Scusate l’assenza, sto lavorando ad altri articoli e progetti e purtroppo non sono ancora una e trina ma oggi che ho un po’ di tempo voglio condividere con voi una bella scoperta che ho fatto durante le ricerche per uno dei pezzi che vi dicevo un attimo fa.

Preparando un articolo sulla stampa 3D nel settore del fashion, mi sono imbattuta nella designer israeliana Danit Peleg, pioniera della moda stampata in 3D, prima stilista al mondo, nel 2015, a creare un’intera collezione utilizzando stampanti domestiche 3D per il suo progetto di laurea presso lo Shenkar College of Engineering and Design a Ramat Gan, nel distretto di Tel Aviv. L’anno dopo è stata invitata dai Giochi Paralimpici a disegnare un abito stampato in 3D per Amy Purdy, una ballerina amputata a due gambe, che si è esibita alla cerimonia di apertura, fino a essere nominata dalla BBC nel 2019 una delle cento donne più influenti al mondo.

Amy Purdy con l’abito 3D di Danit Peleg – photo credits Marina Ribas

La designer vede nella stampa 3D, non solo uno strumento per offrire nuove opportunità nella moda e ispirare i giovani creativi, ma anche e soprattutto una tecnologia che possa ridurre drasticamente i rifiuti e l’inquinamento, fornendo un’alternativa sostenibile per il futuro in un settore tra i più impattanti. “Immagina un mondo, racconta Danit Peleg, in cui le persone acquistano file digitali di abiti stampati in 3D, li scaricano e li realizzano a casa, su misura, senza produrre rifiuti”. Perciò lei e il suo team lavorano incessantemente, sia per migliorare la qualità dei materiali disponibili, assicurandosi che assomiglino a tessuti esistenti di alta qualità, come la seta e il lino, sia collaborando con le aziende di stampanti 3D per rendere il processo creativo più fluido possibile.

Ma com’è cominciata l’avventura di Danit? Con uno stage a New York, dove ha lavorato per una casa di moda, aiutandoli nella realizzazione della loro collezione 3D, una vera impresa, perché utilizzavano grandi stampanti industriali e la situazione era molto stressante, perché ogni abito costava circa 20.000 dollari e si trattava più che altro di abiti-scultura composti in una plastica fragile che si rompeva a ogni movimento delle modelle. Tornata in Israele, Danit riceve da un amico una collana fatta con una stampante 3D e le viene l’illuminazione: se con una stampante casalinga si può stampare una collana, perché non un abito?

Il percorso della designer, dopo la collezione realizzata per la tesi di laurea, prosegue tra ricerca incessante e creazione di altre collezioni, quasi sempre ispirate all’arte classica, come ‘The Birth of Venus’, la seconda collezione, in cui è incluso anche l’outfit di cui parlavo prima per la ballerina paralimpica Amy Purdy e una giacca che è disponibile sul sito della designer e può essere personalizzata e stampata su ordinazione.

Poiché ogni singola giacca impiega circa 100 ore per essere stampata, il capo, chiamato ‘Imagine’, fa parte di un’edizione limitata di soli 100 pezzi, ognuno numerato e venduto a 1.500 dollari. L’esterno della giacca è stampato al 100% in 3D ed è fissato a una fodera in tessuto; è anche possibile scegliere una parola da stampare, sempre in 3D, sul retro. Le giacche vengono stampate in Spagna ma assemblate e spedite da Tel Aviv, dove vive Danit.

A differenza della produzione tradizionale, il processo di stampa 3D produce zero rifiuti e nessun materiale aggiuntivo. Danit utilizza prevalentemente il Filaflex, uno dei materiali più elastici esistenti sul mercato oggigiorno. È molto forte ma anche morbido al tatto e permette, se combinato con altri tessuti dalla struttura flessibile, di ottenere una fluidità e una sensazione piacevoli al contatto con la pelle.

Un’altra creazione 3D di Danit Peleg – photo credits Daria Ratiner

Dopo aver creato il capo al computer, la designer apre tutto su un software di modellazione 3D, affinché ogni parte si adatti alla misura di stampa, con anche la possibilità di scegliere una taglia specifica, anche per ogni singolo pezzo: se per esempio una persona ha una taglia piccola ma le braccia lunghe, si può modificare la lunghezza delle maniche, senza alterare le altre misure.

E’ senza dubbio un processo affascinante, che cambia radicalmente l’approccio creativo ma anche quello dell’acquisto; e se un giorno fosse proprio così, se avessimo tutti noi la possibilità di diventare designer, di scegliere, comprare e scaricare il file di un abito e di stamparcelo a casa? Vi piacerebbe?

Di certo si eviterebbero tanti sprechi. Avremmo una catena di fornitura super trasparente e cortissima. Sapremmo tutto dei materiali. Ma cambierebbe anche il ruolo dei creativi. Dell’esperienza di acquisto e tanto altro. Senza contare il fine vita delle materie utilizzate per la stampa, trattasi pur sempre di bio-plastiche, anche se anche in questo campo la ricerca sta facendo passi avanti con alternative sostenibili provenienti da scarti dell’agricoltura. Staremo a vedere.

Un giorno, comunque. Per adesso, pensiamoci su.

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