Bethany Williams, eco-maker designer inglese, la tengo d’occhio da un bel po’, mi piace il suo lavoro, mi piace il suo coniugare moda e sociale con un approccio tutto suo, fatto di colori, patchwork e forme che ben si adattano a donne e uomini per lo stile gender fluid, anche se lei sfila abitualmente per il menswear ed è anche per questo che sta cercando di rendere più minute le silhouette, perché ben si adattino anche alle donne.

La sua è una moda inclusiva che, come raccontava in una recente intervista a Vogue, si lega per ogni collezione a un diverso progetto sociale e/o a un’organizzazione di beneficenza e questo a Bethany è venuto dal suo background in Belle Arti e allo studio dei vecchi filosofi che vedevano l’arte e il processo creativo come mezzi di forte impatto sociale.

Per esempio, tra le sue collaborazioni fisse c’è quella con Making for Change, programma di formazione e produzione di moda all’interno del carcere femminile HMP Downview, che mira ad aumentare il benessere e ridurre i tassi di recidiva tra le partecipanti dotandole di competenze e qualifiche professionali. E poi c’è il network di cooperative sociali italiane che fanno capo a Mending for Good, il cui lavoro è presente anche nell’ultima collezione della designer, ‘The Hands that Heals Us’, presentata l’altro ieri al London Design Museum.

Mending for Good, che ha un approccio originale nell’affrontare la sfida degli scarti e collabora con produttori tessili, designer e brand del lusso per trovare soluzioni circolari creative, è intervenuta per la ricerca e lo sviluppo della sezione maglieria, caposaldo nelle collezioni della Williams, coordinata dalla fondatrice e designer Barbara Guarducci e realizzata a mano da Manusa, una delle cooperative del network, con l’unione di varie tecniche: uncinetto, patchwork e intarsio.

La maglieria, caposaldo del lavoro di Bethany Williams – courtesy Bethany Williams

‘The Hands that Heals Us’ celebra la comunità dei ‘Maker’, ovvero dell’artigianato, della creatività e delle piccole comunità di produzione sul cui lavoro la Williams costruisce da sempre le proprie collezioni: “L’obiettivo principale di questa collezione, spiega la designer, sono le molte mani che toccano i nostri vestiti durante tutto il processo di realizzazione, attraverso l’integrazione di elementi artigianali e fatti a mano, sotto forma di tessitura, maglieria, stampa, patchwork e ricamo. La vita di ogni capo passa con delicatezza per le mani della nostra intricata catena di approvvigionamento e per questo proviamo un’immensa gratitudine per i nostri artigiani, i nostri strumenti e il nostro team”.

La collezione vede inoltre il debutto della linea denim, in questo caso fornito da ISKO, con una base principale di cotone e canapa organici e riciclati; compresi anche bottoni svitabili in metallo, in modo che siano facilmente rimovibili per continuare il ciclo di vita del capo, poiché i bottoni fanno parte di quelle minuterie che possono spesso rappresentare un ostacolo nel processo di riciclo.

Sempre grazie alla partnership con Mending for Good, la collezione si avvale anche dell’apporto del laboratorio artigianale di San Patrignano, che ha collaborato per una delle due borse della collezione con il proprio caratteristico tessuto intrecciato effetto simil-pelliccia.

La borsa realizzata in collaborazione con il laboratorio di San Patrignano

L’organizzazione di beneficenza scelta da Bethany Williams per questa stagione è il British Crafts Council, con cui la designer svilupperà una serie di workshop e programmi che puntano, tra il resto, a generare e ispirare una nuova generazione di maker.

Previous articleCome diventare ‘Fashionisti consapevoli’
Next articlePrato sempre più modello per il riciclo tessile

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here