Torniamo a parlare di normative in ambito di moda sostenibile, dopo aver segnalato a dicembre la prima ordinanza cautelare di un Tribunale italiano in materia di greenwashing.

Stavolta ci spostiamo oltreoceano, a New York, che è anche la capitale della moda a stelle e strisce e che proprio per questo, a maggior ragione, dovrebbe dare il buon esempio e allinearsi alle leggi che tanti Paesi, soprattutto europei, stanno emanando in tema di sostenibilità nel fashion.

La notizia la dà il New York Times e riguarda un disegno di legge, il Fashion Sustainability and Social Accountability Act (o Fashion Act), presentato pochi giorni fa dalla senatrice dello stato di New York Alessandra Biaggi insieme alla deputata Anna R.Kelles, che, se approvato, renderebbe New York il primo Stato Usa a dotarsi di una legislazione che accollerà una responsabilità diretta ai grandi marchi della moda in relazione ai cambiamenti climatici.

Il disegno di legge è sostenuto da una potente coalizione di organizzazioni non profit legate al mondo moda e alla sostenibilità, tra cui il New Standard Institute, il Natural Resources Defense Council e la New York City Environmental Justice Alliance, nonché la designer Stella McCartney, che ovviamente in queste iniziative non manca mai.

Ma in cosa consiste il Fashion Act? In pratica richiederebbe ai big brand della moda, sia quelli del lusso sia le catene di fast fashion, di mappare almeno il 50% della propria catena di approvvigionamento, a partire dai luoghi di provenienza delle materie prime, passando per le fabbriche e gli hub di spedizione. Dovrebbero quindi rendere noto quale parte della catena ha il maggiore impatto sociale e ambientale in materia di salari equi, energia, emissioni di gas serra, gestione dell’acqua e dei prodotti chimici e fare piani concreti per ridurre tali numeri (quando si tratta di emissioni di carbonio, dovrebbero fare riferimento agli obiettivi fissati dagli Accordi di Parigi sul clima).

Infine, nella legge sarebbe compreso anche l’obbligo di rivelare i volumi di produzione dei materiali per capire, ad esempio, quanto cotone, pelle o poliestere sono utilizzati; tali informazioni dovrebbero essere pubblicate anche online.

Alle aziende verrebbero concessi 12 mesi per conformarsi alla direttiva sulla mappatura (18 mesi per le informazioni sugli impatti) e se venissero ritenute in violazione della legge, sarebbero multate fino al 2% dei loro ricavi annuali, multe che andrebbero a un nuovo Fondo comunitario amministrato dal Dipartimento per la conservazione ambientale e utilizzato per progetti di giustizia nello stesso ambito.

Secondo la senatrice Biaggi “lo Stato di New York ha la responsabilità morale di fungere da leader nella mitigazione dell’impatto ambientale e sociale dell’industria della moda” e ha definito la legge “rivoluzionaria” e in grado di garantire che “il lavoro, i diritti umani e la protezione dell’ambiente abbiano la priorità”.

Allora ci auguriamo che il Fashion Act diventi realtà e che ogni Paese continui a dotarsi di leggi sempre più specifiche sull’argomento, perché non è ancora abbastanza. E lo sappiamo.

L’immagine di copertina è di Peter Duhon

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