi sempre più specifiche sull’argomento, perché non è ancora abbastanza. E lo sappiamo.

L’immagine di copertina è di Peter Duhon

Non è tutto green quello che luccica

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Buone notizie: anche la legge italiana comincia a muoversi sul fronte greenwashing, con la prima ordinanza cautelare di un Tribunale Italiano (tra le prime anche in Europa) in materia di ‘finto green’.

A emetterla il Tribunale di Gorizia a seguito di un ricorso d’urgenza presentato da Alcantara, azienda italiana che produce e commercializza in tutto il mondo l’omonimo materiale a marchio registrato Alcantara®, nei confronti di Miko, società friulana che commercializza il materiale ‘Dinamica’, utilizzato anche su alcuni modelli di auto.

Del caso e della relativa ordinanza si è parlato in una conferenza stampa organizzata da Save the Planet, associazione no profit che promuove progetti, azioni e soluzioni concrete per aiutare il pianeta e tutelare l’ambiente; ricordando “l’impegno di Save the Planet per una transizione ecologica reale e non di facciata” la presidente Elena Stoppioni ha spiegato che il ‘caso Alcantara’ può diventare una prima, fondamentale case history in tema di greenwashing, utile per casi di giurisprudenza.

In poche parole Miko pubblicizzava il proprio materiale ‘Dinamica’ con una serie di claim quali: ‘La prima microfibra sostenibile e riciclabile’, ‘100% riciclabile’, ‘riduzione del consumo di energia e delle emissioni di CO2 dell’80%’, ‘amica dell’ambiente’, ‘scelta naturale’ e ‘microfibra ecologica’ e di “informazioni non verificabili e ingannevoli sul contenuto di materiale riciclato del prodotto”.

Con riferimento ai claim ‘microfibra ecologica’, ‘amica dell’ambiente’ e ‘scelta naturale’, il Tribunale di Gorizia ha affermato che “i messaggi pubblicitari denunciati da parte ricorrente sono sicuramente molto generici e sicuramente creano nel consumatore un’immagine green dell’azienda senza peraltro dar conto effettivamente di quali siano le politiche aziendali che consentono un maggior rispetto dell’ambiente e riducano fattivamente l’impatto che la produzione e commercializzazione di un materiale di derivazione petrolifera possano determinare in senso positivo sull’ambiente e sul suo rispetto”, aggiungendo che “alcuni concetti riportati trovano smentita nella stessa composizione e derivazione del materiale” considerando peraltro “che risulta difficile supporre che possa essere considerata una fibra naturale”.

L’ordinanza emessa va di pari passo con un’altra dichiarazione del Tribunale secondo cui “la sensibilità verso i problemi ambientali è oggi molto elevata e le virtù ecologiche decantate da un’impresa o da un prodotto possono influenzare le scelte di acquisto”, aggiungendo che le “dichiarazioni ambientali verdi devono essere chiare, veritiere, accurate e non fuorvianti, basate su dati scientifici presentati in modo comprensibile”.

Sappiamo bene che il greenwashing dà solo una pennellata verde ad aziende che di fatto non lo sono e ciò provoca molteplici danni, non solo perché inganna il consumatore che tende a optare per prodotti eco-friendly rispetto a quelli tradizionali, anche pagando prezzi più elevati ma danneggia la competitività di aziende più rigorose, in questo preciso caso Alcantara, impegnata nella sostenibilità da anni.

Il danno poi, aggiunge Save the Planet, può essere anche di carattere strettamente finanziario poiché le obbligazioni green, secondo le stime di Standard & Poor, potrebbero superare a fine di quest’anno i 1000 miliardi di dollari; si tratta di una massa enorme di risorse cui le aziende possono attingere ma è necessario che il processo decisionale sia liberato da ogni ingannevole comunicazione di greenwashing.

Antonello Ciotti, presidente dell’Associazione Europea dei produttori di Poliestere (CPME ), anche lui presente alla conferenza stampa, ha ricordato le problematiche aperte dal concetto di ‘materiale riciclato’, tanto più che, per toccare un prodotto di larghissimo consumo, la direttiva europea sulla plastica “richiede entro il 2025 che in ogni Paese membro dell’EU, ogni bottiglia contenga almeno il 25% di PET riciclato”. Di qui, ha sottolineato, davanti al rischio di “dichiarazioni che possono alterare la leale concorrenza oltre che ingannare il consumatore, c’è la necessità di ricorrere a best practice riconosciute a livello internazionale per definire esattamente il contenuto di riciclato, specialmente in questa fase in cui il costo del materiale riciclato è di gran lunga superiore a quello vergine”.

Ultimo ma non meno importante, il caso ha portato Save the Planet a costituire una commissione di appositi esperti che avranno il compito di vagliare e monitorare possibili azioni di greenwashing e, quindi, di comunicazioni scorrette verso i consumatori in termini di sostenibilità. Inoltre è attiva una community sul sito dell’associazione per segnalare potenziali pratiche di questo tipo, anche in forma anonima.

Mi sembra un buon inizio.

Immagine di copertina @pixabay

Punto sostenibilità, l’archivio per la moda green

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L’altro ieri, mercoledì 1 dicembre, presso la Fondazione Fashion Research Italy (FRI) di Bologna, fondata nel 2015 dal Cavalier Alberto Masotti, già Presidente de La Perla, per supportare il settore moda del Made in Italy attraverso attività di consulenza e formazione, è stato presentato Punto Sostenibilità, il nuovo strutturato archivio, sia fisico che digitale, di materiali tessili e accessori sostenibili per le imprese della moda.

