Dei possibili scenari post-pandemia che il mondo della moda si troverà, anzi, si sta già trovando davanti, ne abbiamo parlato citando l’intervento di Simone Cipriani sul magazine online Drapers; lì ci si riferiva soprattutto alla pesante ricaduta della pandemia sulle economie dei Paesi più poveri, degli ordini annullati, delle tonnellate di prodotti ammassate dentro i magazzini in attesa della ripresa dei flussi commerciali.

Ma naturalmente la pandemia ha portato alla riflessione anche i designer, i CEO e i proprietari dei grandi marchi internazionali che in questi ultimi drammatici mesi si sono espressi per un cambiamento radicale del sistema di cui loro stessi devono accettare giocoforza i meccanismi.

Il primo a uscire allo scoperto dallo scoppio della pandemia è stato Giorgio Armani con la sua lettera aperta dei primi di aprile al magazine WWD Women’s Wear Daily, in cui esprimeva l’assurdità dello stato attuale delle cose, “con la sovrapproduzione di capi e un disallineamento criminale tra il tempo e la stagione commerciale”. Il desiderio forte di un rallentamento, di privilegiare il “lusso del tempo”, di non essere più schiavi dei cicli pazzi della fast fashion cui il segmento del lusso si è adeguato imitandone i metodi operativi rappresentano per Armani “l’unica via d’uscita” per ridare valore al lavoro dei designer.

Alla lettera di Armani, un sollecito al risveglio delle coscienze di tutto il settore, è seguita, il 12 maggio scorso, un’altra lettera, o meglio un vero e proprio manifesto online, Open Letter to the Fashion Industry, firmato da un gruppo di designer e di retailer del settore luxury capeggiato da Dries Van Noten e a cui hanno aderito, tra gli altri, Erdem Moralioglu, Thom Browne e Tory Burch insieme a retailer come Nordstrom e Selfridges. 

In cosa consiste il manifesto? Prima di tutto si pone l’obiettivo di adeguare la stagionalità dell’abbigliamento femminile e maschile a partire dall’autunno/inverno 2020, creando un flusso più equilibrato e contemporaneamente dando più tempo per fruire dei prodotti. Focus poi sulla sostenibilità lungo tutta la catena di approvvigionamento, con prodotti meno inutili, minori sprechi di tessuti e di inventario, meno viaggi. E poi più utilizzo del mezzo digitale rivedendo e adattando le sfilate di moda. Il manifesto termina con l’auspicio che “lavorando insieme, questi passi consentano al nostro settore di diventare più responsabile riguardo all’impatto sui nostri clienti, sul pianeta e sulla comunità della moda, riportando la magia e la creatività che hanno reso la moda una parte così importante del nostro mondo”.

La lettera aperta all’industria della moda è il risultato di una serie di conversazioni avvenuta durante la pandemia tra ‘attori’ che di quell’industria fanno parte con ruoli di spicco; a proposito della sua iniziativa, Dries Van Noten ha dichiarato a Vogue che un passo indietro era necessario, interrogandosi contemporaneamente su quanto avesse senso continuare in quel modo.

E l’ultima presa di posizione post-pandemia è venuta da Alessandro Michele di Gucci che, incontrando ieri la stampa in videoconferenza, ha annunciato di voler eliminare tre appuntamenti perché “fare 5 show non è più accettabile”. Anche per Michele è arrivato il momento di rallentare dando “ossigeno anche ai piccoli, perché il sistema permette di correre solo ai grandi”.

Il vento del cambiamento soffia forte sul post-pandemia. Avanti così.

 

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