L’anno scorso intorno a maggio scrivevo dei pezzi legati al post Covid … che ingenua che ero, che ingenui che eravamo in tanti, troppi, che pensavamo, speravamo che il peggio fosse passato e che dovessimo solo considerare gli effetti della pandemia e leccarci le ferite, come se ci fossimo già lasciati tutto alle spalle.

Non è così, ci siamo ancora dentro ma intanto i cambiamenti continuano a scuotere non solo le nostre vite ma anche tanti settori dell’industria; noi continuiamo a seguire quelli che stanno scombussolando il settore moda e oggi lo facciamo proponendovi il report che Fabio Bolognini ha redatto per Workinvoice, società fintech di servizi a valore aggiunto per le imprese, che mette in contatto diretto risorse finanziarie e settore produttivo.

Lo stesso report ha trovato conferma anche in un recente studio dal titolo ‘The State of Fashion 2021’ realizzato dalla company internazionale McKinsey, secondo cui il primo e più devastante effetto della pandemia sul mondo della moda è stato il crollo della domanda. A settembre 2020, negli USA i fatturati erano ancora stimati in calo del 27-35%, e i margini del settore su base mondiale erano già destinati ad essere azzerati (nell’immagine di copertina il grafico attinente).

Ma gli effetti più significativi sulla domanda non sono quelli legati al volume, bensì ai cambiamenti nella sua composizione; nella moda maschile e femminile, a causa della scomparsa di eventi e cene, le categorie di abbigliamento formale hanno subito un rapido declino, a favore di quelle più sportive come athleisure e activewear.

Nello stesso periodo, a causa del lockdown, e questa è l’informazione che ci interessa di più, i consumatori hanno avuto modo di riflettere sull’eccesso di capi presenti nel guardaroba con un conseguente rigetto verso lo spreco nei modelli di acquisto passati, che ha portato alla rinascita di un mercato dell’usato, del lusso e non. Questa percezione sta accelerando tra i brand della moda un trend di riduzione degli articoli e conseguentemente dei magazzini, sempre più destinati al mercato fiorente dei saldi sulle piattaforme.

Altro dato importante, e che conferma ciò che scrivevo già l’anno scorso dopo la prima chiusura da Covid, riguarda il blocco delle forniture come delle liquidità e dei pagamenti; però, esauritasi la prima reazione violenta che aveva portato a cancellazioni di ordini e ritardi nei pagamenti, pare che i marchi stiano prendendo atto che la filiera deve essere sempre più unita, resiliente ma anche trasparente ed equa.

Eppure, sempre secondo McKinsey, risulta che il 75% dei direttori acquisti abbia cancellato ordini, il 41% rinegoziato contratti e il 20% non abbia pagato gli interi ordinatici. Un bagno di sangue per molti fornitori ma dall’altro una crescente spinta dei consumatori verso una maggiore giustizia e sostenibilità sociale, con ricadute su quei brand che hanno inflitto danni sociali ai fornitori, come avvenuto in India e Bangladesh.

Ecco allora che se da un lato la pandemia ancora in atto ha messo in crisi tante attività e fermato i consumi, dall’altro ha cambiato in positivo le abitudini di acquisto, rendendole più consapevoli, come più consapevoli sono diventati i consumatori.

E noi l’abbiamo sempre sostenuto che le vere rivoluzioni partono dal basso. Quindi vogliamo credere che da questa immensa tragedia nasca e si sviluppi qualcosa di buono, un trend che resti costante nel tempo e non si esaurisca come le mode passeggere e usa e getta della fast fashion.

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