Si tratta del più completo archivio di materiali tessili, accessori e soluzioni di packaging con caratteristiche di sostenibilità, provenienti da cataloghi di fornitori selezionati su tutto il territorio nazionale. Un vero e proprio show-room capace di connettere domanda e offerta, che inaugura con circa 1500 referenze e 100 aziende mappate, ma che vuole crescere in fretta e verrà costantemente aggiornato con le novità green che le aziende vorranno proporre.

Accanto alla oramai tradizionale lana riciclata, trovano spazio prodotti più innovativi come la seta rigenerata, tessuti e passamanerie realizzati con filati di giacenza attraverso l’impiego di telai tradizionali, composizioni con fibre miste rigenerate e ancora jersey in poliestere biodegradabile, buste e sacchi biodegradabili e compostabili per il packaging di prodotto, bottoni e zip realizzati con alluminio riciclato, nastri e fettucce in poliestere riciclato e molto altro. In tal senso, l’archivio ospita il meglio dell’innovazione, con una ulteriore caratteristica dirimente: solo materiali e soluzioni già industrializzate e immediatamente disponibili per la produzione in piccola o larga scala.


Ciascuno dei campioni presenti, dai tessili ai bottoni, dalle cerniere alle confezioni, è descritto riportandone sia le specifiche tecniche che le certificazioni correlate, per restituire la più completa presentazione del prodotto e consentire alle aziende la scelta dei materiali più performanti da impiegare nelle loro produzioni sostenibili.
 
Punto Sostenibilità aspira a diventare un punto di riferimento per le imprese di ogni dimensione alla ricerca di supporto e orientamento nella loro svolta verso una nuova visione della moda, rispettosa dell’ambiente e dei lavoratori e votata all’innovazione, con la consapevolezza che la scelta di materiali sostenibili sia solo un primo passo verso la conversione al paradigma green, per il quale occorrono investimenti e strategie, da integrare in un programma a lungo termine. Per questa ragione, all’archivio di materiali, affianca attività di consulenza e formazione per individuare, insieme a partner di comprovata esperienza, le esigenze specifiche di ciascuna realtà e le soluzioni più idonee per svilupparle grazie alla preparazione del personale dedicato.

“Sono passati molti anni da quando ho letto i primi report sull’inquinamento prodotto dall’industria della moda, ma ricordo ancora lo sconcerto che ho provato, spiega Alberto Masotti, Presidente della Fondazione FRI, il settore in cui lavoravo e che tanto amavo era la seconda attività più inquinante del mondo e ancora oggi, purtroppo, la strada verso l’evoluzione green è lunga, nonostante sia ormai evidente che un cambio di passo è non solo necessario, ma indispensabile. Mi consola vedere che le nuove generazioni siano più attente a questi temi e ne sentano l’urgenza: la mia più grande speranza è che la Fondazione possa essere un punto di riferimento, anche fisico, per i nuovi designer e tutte le realtà imprenditoriali sempre più consapevoli della necessità di convertirsi a una produzione che tuteli l’equilibrio ambientale”.

In occasione dell’inaugurazione di Punto Sostenibilità la Fondazione FRI ospita anche, da ieri 2 dicembre e fino al 31 gennaio 2022, la prima italiana de ‘La gentilezza della carta. La sostenibilità è bellezza’, mostra di Caterina Crepax di 18 abiti-scultura realizzati in carta prodotta con il 100% di fibre riciclate dalla storica cartiera friulana Cordenons, per riflettere attraverso l’arte sul tema della sostenibilità. Avremo modo di parlarne più approfonditamente con un reportage ad hoc.

Alcuni degli abiti-scultura della mostra ‘La gentilezza della carta. La sostenibilità è bellezza’

Tornando all’archivio, l’accesso è gratuito tanto per le aziende che desiderano proporre i propri prodotti, quanto per le manifatture che vorranno accedere alla selezione: attivando il proprio account sarà possibile consultare l’intero catalogo, ottenendo informazioni merceologiche e tecniche di tutte le risorse disponibili.

Le aziende coinvolte a oggi, provenienti per lo più dai grandi distretti tessili italiani, come Prato, Biella, Vicenza, Como e dall’Emilia Romagna, offrono uno spaccato del settore di interessante lettura: se la sicurezza chimica dei prodotti rappresenta ormai un dato di fatto, emerge anche una forte sensibilità delle aziende agli aspetti etici legati al lavoro e ai diritti umani. Il tema dell’economia circolare sembra ormai destinato ad affermarsi come trend topic dei prossimi anni: il quadro della circolarità è a sua volta determinato da una proporzione abbastanza equilibrata tra il ricorso a materiali da riciclo sul lato degli approvvigionamenti e progetti di EPR/cicli chiusi sul lato dei processi aziendali.

C’è ancora molto da fare, invece, per quel che riguarda la conservazione della biodiversità (con riferimento in particolare alla scelta di materiali di origine naturale provenienti da agricoltura biologica e responsabile) e per le azioni a favore del clima, che passano dall’utilizzo di energie rinnovabili e dalla compensazione di CO2 e polimeri da biomassa, presenti in misura crescente sul mercato. Vale la pena però sottolineare che diverse aziende hanno puntato su altri polimeri innovativi, biodegradabili, seppur a base fossile.

Tutte le immagini courtesy Fondazione Fashion Research Italy.

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