Non so a voi ma a me Shein ha davvero stancato! Su Instagram non fanno altro che taggarmi nelle stories proponendomi collaborazioni da influencer, se non fosse che lo fanno con tanti profili, penserei che è una provocazione bella e buona.

Non ho ancora digerito le notizie trapelate dal documentario del canale britannico Channel 4, ‘Untold: Inside The Shein Machine’, realizzato da un reporter sotto copertura che ha portato alla luce le condizioni di lavoro degli operai di due stabilimenti di Guangzhou, in Cina, cui Shein appalta la produzione e ora un altro boccone amaro, con l’indagine di Greenpeace Germania sulle sostanze chimiche contenute nei capi del colosso cinese dell’ultra-fast fashion.

È successo che Greenpeace Germania ha fatto analizzare in un laboratorio indipendente 47 capi acquistati dai siti web di Shein in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera e 5 da un negozio fisico di Monaco di Baviera: il 15% di essi è risultato eccedente di quantità di sostanze chimiche pericolose rispetto ai livelli consentiti dalle leggi europee. In altri quindici prodotti, il 32%, le concentrazioni di queste sostanze si sono attestate a livelli comunque preoccupanti.

Si parla di sostanze come formaldeide, ftalati, PFAS, metalli pesanti; immaginatevi che la presenza di almeno una di queste sostanze è stata registrata nel 96% dei prodotti analizzati, che comprendevano abiti e calzature per uomo, donna, bambino e neonato. Bambino e neonato, ripeto.

Per i prodotti venduti in Europa, il regolamento REACH (dall’acronimo Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) identifica i valori limite relativi alla presenza di una serie di sostanze chimiche pericolose nei capi di abbigliamento, negli accessori e nelle scarpe. Questi limiti sono stati ampiamente superati da Shein, quindi si può benissimo dichiarare che i suoi metodi produttivi sono illegali, come molti dei prodotti che invadono i nostri mercati.

Ricollegandoci al documentario di Channel 4, a pagare il prezzo più alto della produzione malsana di Shein sono i lavoratori che operano nelle filiere del colosso cinese e che incorrono in gravi rischi sanitari ma anche le popolazioni che vivono in prossimità dei siti produttivi, come dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia, che aggiunge: “Il fast fashion, per via dei suoi notevoli impatti ambientali, è da considerarsi incompatibile con un futuro rispettoso del pianeta e dei suoi abitanti. L’ultra-fast fashion addirittura aggrava gli impatti del settore e accelera la catastrofe climatica e ambientale. Per questo, deve essere fermato subito”. 

E come si ferma un colosso che negli ultimi anni, grazie anche alla pandemia e a un intenso ‘influencer program’ (ve lo dicevo all’inizio, che bombardano pure me!) passato per Tiktok e Instagram, è passato da 10 miliardi di dollari di fatturato nel 2020 ai quasi 16 miliardi nel 2021?

In teoria con le leggi; i regolamenti europei sulla presenza di sostanze chimiche pericolose nei prodotti importati stabiliscono severi limiti di concentrazione per un’ampia gamma di composti in capi di abbigliamento, accessori e scarpe e in questo ha molto contribuito la campagna Detox della stessa Greenpeace.

Le normative allora vanno applicate, anche perché mi pare che la famosa Strategia Europea per il Tessile Sostenibile uscita quest’anno vada proprio in questa direzione.

Non si può permettere che un brand di ultra-fast fashion che sfrutta la manodopera, sovrapproduce, inquina faccia il bello e il cattivo tempo, soprattutto in un momento in cui l’impegno è proprio quello, da parte di tutti, globalmente, di fare la propria parte per invertire la rotta e salvare il salvabile.

Shein, enough is enough!

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