Era il 17 aprile quando usciva la prima ‘puntata‘ della eco-à-porter challenge, eravamo ancora in lockdown e l’idea di poter tornare a un minimo di normalità sembrava ancora lontana. Poi è arrivata la fase 2 e adesso, con le regioni di nuovo aperte, siamo passati alla fase 3.

Questa challenge ci ha accompagnato in tutti i momenti dell’emergenza e credo, spero, che abbia contribuito, nel piccolo, a distrarvi un po’. So che è piaciuta, diverse sono state le adesioni, con lavori originali e interessanti che hanno confermato quanto sia diffusa la moda del vintage, del second hand e anche delle produzioni artigianali, dato che diverse partecipanti erano, sono anche designer e artiste.

Questi due contenuti, arrivati all’ultimo, mi hanno spinto a dedicare alla challenge un ennesimo post che concluderà la serie, lasciando aperta la possibilità futura di uno spazio fisso dedicato ai lavori dei nostri lettori.

Quindi presento Elena Sammarchi, giovane designer e artista bolognese che ho avuto il piacere di conoscere quando, da studentessa, fece uno stage presso la redazione dove ai tempi lavoravo. Ci siamo perse di vista per anni, poi l’ho ritrovata su Instagram (ecco il potere dei social!) ed è quindi un piacere averla mia ospite nel blog. Elena lavora per svariati progetti nel campo dello spettacolo, collaborando come costumista, stylist, sarta di scena per film e cortometraggi, videoclip, spettacoli teatrali, set fotografici, spot tv. Offre inoltre un servizio di consulenza d’immagine artistica, aiutando gli artisti a calarsi nello stile del personaggio attraverso la creazione e valorizzazione di una specifica immagine personale. In parallelo, sperimenta e sviluppa un suo linguaggio artistico attorno al concetto di costume, in relazione all’arte tessile e performativa, proponendo video performance e installazioni per diverse mostre collettive.

Per la challenge, Elena ha scelto una foto di Vogue con la modella Hilary Rhoda e ha inserito:

  • una pochette realizzata da lei artigianalmente, in cotone riciclato ed ecopelle con nappina sempre handmade;
  • un abito vintage;
  • e il quadro di sfondo, mi scrive Elena, “è una cosa in più che ho voluto mettere io! E’ un altro mio vecchio lavoro, un quadro che feci a 13 anni quando la mia professoressa mi insegnò la tecnica del dripping! Mi piaceva l’insieme, tra il pattern dei due tessuti e quello del quadro. Forse può risultate ‘cacofonico’ o ridondante, ma mi piaceva il contrasto e ho sperimentato”. E hai fatto bene, brava Elena!

L’altra partecipante è Debora Frosini, che gestisce insieme alla mamma Stile Biologico, atelier nel cuore di Firenze in cui si realizzano capi su misura e si riparano quelli usati “poiché niente è spreco finché non viene buttato via”. Debora mi scrive che è cresciuta in una famiglia che cuce e lavora a maglia da generazioni e ne ha così ereditato talento e passione. All’atelier, fondato da Giuditta Blandini, Debora e la mamma hanno affiancato anche il loro laboratorio di maglieria, collaborando con le scuole di moda internazionali per mostrare e diffondere l’arte del lavoro a maglia. Stile Biologico fa parte di OmA, l’Osservatorio dei Mestieri d’Arte, che promuove le botteghe artigiane fiorentine con una serie di eventi. Debora ha collaborato, con le proprie creazioni sostenibili, alla realizzazione del film indipendente ‘The last fighter’ di Alessandro Baccini e Domenico Costanzo.

Debora ha scelto un’immagine di Virginia Woolf, reinterpretandola con un cardigan fatto da lei in cotone biologico:

Grazie di cuore alle ultime due partecipanti e a tutte coloro che hanno aderito al progetto, ritagliandosi un po’ di tempo tra i vari impegni. Il mio unico cruccio? Neanche un uomo. Poco male, è la conferma di ciò che penso e sostengo da un po’ ovvero che la sostenibilità è donna!

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