Abbiamo parlato tante volte di quanti aspetti implichi il termine ‘sostenibilità’ e di come sia quindi complicato darne una definizione univoca. Oggi, leggendo la newsletter di Neonyt Berlin, mi sono imbattuta nella parola ‘diversità’, che è sicuramente l’ennesima accezione che rientra nell’essere sostenibili, perché nell’ambito moda, un brand può essere definito etico se è anche plurale e inclusivo.

Cioè? Beh pensiamo solo ai diversi movimenti nati negli ultimi anni, come #metoo e #blacklivesmatter ma anche alle discussioni sul corpo, sui suoi limiti, sulla sua a-sessualità, sul desiderio di andare oltre le divisioni tra generi che, nella moda, si traducono in abiti sempre più ‘fluidi’, in-definiti, anche nel senso di non-finiti, che esaltano imperfezioni e assemblaggi materici.

Designer che si convertono al genderless, altri che lo sono sempre stati ma la direzione è chiara: una moda senza più barriere, con sfilate e campagne pubblicitarie sempre più diversificate, con modelli che promuovono l’autenticità e l’inclusione. E adottando un approccio equo, sdoganano anche l’uguaglianza durante tutto il processo di produzione: salari equi, emancipazione delle donne (e dei loro diritti) e pari opportunità attraverso progetti educativi.

A proposito di diversità, Neonyt ha intervistato alcuni brand e designer della sua community, chiedendogli che ruolo giocano l’individualità e la diversità nel loro modello di business e come li incorporano nelle collezioni.

Buki Akomolafe

Buki Akomolafe, designer tedesca-nigeriana di stanza a Berlino, porta nelle sue collezioni un background diversificato di tradizione, artigianato, esperienza di design e visione estetica; il brand è sinonimo di abbigliamento femminile contemporaneo, utilizza materiali ecologici di prima qualità e accenna all’androginia.

Per Akomolafe l’industria della moda dovrebbe dare più voce ai ‘BIPoC’ ovvero ai neri, agli indigeni e alle persone di altre etnie (‘black, indigenous and people of color’) e a chi ha background diversi e dice che “avere prospettive diverse all’interno di un’azienda e comunicarle al mondo esterno, ad esempio attraverso una campagna fotografica, è un elemento chiave”. Infatti, come accennavo prima, la moda della designer gioca su una ‘traslazione’ tra generi proprio per rappresentare la diversità.

Johan Graffner del brand svedese di streetwear Dedicated parla di un Pianeta abitato da più razze, elemento che un marchio deve tenere in considerazione per essere sostenibile, perciò le campagne sono realizzate da fotografi e artisti di ogni parte del mondo, come da ogni parte del mondo vengono i modelli scelti. Oltre a ciò, naturalmente c’è la massima attenzione alla catena di fornitura, alle certificazioni e all’uso di materiali eco-friendly, come ad esempio il cotone organico che compone le t-shirt o il poliestere riciclato.

“Sotto alcuni aspetti la moda può essere molto brutta, quindi rendila bella” afferma Sean Pfister di Dilly Socks, brand di calze disegnate in Svizzera e prodotte in modo sostenibile in Portogallo. Secondo Pfister è importante mostrare tutti i lati della moda e trovare soluzioni ai problemi sociali. Ecco l’idea che il marchio ha avuto: i calzini rimasti alla fine della stagione vengono riciclati da persone disabili per creare scimmie peluche coccolose per bambini. paola d’ordine: inclusività.

Le scimmie prodotte con i calzini riciclati – courtesy Dilly Socks

Ecco tre modi diversi di rendere inclusivo un brand e fare della diversità un aspetto della sostenibilità.

Per la cronaca nemmeno l’edizione invernale di Neonyt Berlin si terrà in presenza, causa maledetto Covid. E io che ci volevo andare, rimanderò all’estate 2021.

Foto in copertina: courtesy Neonyt Berlin

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